“NON SONO SICURO DELLA RAGIONE PER CUI FACCIO QUEL CHE FACCIO.” : FINN ANDREWS (THE VEILS) CI RACCONTA IL SUO PRIMO ALBUM SOLISTA

 
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7 marzo 2019
 

Finn Andrews, frontman dei The Veils, torna con un folgorante debutto da solista: “One Piece At A Time”. Di sicuro il lavoro più intimo e personale del cantautore, l’album si compone di 10 canzoni malinconiche e profonde. I testi si nutrono di uno slancio artistico più introspettivo ed individualista, andando a disegnare un vero e proprio viaggio di riscoperta a metà strada tra Londra e la Nuova Zelanda. In quest’intervista l’artista ci parla delle ispirazioni e delle influenze dietro al nuovo disco, che vedrà la luce il 15 marzo.

Ciao Finn, grazie di aver accettato di parlare del tuo nuovo ed incredibile album con IndieForBunnies. Sono una gran fan della tua musica e sono davvero felice di poterti intervistare.

Grazie!

Puoi parlarmi del processo creativo e strutturale dietro“One Piece At A Time”? Qual è stata l’ispirazione per questo brillante primo album da solista?

Non sono sicuro di quando il processo si sia avviato esattamente, credo circa 3 anni fa, quando avevamo appena terminato l’ultimo album dei The Veils. Mi svegliavo ogni mattina ed andavo al pianoforte, le canzoni sorgevano spontaneamente ed avevo l’impressione che necessitassero di un ambiente completamente diverso in cui crescere. Ero anche giunto al termine della mia permanenza a Londra, sapevo che la fase in cui mio trovavo mi stava facendo ammalare e che dovevo tirarmene fuori. Queste canzoni sono state il mio biglietto d’uscita da quella situazione, credo.

La copertina di “One Piece At A Time” è una tua foto scattata da Maya Goldestein a Londra nel 1992, quando avevi solo 9 anni. Perchè hai scelto questa foto per la copertina del tuo primo album solista?

È come se in questo disco ci fosse qualcosa che canti e che faccia riferimento ad una versione più giovane di me stesso, è come se il ragazzino della foto fosse stato con me attraverso tutto questo piccolo e strano processo. È difficile da spiegare. Quella foto è stata scattata quando avevo 9 anni ed ero stato rispedito in Inghilterra a vivere con mio padre per un anno. Per certi versi è una foto difficile da guardare per me – sento di apparire molto malinconico, per essere solo un bambino.

Il tuo album d’esordio da solista à viscerale. Si può precepire l’urgenza di far venir fuori le parole e la musica. Per quale motivo hai sentito il bisogno di aprire il tuo cuore e la tua mente e farvi entrare il pubblico?

Beh, forse è una domanda troppo grande a cui rispondere. Non sono sicuro della ragione per cui faccio quel che faccio. Probabilmente è perchè ho la sensazione che vada fatto.

Com’è vivere la transizione da membro di una band, i The Veils, a lavorare sul tuo album da solista?

È stato un mix d’emozioni ad essere onesto. È stato un processo molto solitario all’inizio, lasciare Londra e ritornare in Nuova Zelanda è stato travolgente all’epoca. Ho iniziato a stabilizzarmi, però, una volta iniziate le prove con la nuova band. È stata un’esperienza molto liberatoria per me nel complesso, ma i The Veils mi mancano comunque.

Ascoltando “Love What can I do” ho avuto questa sensazione, come se mi fosse stato dato il permesso di entrare in un luogo estremamente privato: il tuo mondo interiore. La canzone è stata registrata interamente dal vivo ed è tuo padre che ti ha insegnato il drammatico accordo d’apertura che stabilisce il tono dell’album. È sempre stata tua intenzione registrare il brano in questo modo?

Mi fa piacere che abbia avuto quest’effetto su di te. Si, credo che gran parte dell’attenzione sia stata data al far suonare il tutto il più vicino ed intimo possibile. Abbiamo registrato senza cuffie, semplicemente ascoltando il suono nella stanza e suonando tutti assieme molto silenziosamente. Non ho mai cantato così tranquillamente come faccio in quest’album, tranne nei momenti in cui scrivo, suppongo. Ho scoperto una nuova parte della mia voce creando quest’album e credo che a partire da questo momento resterà con me.

“Stairs to the Roof” è un vero gioiello, la mia preferita dell’album. È una canzone malinconica piena d’amore e nostalgia. Mentre l’ascoltavo ricordo di aver pensato che mi dava l’impressione d’essere più una canzone che celebra la relazione d’odio e amore che si può avere con un luogo, una città, piuttosto che con una persona. La mia interpretazione è corretta?

Grazie di averlo detto, si credo tu abbia proprio colpito nel segno. È sicuramente una canzone d’amore per una città, o forse sarebbe più appropriato parlare di una canzone di rottura.

Ad un certo punto di “Stairs to the Roof” canti “Non puoi vedere le stelle a Londra / Ma sai che sono lì”. È questo il motivo per cui sei tornato in Nuova Zelanda per registrare il tuo primo album solista? Ti mancavano le stelle? Londra non era più il posto giusto?

Ah! Credo sia stato uno dei tanti motivi per tornarvi. Amo Londra, ma la nostra relazione è stata così inquieta nel corso degli anni. Quel cielo basso e pesante. Ti cambia, nel bene e nel male. Spesso, sognavo ad occhi aperti l’oceano in Nuova Zelanda, gli uccelli e le notti calme. Ma Londra è una creatura a parte e non ha senso volerla cambiare.

 “One by the Venom”, “A Shot Through the Heart (Then Down in the Flames)”, “One Piece At A Time”, solo per citare alcune delle canzoni del nuovo album, hanno tutte dei testi molto intensi e personali. Cosa ha ispirato Ie parole dell’album?

Credo che i testi siano la somma delle mie esperienze su questo pianeta nel corso di quest’ultimi 30 anni. I temi sono immensi, troppo grandi da articolare in altro modo se non attraverso queste canzoni. Ma è proprio quello il punto delle canzoni per me. Sono un modo per pensare alle grandi tematiche che non posso di certo affrontare nella mia vita quotidiana.

Qual è la tua canzone preferita di “One Piece At A Time”? Perchè?

Ah, è una domanda difficile. Stiamo girando il video per “One by the Venom” al momento e mi è piaciuto passare molto tempo con questa canzone, ma non so se è necessariamente la mia preferita.

Per me sei la rockstar non commerciale per definizione. Sei capace di mandare avanti una carriera a livello mondiale e mantenere la tua musica vera e profonda. Come ci riesci?

Francamente, credo tu mi dia troppo credito. Avrei difficoltà a trovare una qualsiasi metodologia in tutto ciò che ho realizzato. Onestamente è stato un casino. Un mio gran bel casino. Ma credo che è così che debba essere.

Che piani hai per il futuro, musicalmente parlando? Dovremmo aspettare il secondo album solista di Finn Andrews o, piuttosto, il sesto album dei The Veils?

È una buona domanda. Non ne sono certo. Sto considerando di mettere tutto in pausa ed iniziare a studiare qualcosa, forse la musica corale, o magari il piano in maniera più approfondita e vedere dove mi porta. Vorrei che il prossimo disco fosse un cambiamento radicale rispetto a tutto quel che ho fatto in precedenza. Questo ammesso che mi venga data l’opportunità di fare un altro album. È altamente probabile che ciò non avvenga – siamo riusciti a stento a trovare i soldi per incidere questo. Mentre la data d’uscita dell’album da solista si avvicina sto iniziando ad avere delle idee per qualcosa di nuovo e la cosa è molto eccitante. Vedremo. Come sempre, sono solo agli inizi e potrebbe andare a finire in qualunque modo.

 

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