CHIACCHIERE DA PUB #1: L’INFLUENZA DI MOE TUCKER
…ovvero 10 grandi batteristi che i Riccardoni non capiranno mai

 
24 Aprile 2019
 


di Sebastian Lugli

Vi parlerò in modo del tutto vago di non-musicisti, quelli che sanno far dimenticare il gesto del suonare, che non ti fanno passare neanche per l’anticamera del cervello che il suono magico che stai ascoltando e l’effetto incredibile che ha sulle tue terminazioni nervose possano essere il frutto di migliaia di ore di sterili e pallosi esercizi [1].  Tutta gente che non si è pensata come un eroico esecutore di prove ginniche complesse, ma come un generatore di suono (per usare le note parole di Kevin Shields su Johnny Ramone) funzionale alla gestalt della band. Non è il genere di definizione che può stare su un trattato di musicologia, ma noi ce ne freghiamo, siamo al pub.

N.B. Non ci interessa qui dilungarci sulle singole carriere – su ognuno dei nomi che citerò da queste parti si potrebbe parlare per settimane, ma i saggi lettori di IndieforBunnies non hanno certo bisogno dei miei sproloqui per approfondire questi artisti.

Moe Tucker (The Velvet Underground)

Avrà anche delle idee politiche di merda [2] (comunque non è certo la sola, ahinoi), ma finché parliamo di musica Moe Tucker è la più grande batterista della storia, fine della discussione, chi non è d’accordo è un Riccardone.
Scherzi a parte, ognuno la pensi a suo modo, ma io son di quelli che non misurano la musica col tachimetro e il coefficiente da tuffo carpiato, ma guardano invece la capacità di creare un proprio universo, un proprio stile immediatamente riconoscibile, e l’impatto che si va ad esercitare sulle altre band e magari sullo sviluppo storico della musica.

Ebbene, la nostra Maureen, che non sapeva minimamente suonare la batteria, ne ha diviso la storia in un prima e un dopo.
Al cuore di tutto, una cassa ribaltata picchiata col mallet e un rullante picchiato con la bacchetta. Cos’altro serve?
Un’architettura d’avanguardia, un monolite, un rito sciamanico. Non è certo un caso che Maureen, quando i Velvet la chiamarono a suonare con loro, si sia interrogata su come trasferire in quella band ciò che le sembrava così potente dei suoi dischi di Babatunde Olatunji; e ha subito colto quello che ai più era sfuggito: la forza della musica rituale africana si esplica anche grazie a quello che non c’è (i piatti ad esempio), così chi ascolta è portato a concentrarsi sul suono profondo e ripetitivo di cassa e tamburi sprofondando in uno stato di trance. [3]

Lei è sempre stata umilissima, ha sempre sottolineato il fatto che non sapeva suonare e suonava così solo perché non avrebbe potuto fare diversamente, ma una volta se l’è lasciato scappare: “immaginate ‘Venus in Furs’ suonata da Ginger Baker. Non funzionerebbe!”. As simple as that.
Al suo stile si sono ispirati più o meno direttamente il krautrock, il post-punk, la psichedelia / neopsichedelia e derivazioni varie, l’elettronica, lo shoegaze, il noise, l’hip-hop, insomma, ci siamo capiti: la musica non sarebbe la stessa senza di lei, e senza la sua adorazione per Bo Diddley. Già, perché ho parlato di Babatunde Olatunji ma non è stato il suo unico maestro, ce n’era un altro che tra l’altro condivideva con Lou Reed

 

Clifton James (Bo Diddley)

La verità è che questo post avrebbe dovuto chiamarsi “l’eredità di Clifton James”, dato che è lui ad avere ispirato la nostra eroina. Può darsi che sulle prime questo nome non vi dica nulla, ma senza quest’uomo il rock non sarebbe quello che conosciamo. E non solo perché ha suonato in tanti dischi fondamentali di diverse band dell’epoca. Clifton era (purtroppo ci ha lasciato un decennio e rotti fa) l’uomo del Bo Diddley beat, sì, quel Bo Diddley che è Gesù (‘Bo Diddley is Jesus’ dei Jesus and Mary Chain), quello adorato da Moe Tucker e Lou Reed; “The Originator of Rock And Roll” non ha solo innovato la tecnica chitarristica introducendo ad esempio lo scratch, ma ha soprattutto portato nel rock i caratteristici ritmi minimali e ipnotici a cui dichiaratamente si ispireranno prima i Velvet Underground, e poi il resto del mondo.

Sui suoi ritmi ossessivi spesso Bo suonava freneticamente lo stesso accordo in loop: un intenso rituale sonico. “Repetition is a form of change”, dice una delle Oblique Strategies di Eno.
Tra l’altro si dice che Bo Diddley abbia anche inconsapevolmente salvato la vita di un giovane Jim Morrison, il quale avrebbe rinunciato al suicidio dopo avere sentito alla radio la sua “Crackin’ Up”. E come dargli torto?

 

Bobby Gillespie (The Jesus and Mary Chain)

Con un salto in avanti ci troviamo ai JaMC, che dopo mesi di riflessione nella cameretta dei fratelli Reid (con la presenza fissa di Douglas Hart, protagonista ingiustamente sottovalutato dell’epopea Mary Chain), erano pervenuti a un’idea forte e chiara: unire le melodie del bubblegum pop femminile anni sessanta con il feedback più selvaggio e – veniamo a noi – con la ritmica minimale dei VU.

Nasce così l’EP “Upside Down” e i successivi album “Psychocandy” e “Darklands”, dove il caratteristico pattern di Moe Tucker è quasi onnipresente. Sebbene agli inizi dietro alle pelli ci fosse un poco coinvolto Murray Dalgish – che purtroppo per lui prima di “Psychocandy” decise di dare retta a suo padre e lasciare la formazione per andare a lavorare in fabbrica – quello che meglio si è fatto interprete di questo approccio è stato senza dubbio colui che l’ha sostituito, il giovanissimo Bobby Gillespie. Non molto tempo dopo anche lui se ne andò per dedicarsi a tempo pieno ai Primal Scream, ma è sempre rimasto il punto di riferimento di come deve suonare un batterista secondo i fratelli Reid.

In piedi, forsennato, con zero musicianship [4] e tanta attitudine.

 

Laura MacPhail e Ann Donald (The Shop Assistants)

Le metto entrambe così non scontento nessuno, le due batteriste che si alternavano alle pelli nel periodo migliore della band. Emersi dalla scena scozzese insieme a The Jesus and Mary Chain, Primal Scream e The Pastels (gninta, insomma…), il combo di Edimburgo, con la sua formazione a 5 di cui 4 ragazze e 1 ragazzo, era a cavallo del 1985 una delle band più seguite della scena indiepop – tra le ampie fila dei loro estimatori c’erano anche Morrissey e l’immancabile John Peel. Spesso associato al C86 e al twee pop, il loro suono è grezzo, tanto melodico quanto sporco, orgogliosamente indipendente anche nell’estetica. Anche qui la batteria che valorizza il tutto è decisamente minimale, suonata in piedi, proprio come in quei mesi a poca distanza sta facendo il glasvegiano Bobby G.

Purtroppo gli Shop Assistants per una serie di ragioni si sono persi e sono stati un po’ dimenticati dai più, ma non da tutti: di recente Dom Gourlay l’ha inserita nel suo articolo “10 bands from the eighties you need in your life” su Gigwise – che vi consiglio sinceramente di non perdervi.

 

Becky Stewart (Loop)

Mai nome fu più azzeccato: la band londinese cattura l’ascoltatore in una trappola sonica fatta di ripetizioni stordenti e distorsioni senza fine, proiettandolo nel cosmo oscuro dello space rock. Sui Loop mi sbilancio e dico che, a mio parere, sono stati e restano una delle massime espressioni della neopsichedelia.

Al suo Zenith la band vedeva alla batteria John Wills, di evidente fede Liebezeit-iana (Can), a deliziarci con circolarità e geometrie sublimi; ma diversi erano i ritmi degli esordi: nel già splendido primo EP “16 Dreams” i doveri ritmici erano assolti da Becky ‘Bex’ Stewart, cofondatrice della band (e ai tempi ragazza di Robert Hampson), in pieno stile Tuckeriano. E funzionava, eccome se funzionava. Ascoltare per credere brani come “Head On” o “Burning World”.

 

Klaus Dinger (Neu!)

Il mio drumming era road music. Era come essere guidati lungo una grande strada e lasciarsi andare alle emozioni. Cosa dire di colui che più di tutti ha saputo ridurre all’osso, fino a meccanizzare il suo stesso ruolo, e (insieme a Jaki Liebezeit dei Can) ha dato vita a uno stile di drumming che da mezzo secolo ormai la fa da padrone in mille generi e derivazioni? Parlo naturalmente del motorik beat, un passo ostinato che non conosce posa o cambiamento. Ancora una volta (come può non essere circolare un discorso su qualcosa di circolare?), la maggior parte della musica che amiamo non sarebbe la stessa senza il motorik – anche se Klaus preferiva chiamarlo Apache Beat. Naturalmente anche qui c’è l’influenza di Moe Tucker, che non a caso è stata definita “proto-motorik”, e per suo tramite c’è Clifton James.

Con la cassa in ottavi e le chitarre che entrano ed escono dal loop di basso, già dall’esordio la band teutonica ha cambiato per sempre la storia del rock. Non lo dico io, lo ha scritto un certo Julian Cope, uno de passaggio insomma.

 

Steve Shelley (Sonic Youth)

Sulla grandezza dei Sonic Youth credo e spero che non ci sia bisogno di aggiungere niente. E Steve Shelley, col suo drumming minimale, è il cuore pulsante dei Sonic Youth dal 1985: 13 album e un’enormità di EP, singoli, collaborazioni, colonne sonore e quant’altro. Anche se quando penso a lui mi vengono subito in mente i tom ipnotici di “Schizophrenia”, in moltissime altre tracce il suo è un quasi-motorik. Non è certo per caso che, dopo la morte di Klaus Dinger, Michael Rother ha chiamato proprio lui per la reunion dei Neu!

Come ben sapete, il solito Eno diceva che è più interessante far suonare gli uomini come macchine che far suonare le macchine come uomini, e Steve Shelley ne è un po’ la dimostrazione, con la sua capacità di rendere espressiva e irripetibile ogni battuta, pur nella sua meccanicità. La capacità dei SY di esprimere le nevrosi umane nella metropoli post-industriale è anche merito del suo stile.

 

John Lynch (Telescopes)

Dopo tre decenni di illustre carriera, nel 2017 i Telescopes hanno pensato bene di far uscire due album pazzeschi (‘As Light Returns’ e ‘Stone Tapes’), forse i loro migliori di sempre, che sono entrati a buon diritto in molte classifiche come album dell’anno. Un altro ottimo lavoro è uscito di recente. Merito della genialità di Stephen Lawrie, certo, e in parte anche dei (non-) musicisti con cui sta lavorando negli ultimi tempi.

La band ruota sempre, tanto che è difficile vederli due volte dal vivo con la stessa formazione, ma dietro alle pelli c’è un pivot indiscutibile: John Lynch, con il suo drumming primitivo, una specie di versione vichinga di Moe Tucker che percuote selvaggiamente timpano e rullante (più il charlie, a differenza di Maureen) in una sorta di trance rituale. Provate a immaginare album come “Stone Tapes” e, soprattutto, “As Light Returns”, con un batterista scolastico e ora ditemi se John non è semplicemente perfetto per questo suono.

 

Kenny Morris (Siouxsie and the Banshees)

Anche Kenny Morris o il bassista Steve Severin non sono il genere di musicisti che senti citare tra i migliori interpreti dei rispettivi strumenti, eppure io li trovo fantastici. Il sound dei Banshees è nato togliendo, riducendo all’osso ed eliminando tutto ciò che era cliché: niente assoli di chitarra, niente chiusure secche di batteria ecc…E’ cosa nota che la Siouxsie arrivò a togliere il charleston dalla batteria di Kenny Morris, per liberarsi anche di questo luogo comune del rock che ormai era diventato “flaccido e perverso”, come disse una volta Severin.

Sì, Severin come il protagonista di Venus In Furs dei VU, ai quali la dark lady Siouxsie voleva rubare il sound di chitarra e non solo. Altri suoi grandi modelli erano i Roxy Music (ma toh, quelli di un certo Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno, meglio noto come Brian Eno, autore di un libro-manifesto intitolato “Music for non-musicians”…piccolo il mondo) e i Can, dei quali ammiravano la capacità di creare sonorità circolari, in cui perdersi, come in un rituale magico-religioso…Again, tutto questo può funzionare solo dopo un processo di sintesi come questo.

 

Sune Rose Wagner (The Raveonettes)

Sul fatto che le batterie dei Raveonettes siano pesantemente influenzate dal caratteristico stile di Moe Tucker (via Bobby Gillespie) non ci sono grandi dubbi; casomai il tema è chi sia il batterista dei Raveonettes, visto che non ne hanno mai avuto uno in lineup.

Dal vivo dietro alle pelli si sono alternati in tanti nei diversi tour, mentre in studio Sune Rose Wagner si occupa personalmente delle batterie; non suonandole però, bensì architettando trame di sample. D’altra parte non si tratta di una drum machine, perché i sample sono suonati da una persona e non sono sempre uguali. E’ un po’ quello che i My Bloody Valentine fecero in ‘Loveless’, mutatis mutandis. Comunque nell’album “Pretty in Black” hanno fatto un’eccezione e hanno chiamato una batterista in carne ed ossa. Indovinate chi…? Vabe’, rigore a porta vuota: proprio lei, Maureen Tucker.

 

Bob Mustachio (The Warlocks)

Altra band difficile da tracciare in quanto a line-up; tanti i batteristi che si sono alternati, anche a due alla volta nei primi lavori. Comunque, la band di Bobby Hecksher (ex Brian Jonestown Massacre) non ha mai fatto mancare la sua ottima psichedelia. La ricetta è semplice: tre chitarre hollow-body mandano fuzz e feedback a palate da grandi ampli Fender, Bobby aggiunge la sua voce lamentosa e il tutto si innesta su una ritmica di solida matrice Velvetiana.

Per i collezionisti di fatti segnalo che nell’album forse più velvetiano di tutti, “The Mirror Explodes”, dietro alle pelli c’è tale Bob Mustachio.

 

Olya Dyes (The Underground Youth)

La band britannica, ormai da qualche anno di stanza a Berlino, macina uno scuro postpunk minimale che cambia forma in ogni album, avvicinandosi di volta in volta alla psichedelia, al dreampop o alla darkwave. Accanto al fondatore Craig Dyer, folgorato sulla via dei Brian Jonestown Massacre, c’è la moglie Olya Dyer che, dietro a un kit ridotto all’osso, suona in piedi pattern tipicamente Velvetiani con una furia alla Bobby Gillespie. Ascendenza Tuckeriana pura insomma.

Il drumming di Olya ha anche un grande impatto scenico, perfettamente integrato nell’estetica ricercata della band.

Ho scelto questi ma ovviamente ce ne sono tantissimi altri – l’avete capito, i semi dell’influenza di Moe Tucker si sono sparsi ovunque, germogliando diversamente nei diversi terreni. Ne sono un ottimo esempio Sander Pelsmaekers dei belgi Whispering Sons ed Erica Terenzi dei pesaresi Be Forest, che hanno declinato in modo decisamente personale la lezione di Maureen.

[1]E infatti non lo è, fondamentalmente. Comunque, mica con questo voglio dire che tutti i musicisti tecnicamente preparati siano banali: potremmo fare parecchi nomi che dimostrano il contrario. Anzi, magari finita questa rubrica ne parliamo.
[2]C’è una sottile ironia del destino (e forse materiale per gli psicanalisti) nel fatto che un’artista che rappresenta la negazione dell’individualismo ideologico in musica (non sono certo il primo a fare paralleli tra il mito del virtuoso e l’individualismo ideologico Reaganiano-Thatcheriano), abbia poi dichiarato simpatia per una forma politica di individualismo estremo come il Tea-party.
[3] E’ vero che nei ritmi africani c’è poi lo sviluppo a livello verticale, ma questo nello stile di Moe Tucker non è filtrato: come spesso succede i limiti del musicista danno forma alla sua unicità.
[4]I lettori di Indie for Bunnies ben conosceranno il diverso uso dei termini inglesi musician e player, solo il primo dei quali ha una connotazione negativa – ovviamente mi riferisco a un pubblico che abbia fatto propri i dettami del post-punk e/o dell’indie e di tutto ciò che ci sta intorno).
Poi da qui si apre un mondo, il discorso generale del rapporto tra artista e tecnica, che esula dai nostri semplici scopi (raccontare l’influenza di una grandissima artista).

 

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