“IL FESTIVAL? UNA CONTINUA TENSIONE CREATIVA”. INTERVISTA A GIANLUCA GOZZI, DIRETTORE ARTISTICO DEL TODAYS FESTIVAL

 
19 Aprile 2019
 

Gianluca Gozzidirettore artistico del TOdays Festival ci ha raccontato le sue visioni e le sue prospettive sulle giornate torinesi
L’intervista con noi è stata un’occasione per farci raccontare una professione, un festival, una città e come il mercato legato all’imprenditoria culturale stia cambiando.

Alla fine dell’intervista c’è anche un piccolo indizio-spoiler su un prossimo nome in arrivo (vediamo quanti resistono e non vanno subito in fondo!).

Ho sempre pensato che le vere rockstar in un festival sono dietro al palco. Secondo te come sta cambiando il modo di fare festival?
Non so se le vere rockstar sono dietro al palco, perché chi è dietro ad un festival non fa una bella vita, anzi: si fatica moltissimo e il lavoro non dura i tre giorni del festival, ma si estende per tutto l’anno, se non di più. Tanti sono gli aspetti da considerare, dall’ideazione del festival all’effettiva realizzazione del tutto. In Italia noi chiamiamo festival anche cose che non sono festival. Il Festival è un evento immersivo, fuori dal quotidiano, che si svolge in un contesto unico. In Italia noi siamo abituati a delle rassegne, alle date uniche degli artisti, anche internazionali ma non siamo abituati all’idea di festival. Io non so come sta cambiando l’idea del festival in Italia, perché forse non è mai arrivata l’idea del festival. Il pubblico italiano è legato anche molto alla durata di un set, anche se dopo cinque edizioni di Todays possiamo dire che un pubblico che si innamora ed è attento c’è. Alla fine il pubblico è la vera rockstar: quando lo scorso anno abbiamo sostituito i My Bloody Valentine io mi aspettavo un martirio social, invece c’è stato un qualcosa di magico: il pubblico non solo non ha richiesto indietro i soldi, ma anzi altre persone hanno acquistato il biglietto. La gente non viene al festival per vedere un singolo artista, viene per il contenitore più ampio e importante, e la chiave è far sentire tutti pubblico protagonista (rockstar).

Tu fai questo lavoro da tanti anni, che consigli dai ad una realtà che inizia oggi a fare festival?
Io tendo a non dare consigli. Il festival si chiama Todays perché vuole rappresentare la contemporaneità: l’idea era quella di stare nel presente, senza guardare al passato e nemmeno anticipare troppo i tempi. Quando si tende a replicare i modelli già esistenti i risultati non sono sempre incoraggianti, il mondo cambia rapidamente anche nel modo di fruire la musica. A chi vuole fare questo lavoro consiglio di viaggiare, non solo online, infatti bisogna andare sui posti a vedere cosa succede, basta andare in Spagna, Svizzera o nell’est Europa. Capire cosa si vive e lasciarsi ispirare è fondamentale, a fare il festival non è il solo cartellone, ma c’è l’atmosfera che si riesce a creare nel luogo in cui l’evento avviene. Una magia del genere nasce dall’ispirazione, capire cosa succede è importante anche per capire come osare. Joe Strummer diceva: “Io non cerco il vostro consenso, ma quella tensione creativa che fa la differenza”. Io dopo un festival devo tornare a casa cambiato, anche disturbato. Il suggerimento è dunque osare anche sulle cose che non si conoscono. Creare tensione creativa è fondamentale.

Da quello che dici sembra che paragoni il festival all’andare a una mostra d’arte contemporanea e rimanere scioccati dalle prospettive di un artista.
Sì il concetto è quello, ci sono tre modi per pensare ad un festival: 1. fare quello che va di moda, 2. fare quello che ti piace, 3. fare qualcosa che crea una tensione creativa. In Italia spesso si prova a fare cose solo che riguardano le prime due prospettive, invece bisogna incidere sulle coscienze delle persone. Tornando a casa una persona dovrebbe dire “Wow, è stato esattamente come NON l’aspettavo”.

Qual è la sfida più difficile per creare questa tensione creativa nel festival?
Le sfide sono tante. Prima cosa è la proposta di un cartellone che si avvicini all’idea, al concept di base. L’idea reale è che invece bisogna capire chi è effettivamente disponibile per un festival, anche da un punto di vista economico. Per un festival è fondamentale anche superare le differenze di genere. Noi abbiamo anche superato le sfide del setting cittadino, abbiamo puntato su luoghi ex industriali che al tramonto del sole diventano riverberatori di quello che succede. Molti, dopo la prima edizione, rimasero colpiti dai set che erano stati ripensati e allestiti con l’idea di fare una cosa unica: molte di queste cose ovviamente avvengono anche naturalmente, per una magia di fondo.

C’è stato un momento della tua storia personale in cui hai detto “Ok, mollo tutto”.
Si, ogni giorno, anzi ogni secondo penso questa cosa (ride). L’eterna lotta tra quello che uno vuole e quello che è possibile fare effettivamente in Italia. Qui permane il concept del massimo sforzo (con fatiche enormi) con un minimo risultato, e la burocrazia pone spesso un limite alla creatività. Ci vuole un’ enorme tensione che si scontra, si umilia alcune volte, anche in termini di soddisfazione personale, con i tanti problemi. La passione è continuamente urtata dalla difficoltà, come quella di rapportarsi con un pubblico diverso, ad esempio in questi cinque anni sono cambiati completamente i gusti. L’equilibrio è difficilissimo. Ogni anno, ormai come una barzelletta, dico “per me è l’ultimo”.

Invece qual è quella cosa che ti fa andare continuamente avanti nonostante il “Mollo tutto”?
Credo che la mia non sia ostinazione, ma piuttosto tenacia. Non bisogna confondere le due parole. Ostinato è chi continua a sbattere la testa senza capire com’è veramente una situazione, avendo un’idea di ciò che è distorto da una idealizzazione di fondo, e in questo caso si sbaglia. La tenacia è alimentata dal cuore, dalla passione, è qualcosa che ti fa vedere oltre, ma con estrema coerenza e ti fa avvicinare a quello che hai in mente. Ecco perché è la tenacia che mi fa andare avanti, mentre l’ostinazione è offuscante e cieca, nemica in un certo senso del fare le cose che hanno un senso.

Cambiando genere di domanda: perché in Italia, ma anche globalmente, c’è un innalzamento esponenziale dei vari cachet degli artisti?
Il tema è complesso. In una visione globale c’è un pubblico, degli sponsor e un mercato. Il mondo dello spettacolo quando è cultura è un business. C’è una vera industria culturale in un sistema sano dove c’è mercato, e questo influisce sui cachet. In Italia questo non sempre accade, è difficile per un festival o una rassegna sopravvivere solo con i biglietti, mancano fondi e strutture per fare questo. L’Europa va in una direzione, ma l’Italia rimane fanalino di coda: il cachet di un artista internazionale (che dopo 3 anni è quadruplicato) ha poco senso in Italia rispetto all’estero, però bisogna adattarsi.

È cambiato il modo di fruire la musica, non c’è più un modo tradizionale, la dimensione del live diventa quindi fondamentale per trarre guadagno. Fare un tour per un artista fa economia. Gli artisti italiani che appartenevano ad una dimensione sotterranea, invece, negli ultimi anni sono emersi e sono riusciti a conquistare grandi arene, palazzetti, spazi nelle radio ecc. Questo porta ovviamente a un aumento di cachet in proporzione, ma ovviamente l’innalzamento del cachet non coincide sempre con un aumento del pubblico. Anche per la questione legata ai biglietti, in Italia non è funzionale alzare troppo i biglietti, siamo un popolo che preferisce spendere per altri beni.

Per chiudere il cerchio volevo chiederti se ci potevi fare un piccolo spoiler svelandoci quali sorprese ci sono per queste edizione del Todays?
Allora , siamo alla quinta edizione, quindi un momento di svolta. Dalle dita di un mano passi a quella dopo. Siamo partiti dall’idea di tirare le somme per fare la differenza, creando un cartellone diverso dalle altre cose in Italia, nè migliore, nè peggiore, semplicemente diverso.

Dall’inizio ci siamo imposti la “regola di non avere regole”: questo per noi significa anche abbattere le differenze di genere e provenienza geografica, e quest’anno la percentuale di artisti italiani sarà bassissima. In un momento in cui imperversa il “prima gli italiani” noi cerchiamo di non fare differenza, per noi conta solo la buona o la cattiva musica. L’edizione è incentrata sul concept dell’equilibrio, come si vedrà anche da un punto di vista grafico.

L’idea era quella di creare un festival che non facesse ridere chi abita fuori confine e che potesse ben figurare in un parterre di festival importanti europei, penso al Primavera Sound, all’End Of The Road. Abbiamo cercato di affiancare nomi storici a giovani già importanti: non vogliamo creare la differenza tra chi suona in cartellone come “headliner” e chi “apre”, queste idee non ci appartengono.

Per fare un piccolo spoiler, appena dopo Pasqua annunceremo un artista molto importante, anche dal punto di vista della mia formazione musicale, che suonerà in uno slot e in un momento non ultra-notturno.
(Non vi diciamo il nome, ma vi diamo un grande indizio…)

L’idea è comunque osare e far diventare qualcosa di impossibile una realtà, ma questo lo fa il pubblico. Ogni anno tantissimi italiani vanno al Primavera Sound, quindi bisogna anche captare quelli che si lamentano che in Italia non si fanno mai eventi del genere. Per fare tutto questo quindi si ha bisogno del pubblico e torniamo a quell’idea del pubblico come “rockstar”.

Io sono venuto a Torino la prima volta grazie a Todays e sono rimasto assolutamente stregato dalla città.
Todays è un festival della città di Torino, questo significa che l’ente che commissiona l’evento è il Comune di Torino. Per noi suggerire modalità di turismo diverse e far scoprire luoghi alternativi dai soliti percorsi è fondamentale. Perchè chi viene rimane affascinato da posti assolutamente inusuali e non segnalati dalle guide.

 

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