Quando si pensa ai Cure viene subito in mente la musica dark, e l’immagine di una ragazzina vestita di nero isolata, silenziosa e incompresa così sola da non riuscire neanche a notare l’altro ragazzino vestito di nero solo, silenzioso e incompreso.

Io conobbi i Cure con “Boys Don’t Cry”, me l’aveva messa in una cassetta un mio amico, come si usava fare in quel periodo, la compilation fatta in casa conteneva diverse band ma i Cure mi colpirono particolarmente e “Boys Don’t Cry” fu per lungo tempo e lo è tuttora una delle mie canzoni da isola deserta.

Iniziò così il mio interesse per una band tra le mie preferite e per le quale finii per aspettare con impazienza ogni loro nuova uscita, interesse che durerà  almeno fino a “Disintegration” e che mi spinse ad andarli a vedere nel formidabile live al Palasport di Modena ai tempi del The Kissing Tour.

“Three imaginary Boys” è il loro album d’esordio del 1979, ma The Cure resteranno a  lungo semi sconosciuti in Italia, almeno fino all’uscita di “The Head on the Door” accompagnato dal successo di “Close to Me” e dalla notevole rotazione del video, che li vedeva precipitare da una scogliera all’interno di un armadio, su ogni canale televisivo.

In questi anni che vanno dal 1979 al 1985, anno di uscita di “The Head on the Door”, The Cure pubblicarono una serie di album che li incoronarono incontrastati re della musica dark e che trovarono in “Pornography” il loro capolavoro assoluto.

“Three Imaginary Boys” si discosta dai loro successivi lavori e, pur avendo nel song writing alcuni semi di quello che i Cure diventeranno, è un album pienamente post punk, un lavoro che li accomuna ad altri artisti che poi modificheranno il loro stile come, solo per fare alcuni esempi, i Tubeway Army di Gary Numan o il notevole album punk di Adam and the Antz, con la z al rovescio, “Dirk Wears White Sox”, ma la lista potrebbe essere molto più lunga.

Nel cambiamento dei Cure avrà  molto peso anche la sostituzione del bassista passando da Michael Dempsey, energico ed indipendente, a Simon Gallup più in linea con la strada dark che prenderà  la band.

Ad onor del vero    Robert Smith  che aveva avuto rapporti conflittuali con  Michael Dempsey non ne avrà  migliori con Gallup con il quale verrà  alle mani in più di un occasione.

“Three Imaginary Boys” non è un album molto amato da Robert Smith per un motivo preciso è tutto sommato comprensibile, fu tutto deciso dalla casa discografica è da Chris Perry, già  scopritore dei The Jam e Siouxie and the Banshees, non lasciando alcuna decisione a nessuno, sia riguardo la scelta della scaletta dei brani sia a quella della copertina che Robert Smith detestava.

Iniziamo quindi proprio dalla scelta della copertina dell’album, che personalmente all’epoca e ancora oggi, non trovavo così orribile e che spinse molti a chiedersi chi fosse tra Smith, Dempsey e Tolhurst  l’aspirapolvere, chi la lampada e chi il frigorifero.

Continuando con la scelta dei brani e sottolineando fin da ora che ci troviamo di fronte a  un gran album e un grande esordio, bisogna comunque evidenziare come la presenza della cover di “Foxy Lady” di Jimi Hendrix cantata da Dempsey poteva tranquillamente essere evitata perchè decisamente inutile, per intenderci “Hendrix Medley” dei Soft Cell ha una certa ragione di esistere e di essere pubblicata, questa direi proprio di no, ma nel complesso l’album ha brani molto interessanti e tutto sommato innovativi per l’epoca, cosa che venne riconosciuta da tutte le recensioni che ne accompagnarono l’uscita.

Il brano di apertura “10:15 Saturday Night” venne composto da Robert Smith a 16 anni per la sua prima band gli Easy Cure, mentre un sabato sera solo a casa osservava il rubinetto che gocciolava, insomma un sabato abbastanza deprimente, seguito da “Accuracy”, tra i brani che Robert Smith preferisce e che descrive in poche parole come si finisce a far del male pur amando, e “Grinding Halt” pezzo notevole sull’apatia e sul nichilismo, insomma quasi un “… non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport” in pillole.

Resisto al tentativo di procedere track by track limitandomi a segnalarne sono alcune tra le quali “Subway Song” in stile Dream pop o meglio Nightmare pop visto il testo inquietante, mezzanotte solo nella metro mentre sai di essere seguito ma non hai il coraggio di voltarti, “So What” che avrebbe dovuto intitolarsi “Cheap Sex” con un altro testo, ma che Robert Smith registrò alticcio leggendo da una confezione di zucchero e improvvisando per il resto, “Fire in Cairo” che per quanto dica l’autore sembra raccontare un rapporto sessuale, e soprattutto “Three Imaginary Boys” la title track, la mia preferita e quella che preannunciava il futuro glorioso della band.

Sono passati tanti anni e per molti Robert Smith è una specie di vecchio amico con il quale è un piacere festeggiare il compleanno che ci ricorda il suo formidabile inizio.


Pubblicazione:  8 maggio 1979
Durata:  33:44
Tracce:  12
Genere:  Post Punk
Etichetta:  Fiction Records
Produttore:  Chris Parry

Lato 1

  1. 10:15 Saturday Night  – 3:41
  2. Accuracy  – 2:18
  3. Grinding Halt  – 2:49
  4. Another Day  – 3:44
  5. Object  – 3:03
  6. Subway Song  – 2:01
Lato 2
  1. Foxy Lady  (Jimi Hendrix)  – 2:29
  2. Meathook  – 2:18
  3. So What  – 2:37
  4. Fire In Cairo  – 3:23
  5. It’s Not You  – 2:49
  6. Three Imaginary Boys  – 3:17
The Cure
  • Robert Smith  –  voce, chitarra
  • Michael Dempsey  –  basso, voce
  • Lol Tolhurst  –  batteria
Produzione
  • Chris Parry  – produzione,  arrangiamento