18 MAGGIO 1980: IAN CURTIS, I JOY DIVISION E L’INIZIO DELLA NOSTRA FINE

 
18 maggio 2019
 

I Joy Division, nonostante la loro breve esistenza come band, sono un riferimento musicale fondamentale, soprattutto per il movimento dark e la no-wave. “Unknown Pleasures”, il primo album, fu pubblicato nel 1979, quando il punk era già divampato in tutto il suo furore nichilista e distruttivo. Erano tempi nei quali, per la prima volta, i ragazzi avevano compreso che non bisognava essere, necessariamente, dei virtuosi per metter su il proprio gruppo ed esprimere le proprie idee. La società inglese, così tradizionale e perbenista, era stata profondamente colpita dal movimento punk, la cui influenza, ovviamente, si fece sentire anche su tre ragazzi di Manchester – Hook, Summer e Morris – i quali, dopo aver assistito ad un concerto dei Sex Pistols, presero la decisione di fondare una loro band. Fu allora che la strada di quei tre ragazzi si intrecciò con quella di Ian Curtis.

Passata l’onda distruttiva del punk, tutto ciò che restava sotto la cenere, in quei giorni a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, erano la mancanza assoluta di riferimenti ed un immenso senso di impotenza dinanzi al futuro. Queste ombre minacciose, infatti, si agitano, sin dal principio, nella musica e nei testi dei Joy Division. Il destino s’è rivelato e l’ho lasciato scivolare via, canta Ian Curtis in “Twenty Four Hours”, lo splendido ed oscuro brano tratto dal secondo album “Closer” (1980).

Ian canta la sua inquietudine, le sue difficoltà, la sua incapacità a sentirsi integrato nella società, a condividere gli stessi piaceri e gli stessi stimoli che caratterizzano la vita delle persone ritenute normali. Egli sente di allontanarsi, ogni giorno di più, dal mondo reale che, ai suoi occhi, diviene sempre più frenetico ed irraggiungibile. Le sue difficoltà di comunicazione coinvolgono anche il rapporto con la giovane moglie e la figlioletta, mentre, nel frattempo, il malessere fisico finisce per intrecciarsi sempre più con il rimorso di aver tradito quell’amore innocente. Tutto questo veleno lo spinge a rifugiarsi in sé stesso, in una dimensione di atroce insensibilità, nella quale, però, il suo spirito continua a cercare, invano, la vicinanza delle persone e la luce dell’amore.

Quando finirà? Quando finirà questa dolorosa e rapida discesa nei meandri più bui ed angosciosi della propria anima? La musica dei Joy Division riesce a coniugare la rabbia, la sfrontatezza e la crudezza del punk, il suo spirito ribelle ed anticonformista, con un mondo oscuro, misterioso e sepolcrale, dove a farla da padrone sono le ombre, i timori e gli echi provenienti dai luoghi più fragili del nostro spirito. Un basso claustrofobico, una batteria pulsante, una chitarra tagliente, le armonie ipnotiche e melanconiche dei sintetizzatori, sulle quali si innalza la voce addolorata di Ian, rendono la musica dei Joy Division un incubo ad occhi aperti. L’energia e l’intensità del punk vengono trasformate in qualcosa di più dilatato, introspettivo, cupo e spigoloso, mentre i testi divengono sempre più tenebrosi. Il mondo diventa un posto pericoloso per i più deboli, un luogo di sangue ed orrore, mentre i nostri incubi – le brutte esperienze dell’infanzia, tutte le occasioni sprecate, la paura della fine – diventano sempre più forti ed in grado, purtroppo, di condizionare la nostra stessa esistenza. L’ansia e la paranoia non sono più delle sensazioni, ma assumono consistenza e corposità, si stringono e vogliono toglierci l’aria, vogliono portarci via la vita.

Credevamo di avere tempo, invece lo abbiamo sprecato tutto, dietro quelle inutili macchinazioni ed ora non ci rimane che mendicare queste poche parole che riusciamo a scambiarci, a scrivere, a leggere, tra la paura di farci troppo male e la corda tesa che si stringe sempre più attorno al nostro prossimo futuro.

Phot Credit: Penne Smith

 

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