OGGI “SELECTED AMBIENT WORKS VOL. II” DI APHEX TWIN COMPIE 25 ANNI

 
7 marzo 2019
 

“Selected Ambient Works Volume II” è ufficialmente il secondo full lenght di Aphex Twin, al secolo Richard David James, uscito il 7 Marzo 1994 su Warp Records.

È considerato il fratello minore di “Selected Ambient Works 85-92” – che vide la luce due anni prima – per via delle analogie del titolo della release e del periodo storico in cui avviene la continuità. In realtà, se ne distacca in maniera piuttosto netta, causando una sensazione di straniamento all’interno delle fanbase più accanite durante gli anni d’oro dell’intelligent dance music, le mailing list con i rumours sugli artisti dell’elettronica colta e l’esplosione della braindance, la techno che si faceva ascoltare e non più ballare.

Più che un’evoluzione coerente o cercata del precedente capitolo, infatti, l’album esplora una direzione del tutto inedita, annuncia una destrutturazione integrale di ciò che era stato il dictat compositivo di James fino ad allora e manipola la tensione emotiva dei sintetizzatori verso un significato completamente nuovo. Un’evoluzione che rimarrà storica nello stile e nel processo, per quanto non sarà l’ultimo approccio prettamente anacronistico e funambolico di Aphex Twin alla sua linea di ricerca.

“Surfing on Sine Waves” sotto l’alias Polygon Window era uscito appena un anno prima, l’ambient techno di cui James diventa icona di stile e d’identità ha preso piede anche oltremanica, il fermento per Warp, Ninja Tune, Rephlex Records è diventata una cosa reale. Ma nonostante tutto, il mondo che disegna “SAW II” cuce rapporti ancor più lontani ed inattesi dei precedenti, dentro cui AFX sembra destreggiarsi con una certa maestria. Facendo quello che gli è sempre riuscito meglio, cioè disintegrando ogni certezza, per lui stesso e per il suo pubblico.

Pur dando risalto a una sensazione costante di estemporaneità, l’intreccio che esprime il disco ha una sottile coerenza difficile da trasferire in parole. Non è un caso, molto probabilmente, che il già criptico linguaggio del compositore britannico si sia avvalso di una carta ancora più disorientante, eliminando del tutto i titoli delle tracce (che saranno poi ricostruiti dai fan più accaniti, nel corso degli anni).

Il sogno lucido che descrive il percorso, come dichiarato da James attraverso interviste divenute cimeli storici, è per questo una raccolta di scatti che si fa strada con un’idea ben precisa, scolpendo le fasi di un suono mai banale, ma lasciandosi catturare da un cruciale senso di improvvisazione linguistica. Lo stato che rispecchiano i brani è infatti la descrizione di una tangibile fase a metà tra la cosciente dormiveglia e il sogno, dove si ignora il tempo e lo spazio attraverso cui la musica giostra le sue fasi, svuota le sue ritmiche, arpeggia i suoi campioni centellinati e ordinati meticolosamente su uno sfondo tanto tridimensionale che sembra possibile vederne i contorni.

L’effetto che genera, oltretutto, è proprio quello di una inconsueta, piacevole inquietudine verso cui rifugiare l’attenzione: pur palesando in alcune scremature alcune marcate affinità con le trame trasognate e spiazzanti di “Music Has the Right to Children” dei Boards of Canada – che arriverà quattro anni più tardi –, rivela un’emotività che nella sostanza è glaciale. Sembra, piuttosto, l’incontro postumo tra il Brian Eno di “Another Green World” e “Thursday Afternoon” e la musique d’ameublement di Erik Satie in una versione esoterica, spinta oltre un confine destabilizzante.

La tempra emotiva di ogni brano scurisce la luce della liminare ambient anni Ottanta, elimina le texture dei tecnicismi techno e li resetta. La ripida scalata nei cunicoli di vibrazioni lente e totalizzanti diventa per questo presto seducente, in grado di avvolgere in modo netto ed efficace. È in effetti uno dei primissimi, vividi esempi delle capacità di Aphex Twin di non fermarsi ad esercizi di stile e voli pindarici di composizione, ma di calamitare con gli elementi giusti in ciascuna delle maschere e dei personaggi attraverso cui ha dato un volto ad ogni capitolo della sua discografia.

Greg Eden, membro di The IDM list – la mailing list dei fanatici di ambient techno, particolarmente affezionati a Richard D. James fin dalle prime battute – viene tutt’oggi ricordato per aver dato un nome alla maggior parte delle tracce dell’album, rimettendo insieme i pezzi dell’enigmatico puzzle fotografico rappresentato nelle liner notes del disco e nella copertina. La leggenda metropolitana, dietro la storia, vuole che i diversi posizionamenti e le diverse grandezze delle immagini rappresentino la trasposizione di durata, atmosfera e personalità di ciascun pezzo. Eden finì per lavorare in Warp, mentre James, ad oggi – ad eccezione di “Rhubarb” – non ha mai veramente confermato l’autenticità dei titoli che sono in circolo ormai da due decadi.

“Selected Ambient Works Volume II” ha rappresentato un’opera al confine del suo tempo e l’esempio quasi alienante di un passaggio fondamentale per il mondo che rappresentava, già durante il suo concepimento effettivo. Davanti la sua era, in anticipo al futuro delle deviazioni di cui sarebbe stato direttamente causa.

L’abilità sovversiva di generare un anomalo piacere legato all’ascolto dell’inquietudine, della fragilità di una ritmica solo artificialmente distante, del contrasto tra sintetismo elettronico e new wave indeterminatamente moderna, rendono questo capitolo un’icona generazionale che resiste al tempo e tutto ciò che dopo il suo arrivo c’è stato.

Data di pubblicazione: 7 Marzo 1994
Tracce: 24
Lunghezza: 156:41 (CD) 166:52 (LP)
Etichetta: Warp Records
Produttori: Richard D. James

Tracklist
1 Cliffs
2 Radiator
3 Rhubarb
4 Hankie
5 Grass
6 Mould
7 Curtains
8 Blur
9 Weathered Stone
10 Tree
11 Domino
12 White Blur 1
13 Blue Calx
14 Parallel Stripes
15 Shiny Metal Rods
16 Grey Stripe
17 Z Twig
18 Window Sill
19 Stone in Focus
20 Hexagon
21 Lichen
22 Spots
23 Tassels
24 White Blur 2

 

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