THE OTHER SIDE: BIG THIEF
U.F.O.F.

[ 4AD - 2019 ]
 
16 maggio 2019
 

Anche nelle migliori famiglie come IFB ci sono pareri discordanti su certi dischi. Di solito ci fidiamo e accettiamo il verdetto del nostro recensore, ma per certe uscite molto importanti e in grado e di dividere la critica, abbiamo pensato a un diritto di replica, una seconda recensione che potrebbe cambiare le carte in tavola rispetto alla precedente. Voi scegliere quella che preferite…

VOTO OTHER SIDE: 8
Leggi la prima recensione di “U.F.O.F.” dei Big Thief

Scrivere di un gruppo come i Big Thief per me può risultare semplicissimo come no: infatti la musica che propongono generalmente figura tra i miei ascolti spontanei, mosso come sono da tutto ciò che può far evocare un immaginario intimo, folk, celestiale.

Avendoli già apprezzati con il precedente “Capacity”, album che ne metteva in luce principalmente gli aspetti più legati a certo alternative country di chiara matrice a stelle e strisce, ero curioso di risentirli, forte anche di consensi pressoché unanimi della critica specializzata, sin dai primi singoli rilasciati da questo nuovo lavoro bizzarramente intitolato “U.F.O.F.”.

Intendiamoci, a me interessa molto relativamente ciò che possono disquisire altrove, men che meno i facili entusiasmi, ma, insomma, le orecchie ho voluto tenerle ben alzate mettendomici all’ascolto.

Direi che in fondo potrebbero bastare pochi ascolti anche distratti per capire che di salto di qualità si tratta, per la giovane band capitanata dalla carismatica Adrianne Lenker (non solo vocalist e chitarrista ma anche autrice in pratica di tutti i brani) ma poi partono le prime tracce e ti rendi conto che non puoi soffermarti in modo superfluo su queste canzoni, perché la bellezza va accalappiata al volo e assaporata tutta.

E’ indubbio come tutto il disco si poggi sugli umori e le ossessioni melanconiche della Lenker, che però tra i meriti ha anche quello di saper trasmettere le sue emozioni più profonde senza ricorrere a suoni cupi, dark, riuscendo piuttosto a mantenere integro un proprio equilibrio interiore.

Prendete ad esempio un brano come “Cattails”, tra le perle del disco, e sentirete un suono cristallino come non mai, come fossimo davanti a un acquerello o fosse stato concepito nei pressi del luogo dove i Nostri sono amabilmente ritratti per la foto di copertina. Quanto di più solare e rilassante ci sia, per una canzone sicuramente di impostazione folk ma intessuta di una nenia magica e rassicurante.

Si rimane senza parole, davanti alla dolcezza infinita di “Open Desert”, mentre fra i sussurri e gli arpeggi di “From” e “Betsy” si avverte una tenue tensione, che sfocia manifesta nell’accorata “Jenni”, in cui duellano le chitarre di Buck Meek e della stessa Lenker.

La chitarra elettrica ricama in genere arabeschi gentili qua e là, ma in alcuni casi arriva pure a irrobustire le trame più lievi e sognanti, creando una felice dissonanza: succede ad esempio nella traccia che apre magistralmente l’album, una “Contact” che richiama alla mente i Wilco, come se a cantare per loro ci fosse però Hope Sandoval. In un brano pimpante come “Strange” si possono invece sentire affinità con la coeva Sharon Van Etten, seppur tre le pieghe vi si avverta meno enfasi.

Paragoni a parte, e per i Big Thief in pochi anni di carriera se ne sono spesi già tanti, sembra proprio che Adrianne Lenker abbia sempre di più una personalità ben definita, che spicca ancora maggiormente in questo disco. Soprattutto è la sua vocalità ad essere pienamente maturata rispetto agli esordi, e la sua capacità interpretativa a delineare il diverso mood dei brani, che siano sorta di piacevoli lamenti, come in “Orange” o i maliziosi ammonimenti di “Century”.

Una sicurezza acquisita al punto di intonare senza alcun accompagnamento musicale, a parte un tocco alla batteria di James Krivchenia (e i reverberi finali in sottofondo, a ricreare un leggero fruscio), la conclusiva e notturna“Magic Dealer”.

Forte anche delle sue esperienze recenti come solista (vengono tra l’altro recuperati due brani dal suo “Abysskiss”, tra i più eterei e introspettivi del lotto: “From” e “Terminal Paradise”), la leader ha indirizzato il gruppo verso una nuova strada, meno d’impatto probabilmente ma anche più affascinante e misteriosa, in grado di ammaliare.

Io vorrei non sbilanciarmi troppo nel loro caso, arrivando a definire prematuramente “U.F.O.F.” tra i migliori dischi dell’anno ma qui ci sento non solo tanta genuinità e freschezza, ma anche lo spessore autoriale che avevo avvertito in altri dischi di scintillante pop. Mi viene in mente ad esempio quello d’esordio degli Avi Buffalo, per i quali mi ero espresso favorevolmente, al punto da ritenere il loro debut album il mio preferito in assoluto in quell’ ormai lontano 2010.

Ecco, mentre loro furono una delle (tante) meteore di questi anni’10, i Big Thief possono contare su un solido presente ma soprattutto scrivere ancora pagine interessanti della loro storia, mantenendo così le ottime premesse.

 

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