“CREDO CHE LE MIE ORIGINI ABBIANO INFLUENZATO IL MIO MODO DI SCRIVERE”: LA NOSTRA INTERVISTA CON THE MOLOCHS

 
3 maggio 2019
 

The Molochs sono un gruppo californiano indie-pop dalle venature psichedeliche. Il loro secondo LP, “America’s Velvet Glory”, uscito nel 2017, li aveva donato una buona visibilità in tutto il mondo grazie al gusto retrò delle sue canzoni. Lo scorso settembre è uscito anche il loro terzo album, “Flowers In The Spring”, e ora la band statunitense arriva in Italia a presentarlo con tre date (venerdì 10 maggio a Bologna al Covo Club, sabato 11 a Firenze al Titty Twister Club (all’interno dell’Annibale Festival) e domenica 12 a Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR) al Red Zone Art Bar). Noi di Indieforbunnies.com abbiamo approfittato di questa occasione per scambiare due chiacchiere via e-mail con il cantante Lucas Fitzimons. Ecco cosa ci ha detto:

Ciao, come state? Presto suonerete a Bologna, Firenze e Verona: è la vostra prima volta nel nostro paese? Che cosa vi aspettate da questi vostri concerti italiani?
Ciao, sto bene. Sto per fare il mio ultimo turno al lavoro prima di partire per un tour di cinque settimane. E’ molto bello! Sarà la nostra seconda volta in Italia, ma la prima volta che suoneremo in tutte queste tre città. Credo che riusciremo a creare un’ottima connessione con la folla italiana. Il nostro booking agent e il nostro tour manager sono entrambi italiani e abitano lì, così credo che troveremo un’atmosfera famigliare. Spero che avrò un po’ di tempo per girare queste città… Mi piace conoscere il luogo camminando.

Posso chiederti perchè avete scelto di chiamare la vostra band The Molochs? Ha qualche significato particolare per voi?
Ho conosciuto per la prima volta il Moloch attraverso una poesia. Mi girava per la testa nel periodo in cui ho iniziato questa band. Non l’ho scelto per una ragione particolare, se non che mi sembrava unico, ma mi piace il significato che sta dietro a esso. Allen Ginsberg usa il Moloch come un simbolo. Nella mitologia, Moloch era un divoratore di giovani. La genta pensa che riguardi un mostro che mangiava i bambini, che è una cosa stupida. E’ un simbolo che sta per la perdita della tua giovinezza, della tua individualità, del tuo piacere della vita. Per me è importante che invecchiando non lasciamo che le aspettative della società consumino la nostra giovinezza.

Il vostro primo album, “Forgetter Blues”, è stato realizzato nel 2013, mentre il vostro sophomore, “America’s Velvet Glory”, nel 2017: che cosa è successo durante questi quattro anni?
Credo che non fossi pronto a inseguire il mio sogno. Ero ancora al college e non sapevo cosa avrei voluto fare. Non mi prendevo seriamente come artista. Nel 2014, quando ho iniziato la scuola di specializzazione per ottenere il Master in storia, ho capito quanto fosse serio e come non fossi pronto per quello. Ho voluto mettere tutto nella musica. Ho deciso di lasciare la scuola e scappare.

Inoltre avete firmato un contratto con la Innovative Leisure: come vi trovate a lavorare con loro? Cosa è cambiato per voi dopo aver firmato per loro?
Loro sono una vera casa discografica. Hanno innalzato ciò che stavamo facendo a un livello più professionale. La loro musica viene ascoltata in giro per il mondo in un modo in cui io da solo non sarei riuscito a fare.

Lucas, tu sei nato in Argentina: pensi che le tue origini ti abbiano influenzato in qualche modo?
Sotto il punto di vista musicale credo non molto, visto che non ho imparato tanto sulla musica argentina quando ero giovane, a parte i Sui Generis che i miei genitori continuavano a farmi ascoltare e mi piacciono molto. Credo che le mie origini abbiano influenzato il mio modo di scrivere a causa del viaggio della mia vita… Mi sono trasferito in un nuovo paese, sono cresciuto con una cultura a casa e molte altre culture fuori in strada e a scuola. Non mi sono mai sentito completamente argentino o americano. Non ho un’identità così solida.

Negli ultimi due anni siete stati in tour negli Stati Uniti e nel Regno Unito e in Europa per parecchio tempo: pensi che il fatto di viaggiare e incontrare nuove persone quasi tutte le sere possa aver influenzato in qualche modo il tuo songwriting per “Flowers In The Spring”?
E’ possibile. Ci sono un paio di canzoni che ho scritto in aereo e così, in un qualche modo, riflettono la mia esperienza del tour, anche se non è letterale. “Pages Of Your Journal” è una di queste e anche “They Can Never Steal It”, che non è mai stata realizzata.

Quali sono state le vostre principali influenze, sia musicali che non musicali, per il vostro nuovo disco? Di che cosa parlano le vostre canzoni?
Credo che fossimo veramente stanchi, quando abbiamo registrato “Flowers In The Spring”. Questa è stata una grande influenza. Ahahah. C’erano molte influenze non ‘60s su “America’s Velvet Glory”, ma la gente lo continua a descrivere come un album degli anni ’60. Credo che, quando siamo arrivati a scrivere “Flowers In The Spring”, fosse diventato più ovvio che stessimo ascoltando generi musicali diversi. Molta musica indie inglese degli anni ’80… Dischi della Creation Records e band di Glasgow come Close Lobsters e The Loft. Ascoltavamo anche band della Flying Nun e band indie australiane come Go Betweens e Servants. Comunque un paio di canzoni erano più vecchie anche di “America’s Velvet Glory”, come “She’s Sleeping Now”, che era stata scritta nel 2016. I testi parlano di qualsiasi cosa… semplicemente della vita o del giocare con l’immaginazione.

Secondo la tua opinione quali sono stati i principali cambiamenti tra “Flowers In The Spring” e i lavori precedenti? A questo giro ho trovato delle influenze di british-pop (Oasis, Stone Roses) all’interno del vostro indie-pop psichedelico: sei d’accordo con questa affermazione?
Sì, mi ero davvero innamorato dell’anima e del suono degli Stone Roses nel periodo in cui è uscito “America’s Velvet Glory” e mentre stavamo facendo i nostri primi tour. Guarda, comunque gli Oasis e gli Stone Roses sono stati influenzati dallo stesso tipo di musica che ci piace. Semplicemente condividiamo le nostre influenze, sai? Ci piace la stessa musica vecchia. Mi piacciono molto gli Oasis, ma non voglio avere il loro stesso suono.

Le vostre melodi sono fantastiche! Ti posso chiedere come funziona il processo creativo nella vostra band? E’ qualcosa di collaborativo? Di solito cosa arriva prima, i testi o la musica?
Grazie. Non c’è una formula specifica. Di solito le canzoni le scrivo da solo. In “Flowers In The Spring” ci sono un paio di canzoni che ho scritto insieme a José, che ora suona il basso nei Molochs. In passato suonavamo insieme in una band chiamata Beat Hotel. Alcune volte arrivano prima i testi, altre volte penso prima alle melodie. Lo stato d’animo delle melodie puo’ lasciare spazio ai testi perché contiene un’emozione al suo interno.

Ho visto che realizzato i vostri album anche in vinile: che cosa ne pensate di questo formato che è tornato cool dopo molto tempo? Vi piacciono? Li collezionate?
Mi piacciono i vinili e ne ho una piccola collezione. Penso che sia veramente bello che la gente li sia tornati a comprare ancora, ma mi dispiace che costi così tanto produrne di nuovi. Non sono alla portata di tutti. Mi piace comprare vinili usati. Ora viviamo in un’era digitale e credo che avere una relazione fisica con la musica, mettere un disco sul giradischi, guardare l’artwork e leggere i testi possa essere qualcosa di terapeutico per un’era così ansiosa.

Avete qualche nuova band o musicista da suggerire ai nostri lettori?
Mi piacciono molto i Goon Sax.

Un’ultima domanda: per favore puoi scegliere una vostra canzone, vecchia o nuova, da usare come soundtrack per questa intervista?
Scelgo “Flowers In The Spring”. E’ una canzone che ha bisogno di più amore.

Di seguito un recap del prossimo tour italiano dei Molochs:

e il resto delle date:

 

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