OGGI “DEAD CAN DANCE” DEI DEAD CAN DANCE COMPIE 35 ANNI

 
di
27 febbraio 2019
 

di Dario Ardias Thorre

Io starei per scrivere di qualcosa che, per quanto mi riguarda, rasenta il mitico e sfiora l’immortalità; perchè ci sono dischi che hanno questo potere, ma oltre a ciò definiscono le caratteristiche di un genere, tracciano una via che da lì in poi molti seguiranno.

Giusto oggi, nel 1984, usciva il primo album di Brendan Perry e Lisa Gerrard meglio conosciuti come Dead Can Dance e il disco omonimo, ancora adesso, conserva inalterati tutti gli ingredienti che lo hanno reso imprescindibile: misticismo, tensione, oscurità, lirismo e quell’abito primordiale fatto di cerimonialità e riti antichi.

La 4AD pubblica il lavoro con una copertina sinistra che rappresenta, tutta nera, una maschera tribale e il duo australiano si presenta subito con “The Fatal Impact”, marcia densa di umori dark wave e sinuosità macabre. “The Trial” è figlia dei Joy Division più gelidi con la voce profonda di Brendan Perry che ricama una lugubre recita su chitarre taglienti. Non esiste solo il dark più tradizionale però e “Frontier”, col suo incedere tribale, ci ricorda che quella dei Dead Can Dance è una cerimonia pagana al chiaro di luna. La splendida voce di Lisa Gerrad si impossessa del tappeto provocato dalle percussioni e ne ingentilisce i tratti pur facendoci presagire qualcosa di arcano. “Fortune” sembra la prosecuzione naturale di “She’s lost Control” per poi aprirsi in un bridge meno oppressivo.

Sono veloci i primi D.C.D., ogni pezzo non supera mai i tre minuti e mezzo scorrendo via senza appesantire. Tocca sempre a Lisa Gerrard però il ruolo di sacerdotessa in questa alternanza da un brano all’altro e “Ocean” è un’altra invocazione eterea a più voci, quasi come ci fosse un coro, un coro greco. “East of Eden” resta un pò incompiuta pur nella sua gradevolezza e nei suoi echi new wave-dark. “Threshold” fatta di ritmica serrata anch’essa post punk, dà invece spazio ai vocalizzi della Gerrard creando una difforme commistione di dark e voci antiche.

Tutto l’album è intriso di quegli umori sonori propri dell’epoca, dove il sound delle maggiori band dark era ancora vivo nonostante la svolta new wave. “A Passage in Time” lo dimostra pienamente; un brano glaciale, stentoreo, basso in primo piano e nenia vocale irresistibile. Il disco (almeno per quanto concerne il formato originale prima dell’aggiunta di alcuni brani dall’intero EP, “Garden of the Arcane Delights”) si chiude con “Wild in the Woods”, lenta e inesorabile e “Musica Eternal”, cabalistica ed ermetica come una preghiera in un tempio in cima ad una montagna.

L’omonimo debutto dei Dead Can Dance è tutto questo; una danza sinistra e notturna, qualcosa di misterico che prepara il terreno a pietre miliari quali “The Serpent’s Egg” o “Anastasis” e che getta chiara luce sulle potenzialità di una coppia tra le più fulgide e talentuose dell’intero panorama musicale contemporaneo.

Dead Can Dance – Dead Can Dance
Pubblicato: 27 febbraio 1984
Lunghezza: 35:01
Label: 4AD
Produttori: Dead Can Dance

Tracklist:
1. The Fatal Impact
2. The Trial
3. Frontier
4. Fortune
5. Ocean
6. East of Eden
7. Threshold
8. A Passage in Time
9. Wild in the Woods
10. Musica Eternal

 

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