“L’ARTISTA POP è UN SACERDOTE”: LA NOSTRA INTERVISTA AD EUGENIO SOURNIA DEI SIBERIA

 
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3 febbraio 2019
 

I Siberia sono una band atipica per il panorama italiano. Il loro nome e la loro musica porta con se un universo di spunti letterari, filosofici e di pensiero. In questa intervista con Eugenio Sournia (voce e chitarra) della band abbiamo attraversato, a passo lento, tutta una serie di spunti che portano le canzoni dei Siberia ad essere così ispirate e ispiranti.

Partiamo dal vostro nome, Siberia: esiste un particolare legame con l’universo artistico letterario? C’è nella scelta qualcosa di “Educazione Siberiana”?
Il nome l’abbiamo scelto quando avevamo 19 anni, semplicemente io avevo letto questo libro che mi aveva affascinato, anzi anche oggi trovo Lilin come una figura molto particolare, è infatti in un certo senso una figura intellettuale atipica per il nostro paese. Noi non volevamo essere legati a quell’immaginario del libro, il nostro tipo di scrittura è molto evocativo e non c’è una ricerca di narrazione o tanto meno la voglia di legarsi ad un tipo di racconto di fuorilegge e cose varie. È stata una suggestione che abbiamo catturato e “Siberia” semplicemente ci calzava molto bene.

Spesso a un gruppo come i Baustelle viene fatta una domanda sul citazionismo nella musica e nell’arte: qual è per te il valore di una citazione all’interno di una canzone?
Io credo che l’artista che fa musica pop debba creare un messaggio originale, ma deve anche costruire intorno a sè un bignami che ti invogli a scoprire altre cose. L’artista pop è un sacerdote, un tramite tra Dio e il popolo. L’artista pop deve essere un prete di campagna, deve invogliare a scoprire cose alte. Il pop deve dare delle pillole sulle influenze. I Baustelle hanno iniziato a farmi ascoltare la musica italiana, prima la consideravo una merda, poi grazie a loro ho scoperto un mondo di qualità anche legato alla musica italiana. Da poco ho iniziato anche la mia avventura da autore e in un certo senso cercherò di recuperare questo mondo. Le citazioni non devono ovviamente scivolare nell’eccesso, ma servono per stimolare il pubblico, che spesso ascolta distrattamente.

Per te cosa significa Pop? L’aggettivo Pop che significato ha per la tua musica?
È un domandone. La differenza per me tra il mainstream e l’indie è una questione di intenzioni, l’indipendenza non cerca sempre il guadagno, non c’è il pensiero al guadagno. Il pop invece è qualcosa di trasversale, è una musica che vuole rivolgersi a tutti, in particolare alle fasce di pubblico che poi vanno ai concerti. Il pop è giovanilistico, nel senso che vuole assorbire le tendenze e crearne di nuove. Adesso anche l’indie-pop cerca questo al 90%: l’uso delle città nelle canzoni, si cerca di evocare un immaginario collettivo, un carattere stereotipato.
Il pop quindi è una musica che cerca di influenzare e farsi cambiare dalle tendenze. La musica non pop risponde alle tendenze di alcune nicchie, una fascia di popolazione più ristretta.

Legata alla tua idea di fare musica vorrei sapere come parte il tuo processo di scrittura.
Personalmente sento di avere un talento più grande per scrivere un testo, però proprio per questo parto dalla musica, che per me è la parte più dura da scrivere. Io parto da microfrasi che si aggiungono ad una intuizione di melodia. Testo e musica nascono quasi insieme, il testo poi è maggiormente meditato, la musica invece la lavoro con calma: ormai tutti i giorni mi metto a scrivere, l’ispirazione va sollecitata. Non posso sperare di fare come Keith Richards, che sognò Satisfaction e la registrò appena si svegliò di soprassalto. L’idea apparentemente geniale che ti travolge capita poche volte, bisogna invece scavare e tirare fuori le cose con mestiere.

Puoi farmi qualche esempio di un tuo brano che ami testualmente, ma meno musicalmente?
Per iniziare ti cito la nostra “Yamamoto”, perché io amo quel pezzo dal punto di vista testuale, la considero una canzone molto stratificata. Ci sono tante frasi evocative nella canzone, ma musicalmente la buttai giù seguendo un’intuizione iniziale e mi ci adagiai. La canzone mi piace, ma potevo fare di più.
Al contrario, partendo dalla musica trovo tanti esempi interessanti anche nel nostro mainstream, ad esempio: “E’ troppo tempo che mi parli piano”, di Emma Marrone, è un pezzo che musicalmente mi piace molto.

Quando scrivi preferisci farlo in viaggio, in solitudine, in gruppo?
Principalmente lavoro da solo. Anche quando studiavo non sono mai andato in biblioteca, io come ti ho detto non cerco una narrazione, la canzone mi deve venire. Non racconto in un modo molto razionale. Ultimamente ho provato a scrivere con il nostro bassista e devo dire che piano piano sta funzionando, mi aiuta ad essere meno pigro. Generalmente se l’idea che inizio a sviluppare non mi piace, la scarto e vado avanti.

Nella musica e nelle arti in generale manca una visione alla David Lynch? C’è una paura del caos?
In viaggio ci siamo messi, proprio qualche giorno fa, ad ascoltare l’indie italiano pre-Calcutta (per intenderci) e devo dire che ascoltando progetti come Le Luci o L’Officina della Camomilla si può trovare questo bisogno di raccontare il “caos”. Oggi i temi e le strutture dei pezzi si sono standardizzate, anche nei temi: c’è sempre la ricerca del “tipo che fuma, del fuorisede, della stronza, della sbronza…”. Ascoltando progetti come L’Officina o Le Luci si sente quel sano caos, e soprattutto si sentono temi diversi. Canzoni come “40 Km” sono esempi di brani che non si capisce perfettamente di cosa parlano, ma allo stesso tempo è tutto chiaro. Calcutta, ad esempio, riesce a far percepire quel sano caos, anche con canzoni strutturate in modo classico. Prima l’indie suonava davanti a 300 persone al massimo, ora fa gli stadi.
Personalmente sul tema “caos” sento che devo inserirlo nelle mie canzoni: alcune volte faccio troppi spiegoni, espongo troppo i concetti e tolgo troppa soggettività all’ascoltatore.

Tra i propositi del 2019 c’è quindi voglia di raccontare tutto in modo più caotico?
Esattamente, caotico è la parola giusta.

Per chiudere, quali gruppi consigli ai nostri lettori di scoprire, in particolare da un punto di vista letterario e testuale?
Io sono cresciuto con la musica anglosassone in particolare con i Joy Division, amo la scrittura di Nick Cave, perché contempla un riferimento religioso e lo mescola con elementi terreni. A livello italiano sicuramente Bianconi è riuscito a creare un mondo, un immaginario, in ogni disco ha sempre portato l’ascoltatore in un universo molto preciso. Sul fronte nuovo il rap sta dando nuovi e interessanti spunti, ad esempio i Coma Cose riescono ad essere molto efficaci e ti fanno venire voglia di andare a scoprire le cose di cui parlano e citano nelle loro canzoni.

Alla fine possiamo dire che vince e va avanti chi riesce a innovare il suo linguaggio?
Sì, assolutamente. Anche perché i testi in Italia saranno sempre molto importanti e anche se tanti testi sono di registro “basso” sicuramente riescono ad innovare. C’è bisogno di fare una sorta di upgrade, cambiando ogni riferimento.

 

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