APPARAT
Live @ Alcatraz (Milano, 07/04/2019)

 
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di
8 aprile 2019
 

di Fabio Campetti

Mi ricordo di Apparat ai tempi del suo esordio “Walls”, si era affacciato in punta di piedi sulla scena elettro / indietronica.

Connazionale dei seminali Notwist, si fece notare per questo bel disco, ricordo anche di una collaborazione con i Giardini di Mirò, francamente, poi, l’avevo perso un po’ di vista, ritrovandomi, oggi, un artista importante, con un percorso molto lungo, ricco di pubblicazioni e collaborazioni a 360 gradi; due giorni fa la data a Napoli al teatro Arcadia, che ha fatto seguito il clamoroso sold out a Bologna, al Palaestragon, chiudendo, quindi, il trittico di concerti con un altro sold out all’Alcatraz; la dimostrazione che si possano avere numeri prestigiosi anche con un percorso di matrice underground, senza facili compromessi. Ne è la prova anche l’ultimo disco “LP5”, leit motif di questo tour europeo; un lavoro sofisticato, dove al suo interno non esistono facili sing along o virate pop-oriented (singoli compresi). Ben venga, appunto, tutta questa attenzione e questa gran risposta, senza alcuna esposizione mediatica.

La setlist di stasera, com’era prevedibile, ripercorre quasi per intero l’ultima fatica, freschissima di pubblicazione, dopo sei anni di silenzio dal precedente “Krieg und frieden” (di fatto una sonorizzazione per il teatro), in mezzo il percorso avvincente e di successo intrapreso a nome Moderat, insieme ai fratellini Modselektron (anche loro in tour qui da noi giusto um mese fa) oltre che le due colonne sonore rigorosamente made in Italy firmate per i recenti film del maestro Mario Martone “Il giovane favoloso” e l’acclamatissimo “Capri revolution” (dove Apparat fa pure un cameo come attore), vincendo, per altro, anche un David di Donatello come miglior musicista insieme a Philipp Thimm. Insomma un artista che non si è di certo risparmiato, alternandosi ed esprimendosi su più fronti, la passione per il cinema la porta, sicuramente, anche nel set milanese: ipnotico, dilatato, rarefatto, dove tutto s’incastra alla perfezione, l’elettronica s’alterna alle chitarre insieme a strumenti acustici, dal violino, al violoncello, al trombone, di fatto una piccola orchestra.

Spiccano su tutte la radioheadiana “Dawan” (primo singolo estratto da “LP5”) e la bellissima “Caronte”, c’è spazio anche per il passato con l’incalzante “Frackteles” da “Walls” e per una “Black Water” eseguita come cavalcata finale, che chiude un set di un’ora e mezza precisa e un concerto impeccabile.

P.S.: Ad aprire le danze un giovane combo post-punk berlinese che si fa chiamare Lea Porcelain, bravi tutti.

 

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