ORVILLE PECK
Pony

[ Sub Pop Records - 2019 ]
7
 
Genere: Country pop
 
10 aprile 2019
 

Nella storia della musica rock e pop c’è una lunga tradizione di artisti che hanno offerto un’immagine diciamo particolare, spesso accompagnata da una grande capacità di intrattenere e a volte anche di stupire.

Così ci siamo ritrovati di fronte alieni che provenivano da Marte, scienziati nerd, Punk spaziali, robots in giacca e cravatta, ma, che io ricordi, questo è il primo cow boy  mascherato nella storia del country rock, insomma una figurina che nel mio album personale ancora mancava.

Orville Peck è un particolare e moderno ambiguo artista country con voce  profonda con tante sfaccettature e dai mille segreti , un po’ Lone Ranger, un po’ moderno villain capace di scalzare Mefisto da miglior cattivo della saga di Tex Willer, ma che dietro alla sua maschera di pelle e frange nasconde un mondo che potrebbe sorprendere chiunque.

La linea melodica non è mai scontata e spesso anche nei momenti più allegri la presenza di una tristezza di fondo impreziosisce ogni brano, e mostrano una capacità già evidente in questo album d’esordio di incuriosire  e catturare l’attenzione dell’ascoltatore.

L’atmosfera country che influenza il primo ascolto diventa sempre meno importante e l’immaginazione ci trasporta in un atmosfera sempre più vicina a “LoveDeath & Robots”,  il capolavoro Netflix, allontanandoci da un western movie, il bisonte in corsa ha ora fili di ferro a posto dei tendini e chip che controllano una corsa senza soste, mentre Orville Peck su una collina  lo osserva alzare la polvere radioattiva e  attraversare un Nevada post apocalittico   .

Il brano di apertura” Dead of Night”, che era stato anticipato da un video diretto da Michael Maxxis, che rendeva chiaro fin  dall’inizio l’ambiguità del progetto Orville Peck, è un gran pezzo, con la sua voce profonda e intensa che domina e un testo degno del miglior Morrissey, seguito da “Winds Change” e da “Turn to Hate” che rimanda la memoria agli esordi dei The The di Matt Johnson, sia per la melodia che per la voce .

Per quanto molti brani presentino suoni e ambientazioni tipicamente country come “Buffalo Run” ,  “Roses Are Falling”  0  “Take You Back (The Iron Hoof Cattle Call)” , con tanto di galoppate e abbondante fischiettare, resta forte la sensazione che ci sia molto altro ancora da dire e che siano ancora tutte da scoprire le chiavi di lettura, pur  restando evidenti le influenze di un sound e di un modo di interpretare a volte cosi familiare.

Si finisce così con il divertirsi a costruire un  gioco  dei paragoni, in primis con Elvis Presley , il cui fantasma incombe su tutto l’album , ma anche con la naturale fusione tra Roy Orbison e Morrissey , che tanto  influenza la scrittura  Orville Peck, e che fa venire in mente un specie di fusione alla  Gotenks, o meglio ancora alla  Gogeta, creata appositamente per la ultimate cover  di  “It’s over” .

Se “Pony” e’ stato un gioco, allora devo dire che è riuscito bene, ma per il futuro sarà necessario che Orville Peck getti via la maschera e inizi a fare sul serio, per sfruttare appieno le sue capacità che sono indubbiamente ottime.

Tracklist
1. Dead of Night
2. Winds Change
3. Turn to Hate
4. Buffalo Run
5. Queen of the Rodeo
6. Kansas (Remembers Me Now)
7. Old River
8. Big Sky
9. Roses Are Falling
10. Take You Back (The Iron Hoof Cattle Call)
11. Hope to Die
12. Nothing Fades Like the Light
 
 

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