SWERVEDRIVER
Future Ruins

[ Dangerbird Records - 2019 ]
6.5
 
Genere: Shoegaze, Alt-rock
 
di
6 febbraio 2019
 

Sempre stati una creatura strana ed eccentrica, gli Swervedriver: un po’ come successe ai Pulp con il britpop, gli venne attaccata l’etichetta di shoegazer addosso, e non fecero nulla, nella forma, per staccarsela di dosso.

Amati, idolatrati, e messi nel novero dei pesi massimi del settore insieme ai vari Ride, My Bloody Valentine e Slowdive, quando il loro suono è sempre stato qualcosa di forzatamente incastonabile nella matrice classica di shoegaze: Adam Franklin ha storicamente dipinto tele melodiche particolari e magnetiche, dove invece Jimmy Hartridge è un campione a sporcare di chitarre robuste, ferrose, distorte quanto terrene il canovaccio che sarebbe quello da trame più fluttuanti ed atmosferiche tipiche del movimento.

Dopo la riunione del 2008 e l’album “I Wasn’t Born to Lose You” del 2015, ecco quindi ancora gli oxfordiani come a voler dimostrare il proprio talento e mettere in mostra le loro abilità; e se vogliamo essere più cinici e spietati, il treno delle operazioni nostalgia sta passando frequente di questi periodi, ed è bene prenderlo al volo.

Va detto, la tarantola e i cambi di passo di “Raise” e “Mezcal Head” sono tratti lontani il quarto di secolo che effettivamente hanno sulla carta di identità. Ma il manico c’è ancora, e anche di questo ne dobbiamo dare atto, seppure il motore sia volontariamente tenuto a giri più bassi e costanti ed o gli occhi o piedi siano fissi in terra e mai insieme verso lo spazio, o pronti a sbandare, caricare, o arrampicarsi. E dai toni, ancora più che dai volumi e dai testi di Franklin, traspare più rassegnazione che adrenalina, rabbia e grinta.

Ciononostante, l’uno-due dell’inizio con le già diffuse “Mary Winter” e “The Lonely Crowd Fades in The Air” è da medaglia al valore, visto quanto c’è in giro ad oggi. E anche i tratteggi della desolata “Future Ruins” si fanno apprezzare per sensibilità e padronanza dei mezzi, quest’ultima difficile da poter esser messa in discussione, laddove però la componente rischio o di volontà di entrare in più tortuosi percorsi sonori sembra davvero ridotta al minimo, e lo confermano le tracce a venire: chitarre sovrapposte e ruvide, sì, ma in un reticolato che sembra a tratti zavorrato a terra, con poca volontà di forzare le catene e provare a rompere gli schemi, al netto di idee o deviazioni in sentieri sonori meno battuti (vedasi le venature post-rock e più aliene di “Everybody’s Going Somewhere and No-One’s Going Anywhere” o “Radio-Silent” in chiusura).

E qui l’unico rischio che si corre è quello di poter essere facilmente dimenticati, seppur il tutto scorra e si faccia prendere con facilità, attratti dal gusto melodico e dalle chitarre che incedono circolari senza soluzione di continuità.

Quindi, giudizio su “Future Ruins”?

Felice di avere ancora a che fare con gli Swervedriver? Sicuramente sì. E il talento, il tocco, il tatto ci sono eccome. Ci sono sempre stati.

E’ questo un capitolo degno di particolare nota per futura memoria? Probabilmente no.

L’attrazione è data più dall’effetto nostalgia che dai contenuti intrinsechi? Anche qua, probabilmente è proprio così.

Tracklist
1. Mary Winter
2. The Lonely Crowd Fades In The Air
3. Future Ruins
4. Theeascending
5. Drone Lover
6. Spiked Flower
7. Everybody’s Going Somewhere And No-One’s Going Anywhere
8. Golden Remedy
9. Good Times
10. Radio-Silent
 
 

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