FAT WHITE FAMILY
Serfs Up!

[ Domino Records - 2019 ]
7
 
Genere: Synth Pop, Art Pop, Art Rock
 
di
2 Maggio 2019
 

Vi ricordate i Fat White Family, anticapitalisti, provocatori, quelli che suonavano nell’Hell Stage di Glastonbury alle 5 del mattino, quelli che perdevano denti durante i live dalle botte che si tiravano, quelli che mostravano il pene alla prima occasione possibile, gli antiborghesi che sembravano avere bevuto il sangue di gente come (il loro idolo) Mark E. Smith?

Non dimenticate chi sono e quello che facevano.

Perché se “Song for Our Mothers” poteva essere un indizio difficile da interpretare, “Serfs Up!” è una prova. Schiacciante.

E tutto questo nel periodo in cui il punk inglese sta vivendo un momento d’oro, trainato da gente come Idles, Shame e recentemente da un grande album come quelli dei Fontaines D.C.: ma i Lias Saoudi e sodali sono così irriverenti (e stronzi) che decidono di fare tutt’altro.

Le note al disco riportano che “Serfs Up!” è un’opera lussureggiante e magistrale, lasciva e personale, tropicale, simpatetica e monumentale>: dove gli aggettivi positivi e grandiosi (lussureggiante, magistrale, monumentale) suonano, agli orecchi di chi li ha conosciuti a tempo debito, quasi come una gran presa di culo.

Scordate, quindi, le chitarre ruvide, il violento disordine, le caotiche allusioni (che poi tanto allusioni, non erano) sessuali e politiche, i modi provocatori e dissacranti: i Fat White Family, col consueto stronzo nichilismo, si sono Alex Turner-izzati e hanno voluto mettere sul piatto il loro “TBH&C”, almeno pare: via le chitarre, i rantoli, la sfacciataggine, la sfattataggine, dentro i synth, le campionature, il digitale, i violini, il piano, gli ottoni jazzeggianti, i cori, dei giri di basso sinuosi; decidono di vestirsi più da Moby e da Pet Shop Boys che da The Fall, ma con un’eleganza noir, dannata e, verrebbe da dire, quasi borghese. Il punto è che ci riescono pure.

I Fat White Family sono un virus moderno: colpisce, ed è così intelligente che appena si rende conto che qualcuno ha trovato la cura, muta di forma e di sintomi.

La vera prova è quindi riservata ai prossimi live: vedremo se tireranno ancora fuori le palle (in senso non metaforico) o terranno la maschera, prendendoci ancora in giro con tale stile. Come chi prende in giro l’estabilishmententrando dalla porta di servizio di una festa riservata all’élite, col vestito buono rubato chissà dove e con una strana, innata naturalezza nell’ostentare modi da salotto, mentre mangiano tartine a sbafo e pisciano di nascosto nella coppa dell’analcolico. Con quel coraggio e quella sfacciataggine tali che nessuno ha lo stesso coraggio di buttarli fuori dalla porta principale, come dovrebbe essere.

Foto Credit: Ben Graville

Tracklist
1. Feet
2. I Believe In Something Better
3. Vagina Dentata
4. Kim’s Sunsets
5. Fringe Runner
6. Oh Sebastian
7. Tastes Good With The Money
8. Rock Fishes
9. When I Leave
10. Bobby’s Boyfriend
 
 

Greet Death – New Hell

Quest’anno Babbo Natale ha dovuto risvegliare in anticipo di oltre un mese le sue amate renne per portarci in dono il nuovo lavoro degli ...

Due – Due

Avevamo già apprezzato il disco d’esordio di Luca Lezziero, così scarno, acustico ed evocativo, alla ricerca di un linguaggio ...

Il Buio – La città appesa

Sei anni dopo il debutto intitolato “L’oceano quieto”, Il Buio riemerge dalla provincia vicentina per portarci a fare un giro nel ...

Sean Henry – A Jump From The ...

E’ passato poco più di un anno dall’uscita del suo primo LP, “Fink”, ma Sean Henry il mese scorso ha già pubblicato questo suo ...

William Patrick Corgan – ...

Arriva un po’ come un piccolo regalo a sorpresa questo “Cotillions”, terzo album solista di William Patrick Corgan (per gli amici ...