URLA DEL SILENZIO. VENT’ANNI SENZA ADRIAN BORLAND

 
26 Aprile 2019
 

26 Aprile 1999. A uno sputo dal nuovo millennio e ormai sazio di vita, o forse disgustato dalla stessa, Adrian Borland volle chiudere il cerchio. Adrian era il leader di una delle band più sottovalutate dell’intero panorama new wave-post punk: i The Sound. Nati nel 1979, implosero alla fine degli anni 80, ma non prima di averci regalato dei tesori inestimabili, sei dischi tra i quali spiccano “Jeopardy” del 1980, “From the Lions Mouth” del 1981 e il bellissimo, ma ignorato, “Heads and Hearts” del 1985.

Non è il caso qui di fare una biografia di Adrian Borland e del suo gruppo perchè a vent’anni dalla sua scomparsa il web tributerà i giusti onori alla sua figura e alla sua arte, pertanto preferisco ricordare in altro modo, partendo dalla fine o cercandone l’essenza artistica attraverso la sua musica.  “I Can’t Escape Myself”, con il suo incedere sornione fa spazio ad una voce disturbata e al limite del crollo con un testo che ci spiega tutto; tutto quello che avverrà vent’anni dopo con parole gravi e pesanti, ormai macigni nell’animo di Adrian.  “Heartland” è lacerante, sincopata, veloce. Quello dei Sound è post punk , ma di personalissima lettura: acido, distorto, aggressivo, come un animale in catene che si dimena senza trovare via di fuga. “Jeopardy” è un album oscuro, teso, metropolitano, ricco di synth e soluzioni raffinate, vedi “Hour of Need”, notturna, nevrotica e oppressiva. Io non lo so perchè questo disco (come poi gli altri) non ebbe il successo dovuto, non l’ho mai capito e come me se lo domandano schiere di appassionati. Cos’ha di meno rispetto ad altri un brano come “Night Versus Day”?

Un anno dopo Borland, Graham “Green” Bailey (basso), Michael Dudley (batteria) e  Colvin Myers (synth) ci riprovano e danno alle stampe un album ancora più intenso, meno diretto, ma indubbiamente più curato. “From the Lions Mouth” ha una copertina bellissima e iconica e il contenuto lo è ancor di più. Romanticismo doloroso, basso in primo piano con linee piene e possenti, la voce di Adrian Borland che accarezza melodie che ti restano impresse per sempre. “Winning” ha un testo che è un inno alla rinascita, ma io l’ho sempre trovata un falso positivo con quelle tastiere laceranti come lacrime. Un disco suonato in modo perfetto, brani che sono gemme: “Sense of Purpose” (basso e chitarra in duetto), “Skeletons” (quanto c’è di Interpol?) e via via fino all’ultima traccia: “New Dark Age”, marcia lugubre e misterica.  Nemmeno stavolta le vendite renderanno giustizia alla band che capirà di non poter mai dare all’industria discografica un prodotto per le masse con i soliti singoli da classifica.

“All Fall Down” infatti ne risente ed è un disco interlocutorio atto a preparare il nuovo corso che si definisce con “Heads and Hearts”, pop di nobile fattura, ormai lontano dal post punk, ma intenso e introspettivo. “Whirlpool” è brano iconico come il capolavoro del disco, quella “Total Recall”, lenta, ruffianamente pop, delicata e malinconica.

“Oh there must be a hole in your memory, but I can see , I can see, a distant victory. A time when you will be with me”

Parole che non fanno altro che confermare l’altezza assoluta come paroliere di Adrian Borland, autore fin troppopersonale e profondo.  Echi di quello che erano stati i primigeni Sound si ritrovano in brani come “Restless Time”. Ovviamente anche questo disco, a dispetto delle sempre positive recensioni della stampa, non vende quanto dovrebbe e così, dopo un ep “Thunder Up”, la band si scioglie e i suoi membri si disperdono, ognuno impegnato nei propri progetti.

Adrian resterà nel mondo della musica tentando caparbiamente la via solista e cercando, in questo modo, di esorcizzare i demoni della depressione e di una instabilità psichica che si fanno sempre più pesanti e violenti. Nulla accadrà a migliorare la sua vita o almeno consolarla. Morirà suicida gettandosi sotto un treno della Wimbledon Station di Londra ed io non posso pensare che, questo ultimo gesto, invero estremo, ma necessario, abbia consegnato il suo talento, e forse anche il suo dolore, all’assoluta memoria perenne di chi deciderà di avvicinarsi alla musica dei Sound.

Camus scrisse ne “Il Mito di Sisifo”, che uccidersi è confessare, confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa. Forse per Adrian Borland, come per tanti altri artisti che lo hanno preceduto e altri che ne verranno in futuro, togliersi la vita è stato semplicemente un modo per dire a tutti che, era arrivato il momento di (farsi) dimenticare, di abbandonare tutto quello che era stato fatto perchè non c’era null’altro da fare e quello che era stato fatto, pur non essendo stato compreso e forse apprezzato dalla massa avrebbe avuto poca importanza. Adrian ce lo aveva già detto, è tutto nei suoi testi, nelle sue canzoni, in calce viva; un monito assurdo e definitivo al quale dobbiamo rispetto e amore. Null’altro va aggiunto se non quello di recuperare gli album dei Sound e vedere, in qualche modo, il bellissimo documentario uscito nel 2016, “Walking in the Opposite Direction” che getta giusta luce dissipando le ombre dell’indifferenza.

 

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