NESSUN TRUCCO, SOLO I MASSIMO VOLUME AL LORO MEGLIO. LA NOSTRA INTERVISTA A EMIDIO CLEMENTI

 
12 Giugno 2019
 

“Il nuotatore”, ultimo disco dei Massimo Volume, è uscito a febbraio per 42 Records. Un disco scarno, minimale, intenso e puro. Nove tracce, nove racconti di vita in cui immergersi, perdersi per ritrovarsi diversi dopo un viaggio totalizzante che ci viene regalato con onestà da una band unica, diversa da tutte, fedele a stessa.

Il 13 giugno partirà il tour estivo da Brescia e in quattro date (Verona, Milano, Roma e Ancona) li  vedremo accompagnati dai Giardini di Mirò. In un tardo pomeriggio di inizio giugno abbiamo raggiunto telefonicamente Emidio Clementi che con tanta gentilezza e disponibilità ha risposto alle nostre domande.

Viviamo in rincorsa, un quotidiano che ci sommerge di immagini e parole che spesso non abbiamo il tempo di osservare e ascoltare. Voi siete tornati con “Il Nuotatore” dopo un “silenzio” di sei anni e siete ripartiti da un tour nei teatri. La vostra sembra una rieducazione all’attesa.

In realtà il tempo ci è un po’ sfuggito di mano, quando è finita la tournée di “Aspettando i barbari” sentivamo l’esigenza di fermarci e dedicarci ad altri progetti. Avevamo voglia di far qualcosa che fosse fuori dal gruppo, poi ci siamo resi conto che il tempo era passato ed era ora di rimetterci al lavoro come Massimo Volume. Trovare la strada, il suono giusto che stavamo cercando, senza sapere ancora con chiarezza come trovarlo, è stato in sé un processo piuttosto lungo che ci ha impegnato negli ultimi due anni e mezzo.

Partire con un tour nei teatri mi è sembrato un modo bello e diverso di far vivere il concerto al vostro pubblico.

I teatri sono spazi molto belli, comodi, dove si suona presto. Temevo di soffrire la distanza del pubblico, per fortuna non è stato così. Mi mancheranno.

L’uscita di Stefano Pilia dal gruppo vi ha riportato alle origini: basso, una sola chitarra e batteria. Il suono è più scarno ed essenziale rispetto ai lavori precedenti ma ugualmente maestoso nel dare colore alle voci e a dipingere gli stati d’animo dei personaggi che racconti nei testi. Ad ogni brano si crea una tensione che rende l’ascolto totalizzante e colpisce dritto il cuore dell’ascoltatore. Avete fatto di necessità virtù?

Devo fare una precisazione, si parla di ritorno alle origini ma è un errore, perché in tre non avevamo mai suonato, è la prima volta che succede.  Anche in studio o in sala prove non eravamo mai stati solo noi tre. E’ stata un’esperienza assolutamente nuova e ci siamo trovati bene. Abbiamo riflettuto sull’aggiunta di altre chitarre ma avevamo anche una versione del disco molto più scarna, con una chitarra sola, e funzionava. Se avessimo scelto quella versione si sarebbe davvero potuto parlare di un disco ridotto all’osso, col fatto che Egle ha raddoppiato tutte le sue tracce credo ci sia la coloritura che di solito si trova in un nostro disco. Forse manca qualcosa a livello di elettronica, nessuno di noi tre sa utilizzare un synth e alla fine abbiamo suonato quello che sappiamo suonare meglio cioè basso, chitarra e batteria. Stefano Pilia era più abile di noi con l’elettronica e in passato l’abbiamo inserita senza problemi dove ci sembrava giusto farlo, non è escluso possa ricapitare in futuro.

C’è un racconto “Una settimana con Fausto” dal tuo libro”La Ragione delle mani” dove parli di Bologna, di Faust’O, degli inizi. Vi capita di ripensare a quegli anni?

Ogni tanto esce qualche aneddoto, qualche battuta ma ci pensiamo poco. Fausto a me manca. C’è una veste di lui molto affascinante e ironica, abbiamo riso tantissimo insieme e ci siamo divertiti molto. Mi ricordo delle serate a casa sua, con Vittoria, meravigliose. Poi c’è l’altro lato di Fausto, quello più spigoloso, dove può diventare una persona difficile da affrontare. Mi spiace molto che non abbia apprezzato né il racconto né il testo che invece erano due omaggi, due gesti di amore per una persona che ricordo con assoluto piacere. Ascolto ancora oggi i suoi dischi perché secondo me sono tra le cose più belle mai state fatte in Italia.

Nel “Nuotatore” troviamo nove canzoni, nove racconti: pezzi di un puzzle che l’ascoltatore può mischiare, montare e smontare. Il risultato finale è aperto e sarà diverso per ognuno. Un percorso e una ricerca individuali, è questo a cui volevate arrivare?

Di solito si parte con un’idea poi il disco prende una sua strada. A livello di testi, sapendo la difficoltà che c’è nello scriverli, non ho mai azzardato l’idea di scrivere una storia divisa in capitoli che sono le canzoni. Poi è chiaro, si arriva alla fine e ci sono alcuni temi che tornano come il tema dell’acqua che caratterizza sia dal punto di vista concettuale che testuale l’intero disco.

Nel disco si trovano delle aperture di speranza, c’è luce.

Si assolutamente, c’è anche dell’ironia. Quando si descrive la realtà conferirle un grado di inquietudine è necessario, è intrinseco alla realtà stessa, diversamente diventerebbe un racconto fantastico. Se vuoi catturare l’attenzione devi cercare di essere verosimile, anche quando crei un mondo fantastico lo devi rendere verosimile, chi ascolta o legge deve credere che sia vero, che da qualche parte c’è una possibilità di quel mondo.

I personaggi che racconti sono un po’ degli anti eroi che vivono in ognuno di noi e con cui è più facile rapportarsi attraverso un’immagine speculare?

Non parliamo più dell’eroe omerico, una delle caratteristiche con cui descriverei un eroe moderno è quello che a Bologna definiamo “chi non se la racconta”, un’operazione sempre molto difficile . La realtà riusciamo a guardarla solo attraverso il nostro sguardo, chi non se la racconta magari non è un eroe ma ha un atteggiamento nei confronti dell’esistenza che mi piace. Poi è altrettanto vero che una dose di indulgenza verso se stessi bisogna concederla. Se penso al protagonista di “Una voce a Orlando”, ha un quadro lucido di se stesso, per questo lo trovo in parte eroico. Il protagonista de “La ditta di acqua minerale” che accetta un posto di rimpiazzo nella fabbrica che era stata sua, ha qualcosa di epico.

Siamo pronti a fare a meno del buio? La risposta ce la danno diverse figure artistiche, da Chopin a Basinski, che fai incontrare ne “L’ultima notte del mondo”.

Si gioca sempre un po’ con l’idea che abbiamo bisogno del negativo e del male, quando scavi dentro al negativo e al male puoi trovare davvero l’orrore, quindi la tensione è sempre quella di volerlo scansare, di volerlo superare e questa mi sembra vitale come spinta.  Una dose di nero e buio dobbiamo tenerla, sennò non ci renderemmo nemmeno conto di cos’è la bellezza.

La foto di copertina de “Il Nuotatore” è di Luciano Leonetti, una spiaggia ligure dove le individualità si disperdono. Il nostro quotidiano è fatto di connessioni e disconnessioni, vince la paura di mettersi in gioco ?

E’ vero, devo dire che per l’età che ho non sono stato aggredito dallo tsunami della tecnologia. Rimango stranito quando entro nei ristoranti o nei luoghi pubblici e vedo che nessuno parla con il proprio vicino e tutti comunicano attraverso lo schermo di un telefono, da un grande senso di desolazione. Bisogna anche accettare il fatto che l’esistenza non è proprio quella che viviamo  ma è spartita tra quello che viviamo realmente e il racconto che ne facciamo agli altri. L’immagine di copertina ci è piaciuta subito e ci ha trovato tutti d’accordo, non è didascalica ma rappresenta bene il tema del disco.

A breve ripartite con il tour estivo siete pronti?

Stiamo facendo le prove, toccheremo tante città e posti molto belli. Già in passato avevamo fatto date insieme ai Giardini di Mirò con due set, stiamo definendo le ultime cose proprio in questi giorni, mi piacerebbe ci fosse un po’ di scambio sul palco.

 

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