“PRENDO PIU SPUNTO DALLA REALTà PIù CHE DALLA MIA IMMAGINAZIONE”: ABBIAMO CHIACCHIERATO CON AMBER BAIN (THE JAPANESE HOUSE)

 
di
19 febbraio 2019
 

di Marco Ciardelli

E’ arrivato il momento per Amber Bain (in arte Japanese House) di pubblicare il suo album d’esordio. Il disco è atteso per il primo marzo, ma nel frattempo la fanciulla porta già in giro i nuovi brani. Il tour europeo fa tappa anche al Magnolia di Segrate (MI) e, proprio qui, abbiamo l’occasione di scambiare due chiacchiere con lei. Amber Bain ci attende, languida ed in relax, nel suo “camerino”, ansiosa di parlare di “Good At Falling” e, appunto, delle date che ne precedono l’uscita.

Ciao Amber, come va? Inanzitutto complimenti per il tuo primo album.
Grazie!

Amber, tu arrivi dall’esperienza di numerosi EP: come il tuo modo di scrivere canzoni è cambiato rispetto al passato e alla stesura del tuo primo album completo “Good at falling”?
E’ stato un processo naturale ed il song-writing non deve necessariamente cambiare tra un EP ed un album. Io in realtà cambio modo di comporre ogni volta che scrivo una nuova canzone. Alcune canzoni dell’album sono state create proprio durante i precedenti EP.

Hai sentito molta pressione da parte dell’etichetta o dal music-system della stampa o dei fan durante la stesura del nuovo album?
Si, a volte ho sentito della pressione durante lo sviluppo dell’album, ma forse la ragione per la quale ho impegato così tanto tempo a scriverlo è perchè, in realtà, non erano poi così forti queste pressioni. Mi ci è voluto molto tempo per finire di scrivere tutte le canzoni ed esserne pienamente soddisfatta.

L’album inizia con il racconto di un incontro reale (”When i Meet Her”) e finisce con “I saw you in a dream”, incontro onirico\virtuale. Secondo te i sogni sono migliori della realtà? Quando scrivi canzoni prendi ispirazione più dalla realtà o dall’ immaginazioneo e dai tuoi sogni?
Credo di prendere piu spunto dalla realtà più che dalla mia immaginazione, anche perché, ogni notte, faccio sempre due o tre incubi orribili. Davvero, ogni singola notte ho degli incubi terribili in cui la cui tematica è, o quasi sempre è, la violenza, in ogni suo aspetto.
A volte edulcoro i miei scenari reali per inserirli in una canzone, ma generalmente prendo spunto dalla vita reale. Non trovo tra l’altro che comporre musica sia terapeutico ma che il processo sia sopratutto doloroso.

Pensi dunque che il tuo ideale di artista sia colui che affronta i propi fantasmi? Colui che ci passa attraverso per generare la propria arte? O pensi possa esistere l’artista che produce arte solo come prodotto professionale?
Alcuni artisti non “provano niente” quando compongono la loro musica, ma la musica che ne esce è decisamente mediocre. Creare della buona arte è molto doloroso.

La tua musica generalmente è introspettiva, racconta di visioni e mood molto personali. Un po’ come il nome che hai scelto per la tua band “The Japanese house”, sembra uno spazio lontanto da raggiungere. Questa introspezione e solitudine come cerchi di riprodurla live sul palco?
Quando sono sul palco è vitale per me creare una connessione con il mio pubblico e non sentirmi isolata; a volte è dura e chiudo gli occhi per tutto lo show e non penso nemmeno ai testi, perchè l’importante e sentire il pubblico, creare empatia con loro attraverso i suoni che io e la mia band creiamo. Sul palco non so mai come mi comporterò: a volte mi muovo e ballo tantissimo, a volte, semplicente, chiudo gli occhi e seguo il flusso naturale delle mie emozioni e del corpo.

C’è una tua canzone, nuova o meno nuova, che ami suonare sul palco?
Si amo suonare “I saw you in a dream”.

Quante volte Matty e George dei The 1975 hanno prodotto una tua canzone? Vi conoscete da molto tempo? Come pensi abbiano affrontato l’esplosione di fama dovuta al loro successo mondiale?
Si, conosco Matty e George da circa sette anni. Hanno partecipato a tutte le stesure degli EP e ad alcune canzoni di “ Good at Falling”, sopratutto George, perché forse ha piu’ esperienza nella produzione, mentre Matty ha meno idee che riescono ad andare a braccetto con le mie.
Si i 1975 sono decisamente esplosi in questi anni! Non posso immmaginare come abbiano gestito questa situazione. Dovresti chiedere a loro (risata).

“Lilo” (second ome) è una track con un mood che la include, di diritto, nei classici epici della canzone indie di tutti i tempi. Parla della fine di una storia d’amore e della elaborazione di questa perdita. Che tipo di “make up” ha avuto questa emozione prima di essere raccontata in musica e parole?
La storia ed il racconto della sua fine è totalmente estrapolata dalla realtà, tant’è che la mia ex girlfriend è, insieme a me, la protagonista del videoclip della canzone. Sarebbe stato difficile per me inventare una realtà parallela. visto che è tutto veramente accaduto tra me e lei.

“I Saw You in a Dream” è un incontro, in uno scenario onirico, con una persona. Un po’ come in un film di Fellini. Quale è il più grande sogno di Amber Bain?
Come sogno intendi desiderio giusto? Bhè, credo che il mio più grande sogno sia quello che la mia musica sia di grande successo.

Amber sei una persona spirituale?
Mmh, no non esattamente…

Segui la politica? E qual è la tua posizione sulla Brexit?
Io odio la Brexit! Tutti la odiano. Una volta ero molto attenta alla politica, quando ero all’università, e studiavo proprio la politica, poi ne sono stata cosi delusa che ora mi interessa davvero poco.

Qual è la tua band preferita da sentire live?
Probabilmente…forse i Beach House, che hanno delle voci straordinarie e i loro pezzi sono eccezionali. Purtroppo ultimamente non vedo molti live.

“Marika is Sleeping”, dal tuo album, suona come una ninna nanna, per emergere poi con un crescendo straordinario ed un groove davvero coinvolgente. Come è nato il brano?
Marika, la mia ex ragazza, stava dormendo al mio fianco, in una sorta di avvelenamento alcolico per un intero giorno e io mi svegliai accanto a lei, con un arpeggio che mi risuonava in mente. Quando lei si svegliò di sobbalzo, subito scrissi il testo della canzone.

Con che musica sei cresciuta? Quali band?
Quando ero giovane non ascoltavo altro che i Beatles fino ai dieci anni. Poi conobbi la musica di mio padre: i Jam, Beach Boys, Frankie Valli, i Blondie, The Four Seasons.

Come l’esperienza dell’elettronica e dei sinth ha raggiunto la tua musica? Come hai scelto la tue elaborazioni sintetiche ed elettroniche sulla tua voce cosi ben accurate? Quante voci hai dovuto registrare al massimo per una track?
Nell’ultimo album ho registrato fino ad otto voci per una track ma sto bene attenta che i miei ascoltatori non sentano elaborazioni innaturali. Il più delle volte sono solo diverse tonalità sovrapposte. Non uso mai voice code. In una sola canzone ho usato un ‘tune’, in “Good at Fallin”.
Negli EP precedenti la voce era molto più elaborata.

Grazie Amber ci vediamo al tuo live!
Grazie a te! A dopo

 

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