OGGI “MELLOW GOLD” DI BECK COMPIE 25 ANNI

 
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1 marzo 2019
 

Prima metà degli anni ’90: i Talking Heads si sono sciolti da poco, segnando un grave declino per la new wave, e i Nirvana sono ormai all’apice del loro successo. Intanto, Dr Dre lancia Snoop Dogg, e con lui il g-funk, e il pop di Madonna apre le piste ad un genere degenerato che, più della musica, verte sull’immagine.

È il caos più totale. Molti ascoltatori, troppo giovani per aver vissuto la new wave ma al contempo stanchi del grunge e dell’hip hop e diffidenti nei confronti della disco, sono alla ricerca di una nuova identità. Ecco che, dai meandri dell’underground, un losangelino di ventitrè anni, lungi dal voler creare un nuovo genere o riportare in qualche modo dell’ordine, sforna qualcosa di mai sentito prima. E lo fa, paradossalmente, mischiando tutti i “nuovi” generi alla tradizione folk e blues americana.

Pur non essendo annoverato tra i migliori dischi di Beck, “Mellow Gold” è la chiave di lettura di una generazione che sembra aver sperimentato di tutto ma che, in realtà, non è andata oltre lo stereotipo della rockstar e del suo successo: “Give the finger to the rock n roll singer / As he’s dancing upon your pay check” (“Pay No Mind”).

A dire il vero, nemmeno Beck sapeva quale fosse il suo posto nel panorama musicale e, anzi, dopo il tentativo fallito di diventare un cantante folk, autoironizza sul fatto di essere uno sfigato che non ha capito, o meglio, non è entrato conformisticamente nei meccanismi della sua società: “Soy un perdedor / I’m a loser baby / So why don’t you kill me?”. Quando il singolo “Loser” uscì, nessuno pensava potesse valere ben due dischi platino e diventare quasi un inno per gli amanti dell’alt rock.

Il testo è uno zapping furioso e violento da un’immagine all’altra di un ventesimo secolo che agli occhi di Beck, un uomo fuori dal suo tempo (“In the time of scimpanzees I was a monkey”), ne coglie l’assurdità: fino a quel momento, nessuno avrebbe potuto rappresentare così lucidamente e ironicamente la realtà, se non Frank Zappa. Come dimenticare poi, l’ingresso della chitarra e il testo rappato alla bell’e buona?

Non è solo qui che Beck si diverte a rompere i confini tra diverse forme espressive: “Soul Suckin’ Jerk” unisce soul e metal mentre il grunge di “Whiskey clone, Hotel 1997” assume una vena più elettronica. Non mancano, inoltre, citazioni da Neil Young o Bob Dylan: in “Pay no Mind” la critica al consumismo urbano sfoggia un’armonica in stile “Bringing it all back home”. Ci sono anche i Beatles e i Rolling Stones qua e là: gli “Hey hey hey!” di “Satisfaction” risuonano lampanti in “Fucking with My Head”.

Beck non esita nemmeno a rifarsi alla musica indiana (“Black Hole”) ed esplorare i territori dell’elettronica (“Analog Odissey”) che poi caratterizzarà lavori interi come “Odelay” (1996).

L’aspetto elettronico è sicuramente preponderante e si combina con la copertina stessa del disco “Survivor from the Nuclear Bomb”. Beck ci catapulta in un videogioco senza via d’uscita in cui le situazioni e le suggestioni non hanno filo logico e tutto risulta al contempo comico e apocalittico.

L’eterogeneità è la caratteristica principale di “Mellow Gold” che, fatta eccezione per “Loser”, non contiente altre hits. Ma, come dimostrano le stesse circostante d’incisione – la registrazione è stata letteralmente “fatta in casa” di amici di Beck, i produttori Rob Schnapf e Karl Stephenson – il disco non era affatto pensato per essere perfetto.  Se nel 1994 non si poteva parlare di un grande successo, oggi possiamo sen’altro riconoscere a Beck il merito di aver sperimentato, nel vero senso del termine, senza disinibizoni e controllo, spostando più in là l’asticella del confronto per le generazioni di musicisti a venire. A venticinque anni di distanza “Mellow Gold” invecchia bene e suona molto più fresco e originale dei suoi ultimi lavori.

Beck – Mellow gold

Data di pubblicazione: 1° marzo 1994
Tracce: 13
Lunghezza: 46 min
Etichetta: DGC Records
Produttori: Beck, Tom Rothrock, Rob Schnapf, Karl Stephenson

 

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