CONCERTO DEL 1° MAGGIO
Live Report @ Piazza San Giovanni (Roma, 01/05/2019) + Interviste

 
2 maggio 2019
 

Il Primo Maggio è un magma, un’energia cinetica, infatti tutto si crea, si mescola, si annaffia (causa pioggia) ma niente si distrugge definitivamente sul palco del concertone.

La fotografia di questo Primo Maggio è chiara: la nuova scena italiana ha preso, conquistato tutto e completato la transizione verso il nuovo pop italiano. L’acqua (a tratti tanta) ha fatto sbocciare e germogliare, da buon concime, tanti set interessanti. Per raccontarli abbiamo deciso di fare una selezione dei 5 set (che ci hanno colpito di più), in più ci siamo fatti raccontare il Primo Maggio da tre, anzi quattro, artisti: La Rappresentante di Lista, La Municipal, Colapesce e Bianco.

La Rappresentante di Lista: “creativi al potere”.

L’atterraggio con il palco del primo maggio è soffice, lieve e leggero. Non c’è peso che la corporeità e la teatralità di questa band non regga. Anche su un palco che solitamente porta le band con set complessi a disperdersi, loro sono affilati come lame e donano un nuovo volto allo stage. Tutto è estremamente corporale, vivo e  vitalistico. Una frase di Dorothy Parker mi è venuta in mente guardandoli: “We thought we were going to make the world better. I forget why we thought it, but we did.”. La Rappresentante di Lista è il vero miracolo di creatività, di fantasia e qualità sul palco del concertone.

Ecco la nostra breve intervista:

Il vostro è un live corporale, vissuto. Cosa state portando sul palco in questo tour e anche oggi (Ieri)?
Veronica: Portiamo semplicemente quello che sappiamo fare meglio. Noi stiamo sul palco allo stesso modo, sia su un palco come questo che su un club, vogliamo trasmettere il nostro modo di “masticare le nostre parole”.
Dario: Ci siamo chiesti molte volte cosa dovevamo fare in più sul palco del Primo Maggio, noi alla fine abbiamo capito che bastava semplicemente essere noi stessi e sicuri del nostro messaggio, della densità delle nostre parole e di quello che cerchiamo di raccontare, anche nei concerti durante il tour.

Come vi aiuta il vostro background teatrale nella preparazione di un live?
Veronica: Noi abbiamo un forte background teatrale, siamo nati proprio dal teatro. È difficile però dire cosa veramente ci portiamo, perché è una cosa che abbiamo dentro e ogni tanto, al momento giusto, esce. È come quando si impara una lingua nuova da piccolo e ogni tanto si tirano fuori i vocaboli per esprimere un concetto.

Cosa avete portato di diverso in studio per preparare “Go Go Diva”? Come state metabolizzando il disco?
Dario: Oltre alla solita crew abbiamo portato nuovi musicisti come Fabio Gargiulo e altri, poi il grande aiuto è arrivato come sempre del nostro team e da Woodworm che ci ha permesso di costruire tutto questo. Sicuramente ci portiamo anche gli anni in più e le esperienze che abbiamo attraversato da “Bu Bu Sad” a “Go Go Diva”.

Sono cambiate le parole chiave del vostro lavoro?
Veronica: Si sono trasformate, in base a tutto quello che abbiamo vissuto.
Dario: Ti faccio un esempio, in “Bu Bu Sad” la parola chiave era il NOI, c’era una dimensione corale, in Go Go Diva c’è invece la necessità di trovare una relazione più profonda e nuova tra l’Io e il problema che affrontiamo. L’io contro il mondo.
Veronica: Inoltre se una volta avevamo paura di parlare d’amore o di dire “ti amo”, in Go Go Diva ci siamo sentiti di raccontare l’amore. Avevamo bisogno di parlare d’amore in modo sfacciato.

Come mai questo cambiamento sul tema dell’amore?
Non c’è un perché, ne avevamo semplicemente bisogmo.

Colapesce & Bianco: “We Want a Tour”.

L’affinità elettiva che unisce certi artisti sul palco va oltre la semplice amicizia: con poche prove ma tanto gioco di esperienza, Colapesce e Bianco hanno costruito un set che porta anche il segno/sigillo di De Andrè. È chiaro che ora è impossibile non pensare ad un tour insieme, portare in giro due cantautori così leggiadri e che hanno delle visioni così fresche, ma non banali o alla “moda”. Scambiarsi, accompagnarsi e attraversarsi in un’amicizia che diventa un simposio, un incontro artistico sul palco del Primo Maggio, noi proprio su questo li abbiamo intervistati.

Come è nato il set?
Colapesce: La band è di Bianco, io ho semplicemente imbucato Mario Conte. Tutto nasce da un’amicizia, lui mi ha invitato e sono stato molto contento perché è stato stimolante suonare insieme, io quando suono con altri non riesco a scindere l’amicizia. È un fattore veramente troppo importante.

È possibile ipotizzare un tour insieme?
Colapesce: Io penso sempre che nulla è da escludere completamente (ride)
Bianco: No no, escludiamo l’idea (ride), no scherzo in realtà sarebbe molto bello, chissà…

Che tipo di fotografia esce fuori da questo primo maggio?
Colapesce: È molto eterogenea come immagine e tutto questo è bello. C’è tutto, e così deve essere, c’è la trap, il rock, il cantautorato e Noel Gallagher che fa pianeta a se. Mi sembra valida, ma soprattutto tra le ultime edizioni questa mi sembra la più esatta e centrata anche sul nostro tempo.

Secondo voi su un palco del genere che parole chiave vanno portate?
Colapesce: Vanno portate pochissime parole, siamo in un periodo di incredibile, fortissima retorica che sta solo danneggiando temi fondamentali. Andare a fare un iper-produzione di significati, significanti ecc.. è solo pericoloso e deleterio per un palco del genere. Ci deve essere rispetto per la festa del lavoro e per il lavoro, “tutto il resto è noia”

Va riscoperta l’essenzialità?
Colapesce: Secondo me si, assolutamente. Questo è un momento storico in cui dobbiamo lavorare per sottrazione, perché mi sono “rotto i coglioni” della gente che scrive, ad esempio su Facebook, qualsiasi cosa.

Come si lavora per essenzialità per un cantautore?
Colapesce: Concentrandosi sul proprio lavoro e sul contenuto perché solo quello batte e supera la superficialità e il tempo.
Bianco: Bisogna esprimere i propri ideali parlando di cose semplici. Si può scrivere una canzone politica-sociale parlando d’amore e credo sia molto più efficace essere leggeri.

La Municipal: “Semplicità mistica”

Con “Bellissimi Difetti” hanno portato alla luce un songwriting tra i più interessanti in circolazione, perlomeno nella giovanissima generazione di autori. Il loro è un flusso di coscienza che però non resta solo testuale, ma prende corpo in un live-set importante, che non tradisce il disco e il buon lavoro fatto di studio. Il mix tra l’acustico e l’elettrico è perfettamente bilanciato, tutto è dosato con sapienza. La Municipal è essenzialità, ma proprio in questa semplicità si nasconde un universo mistico e fortemente legato alle radici, alle origini.

Intervista a La Municipal

Per partire dal disco volevo chiedervi quali sono i “bellissimi difetti” della nostra generazione?
Crediamo che fondamentalmente le persone siano diventate più distanti tra loro anche a causa della tecnologia, che non riesce effettivamente ad avvicinare le persone. Si rimane confinati a guardare uno schermo, a non staccare mai lo sguardo. C’è una profonda solitudine di fondo, bisogna guardare in faccia le persone, perché altrimenti si rimane legati a delle immagini di perfezione false, che ci sono proposte.
Il nostro discorso è semplice: accettarsi per quello che si è, anzi i difetti ci rendono unici e capendolo riusciamo a star bene prima con noi stessi, poi con gli altri.

Com’è cambiato il lavoro in studio e di produzione?
“Bellissimi Difetti” ha un suono molto vicino a quello che è il live che portiamo in giro. Noi proveniamo da band molto diverse, che facevano anche generi molto più duri, però questo approccio di pensare al disco anche sul live credo sia stato funzionale e infatti lo riproporremo anche per il prossimo lavoro.

Bellissimi Difetti e il nuovo disco sono collegabili?
Possiamo tranquillamente dire di si. Praticamente il nuovo disco in lavorazione è la parte B di “Bellissimi Difetti” perché sono stati scritti nello stesso periodo, effettivamente avevo scritto molte canzoni e allora abbiamo deciso di impostare così i due dischi. Si potranno ascoltare come un unicum.

Il periodo particolarmente fecondo, che mi hai appena descritto, che tipo di parole chiave aveva?
Sicuramente la parola precarietà è stata chiave, perché in questa fase all’inizio dei trent’anni c’è molta precarietà. Noi abbiamo visto tantissimi amici partire per andare all’estero e lavorare, quindi credo sia una parola giusta per descrivere la bolla in cui mi trovavo. Queste idee sono servite per buttare fuori tutti quei pezzi.

Voi avete suonato la Canzone di Marinella per “Faber Nostrum”, come è nata questa idea e come avete metabolizzato tutto questo?
Sicuramente siamo stati contenti di aver partecipato a questo progetto, che non è un progetto di “cover” ma siamo stati chiamati a reinterpretare dei brani che fanno parte di una tradizione, di una cultura. È difficile anche emotivamente scegliere e interpretare un pezzo di De André, abbiamo fatto prevalere le emozioni anche con “La Canzone di Marinella” che può sembrare veramente un pezzo intoccabile. Noi comunque siamo stati veramente felici di poterci confrontare con tutto questo.

Che ci racconta la lineup di questo Primo Maggio sull’Italia?
Il cast rappresenta una generazione nuova. I ventenni vanno continuamente ai concerti, anche nei club, nei locali, non c’è bisogno del sold-out. C’è un fermento musicale generazionali e soprattutto c’è una grande voglia di cantare, anche in italiano-rispetto al passato, infatti non c’è più l’idea di cantare solo in inglese, questo aiuta molto anche nuove realtà a venir fuori nel nostro paese.

The Zen Circus: “The untouchables”

Intoccabili e ormai di casa sul palco del Primo Maggio. Disegnano un set che si cuce con forza e vigore su tutta la piazza. L’ondata Sanremo ha ampliato, giustamente, il raggio d’azione di una band che è storica, perlomeno per il nostro contesto.

Vederli è comunque un piacere, i pezzi scelti sono funzionali a far tremare la piazza. Mai banali e con la giusta dose di irriverenza, il circo zen fa parte del Primo Maggio.

Noel Gallagher: “Un Marziano a Roma”

Tra pezzi propri, Oasis e “All You Need Is Love”, si divincola il set di Noel Gallagher. Come diceva, qualche riga più sopra, Colapesce, Noel Gallagher è un pianeta, un universo unico e separato in questo Primo Maggio. Sospeso in una dimensione onirica tra la storia e l’inconcepibile Noel Gallagher fa un set da lacrimoni, anche per i non-fan. In “Il gioco e il massacro” Flaiano ha scritto: “Nell’amore di gruppo c’è almeno il vantaggio che uno può dormire”, ma nel momento d’amore che ha regalato Noel (sempre con la sua estrema imperscrutabilità) nessuno ha dormito.

Un Primo Maggio come questo possiamo definirlo musicalmente a-tipico, e può portare a tante riflessioni, a innumerevoli spunti.

Adesso però si è fatto tardi e prendendo ispirazione, anzi indossando idealmente i panni di Tonio Cartonio vi lascio con una pezzo della bella poesia di Philip Levine:“What Work Is”:

We stand in the rain in a long line
waiting at Ford Highland Park. For work.
You know what work is—if you’re
old enough to read this you know what
work is, although you may not do it.
Forget you.

In fin dei conti, il Primo Maggio serve anche a farci riflettere sul lavoro e sul suo futuro.

 

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