SUNDARA KARMA
Ulfilas’ Alphabet

[ RCA - 2019 ]
7.5
 
Genere: Art Rock, Art Pop
 
di
8 marzo 2019
 

Torna, dopo varie anticipazioni date dai singoli, Oscar “Lulu” Pollock con i suoi Sundara Karma.

Il precedente e primo album “Youth Is Only Ever Fun In Retrospect” aveva diviso un po’ la critica, probabilmente influenzata dall’etichetta di next big thing che (vedi Blossoms e simili) porta con sé più scetticismo che aspettative positive, specie quando si è subito prodotti da una major (la RCA di casa Sony): va comunque detto, laddove la proposta non era sicuramente un trionfo di originalità (facile risentirci dentro gente come The Killers, Kings of Leon, Mumford and Sons, Vaccines, per citare nomi attuali) ed era anzi improntata alla ricerca, magari non ossessiva ma ben evidente, dell’epicità, dell’aggancio e dell’instant classic piuttosto che di un proprio ductus, di converso i ragazzi di Reading avevano messo comunque in mostra del potenziale artistico e strumentale, specie per essere un esordio.

Il secondo album in condizioni come quelle sopra arriva giocoforza come un’immediata prova del nove: continuare sulla strada già battuta vorrebbe dire appiattirsi su qualcosa di già sentito con conseguente bocciatura, una dimostrazione di personalità e spessore che li distingua con caratteristiche che possano essere veramente identificative invece risulta come necessaria se non fondamentale a dare un senso a tutto.

Cosa dire allora di quindi questo “Ulfilas’ Alphabet”?

Le prime tracce ci fanno rizzare le antenne: la calda voce dell’androgino Oscar Pollock cerca con insistenza orbite Bowie, le chitarre fanno un passo indietro, synth e tastiere uno in avanti, l’atmosfera glam e 70-80’s tende come a voler sostituire la ricerca dell’anthem tipica del primo lavoro, l’originalità sembra ancora una volta prossima allo zero ma la capacità di creare melodie catchy ben presente.

Avanti e troviamo una “Symbols Of Joy & Eternity” super gliterrata, pop e luccicante, ancora retrò, ancora a ricercare il contagio completo, “Higher States” che viene direttamente da un album a firma MGMT e prova ad entrarti in testa e prenderti con la sua onda sonica, il riff e l’ipnotica delicatezza di “The Changeover” che arrivano ruffianissimi come a dire ‘se non ti ho preso con l’energia, ti prendo col cuore’; non basta nemmeno questo? Ok, allora ti droghiamo direttamente con “Illusions”.

Sarà un ostentato seppur variegato déjà senti, ma li aspettavamo al varco pronti a smontarli se questi non ci avessero stupito, se non proprio prenderci, e questi invece ci riescono davvero.

Ecco così che i Nostri possono subito abbassare i toni e tornare a cazzeggiare con “Little Smart Houses”, a fare ancora i piccoli Bowie con la pulsante “Duller Days”, a cercare una profondità quasi soul in “Sweet Intentions” o a marcare territori post punk/new wave revival con “Rainbow Body”: ci prendono in giro, dài. Additati di scarsa originalità, rispondono a modo loro, quasi scimmiottando anni e anni di tendenze rock/pop con tutto il talento possibile. Ormai ci sono in testa, c’è poco da fare.

Il gran finale poi prevede, prima della definitva chiusura con la trascinante “Home (There Was Never Any Reason To Feel So Alone)”, la title track “Ulfilas’ Alphabet”: Ulfila, sia essa storia o leggenda, era un vescovo ed un missionario di quella che una volta veniva chiamata Anatolia, l’odierna Turchia, al tempo assoggettata ai Goti, e viene ricordato come uno dei diffusori del Cristianesimo tra queste genti, grazie alla traduzione della Bibbia dal greco con la creazione, appunto, dell’alfabeto gotico.

E cosa centra col pezzo e con l’album? Probabilmente niente, se non con una qualche elucubrazione e qualche nesso di certo non immediato. Ancora buggerati. Ma ancora lì, fermi ad ascoltare e vederli toccare altri lidi inesplorati: avevamo dubitato della loro personalità, noi, e loro ribattono coi fatti e con i numeri.

Game. Set.

E col set, portato a casa in maniera strana, usando quasi mimeticamente più tecniche possibili, seppur di altri e senza manifesta superiorità, i Sundana Karma vanno a vincere anche un’altra sfida nella sfida, quella con i detrattori, o comunque i diffidenti o almeno i dubbiosi, quali sono gli ascoltatori medi come noi tutti: si dovrà infatti rimandare il giudizio definitivo o almeno più chiarificatore ad un altro album. Che saremo qua ad aspettare. Ancora una volta.

Tracklist
1. A Song For My Future Self
2. One Last Night On This Earth
3. Greenhands
4. Symbols Of Joy & Eternity
5. Higher States
6. The Changeover
7. Illusions
8. Little Smart Houses
9. Duller Days
10. Sweet Intentions
11. Rainbow Body
12. Ulfilas' Alphabet
13. Home (There Was Never Any Reason To Feel So Alone)
 
 

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