LA BATTAGLIA DI CANNES (PARTE 2)

 
16 giugno 2019
 

L’apertura del settantaduesimo festival di Cannes è stata affidata con forse troppo azzardo alle sapienti mani del regista americano Jim Jarmusch con il suo ultimo film “The dead don’t die”.

Se è vero che Jarmusch è uno di quei registi amatissimi o odiatissimi, in questo caso anche i fan più devoti faranno fatica ad apprezzarlo soprattutto per l’occasione mancata che rappresenta avere a disposizione Bill Murray, Adam Driver, Chloe Sevigny, Tilda Swinton, Selena Gomez, Steve Buscemi, Tom Waits, Iggy Pop e non riuscire ad avere nemmeno gli applausi della claque accorsa al Grand Theatre Lumiere.

La storia inizia a dire il vero molto bene con una giornata ordinaria nella vita di due poliziotti interpretati da Adam Driver e Bill Murray che pattugliano le strade della piccola località di Centerville; uno spaccato di America nell’era di Trump con tutti gli stereotipi del film di genere dal diner alla stazione di rifornimento, dal motel inquietante alla casa circondariale.
Ambientazioni normali pronte a ricevere l’anormalità come nei migliori clichè dei film horror.
L’evento che porta all’arrivo dei morti viventi nell’allegro paesino, è uno spostamento dell’asse di rotazione terrestre.
Inizialmente il fenomeno viene percepito con una serie di problemi sulle radiofrequenze e sui telefoni che sembrano non funzionare più.
Tutti sembrano accettare la cosa come un fatto normale e quando gli zombies arrivano, inizia la resistenza.
Un omaggio a George Romero come ha dichiarato il regista in conferenza stampa
La notte dei morti viventi di George Romero è stato il mio primo film dell’orrore, in seguito ho visto molti vecchi film sui vampiri che forse sono il tema che preferisco anche se non sono un esperto di horror.
Ovviamente ho visto tutti i film di Carpenter e sono un ammiratore di Lamberto Bava e Dario Argento e recentemente, mi sono trovato a cena con John Carpenter e Dario Argento insieme allo stesso tavolo!
Quello che mi affascina in Romero è la metafora degli zombies che sono allo stesso tempo carnefici e vittime

Iggy Pop stars as “Male Coffee Zombie” in writer/director Jim Jarmusch’s THE DEAD DON’T DIE, a Focus Features release. Credit : Frederick Elmes / Focus Features © 2019 Image Eleven Productions, Inc.

Mi ricordo la prima volta che Jim mi ha parlato della sceneggiatura ancora prima che la scrivesse ha detto Tilda Swinton ero sicura che avrebbe fatto un film sugli zombies perché lo sentivo estremamente affascinato dal tema.
I lampi geniali in questo film sono costituiti dal contrasto tra il normale e l’anormale come il fantastico cameo di Iggy Pop, zombie innamorato del caffè, oppure l’orda di zombies che cerca il WiFi con i cellulari ma il tentativo di fare una commedia horror non decolla mai.
Tutte quelle che sono le implicazioni filosofiche e sociologiche dei film di Romero non sono nemmeno minimamente avvicinate da Jarmusch che resta sempre in superficie nel tentativo di alleggerire il tema con degli escamotages narrativi che non fanno altro che peggiorare una narrazione zoppicante.
Il peggior inizio possibile per questo festival dopo una cerimonia di apertura altrettanto noiosa ed autoreferenziale.

Opposto per intenti e per la grande sostanza presente nel film è stato invece “Les Miserables” del regista francese Ladj Ly che infatti si è aggiudicato meritatamente il premio della giuria con ex aequo con “Bacurau” di Kleber Mendonca Filho e Juliano Dornelles.

“Les Miserables” prende spunto dal capolavoro di Victor Hugo ed infatti in chiusura il film si congeda dal pubblico con la bellissima frase:
Non ci sono erbe cattive o uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori.

Oltre al titolo ed alla citazione finale, il primo lungometraggio del regista francese condivide tutta l’impostazione e le tematiche del libro ed approfondisce la situazione dei miserabili parigini di oggi mostrandoci che dal 1800 le cose in fondo non sono così cambiate.
Ovviamente il film prende una direzione completamente autonoma e la storia non ha nulla a che vedere con il libro ma il filo nascosto sotteso tra le due narrazioni è continuo.
In periferia sono vent’anni che siamo dei gilet jaunes, rivendichiamo i nostri diritti, subiamo violenze da parte della polizia e ci prendiamo in faccia dei proiettili di gomma ha detto il regista io ho scelto di rimanere a vivere nella periferia dove sono nato; non voglio essere io a cambiare ma sono le cose che devono migliorare.
Il presidente Macron deve prendere atto di quello che succede in Francia ed io sono pronto a ricevere un suo invito all’Eliseo per un proiezione del nostro film se può aprire un dibattito

Le immagini iniziali sono quelle della finale dei mondiali di calcio vinta dalla Francia e della folla, apparentemente unita nella gioia per la vittoria.
Una marea umana, di differenti etnie che si riversa sulla Champs-Elisées sventolando bandiere per il ritrovato spirito patriotico.

Il passaggio alla normalità, dopo la sbronza dei festeggiamenti, ci porta nella periferia ed è un pugno nello stomaco perché le ordinarie violenze sono raccontate attraverso gli occhi di Sthephane un bravo poliziotto appena arrivato da Cherbourg per unirsi alla brigata anticrimine di Montfermeil una difficile periferia a nord est di Parigi.
A Cherbourg questa violenza non esisteva e Stephane fatica ad adattarsi a Chris e Gwanda, i colleghi che insieme a lui pattugliano tutte le strade come fossero i padroni del quartiere, conoscono tutti, perquisiscono senza averne diritto una ragazzina alla fermata dell’autobus, entrano nelle case senza avere mandati…un far west che Sthephane non riesce ad arginare e questa angoscia lo porta a chiudersi in se stesso per cui i suoi silenzi sono scambiati dai colleghi con incapacità. Iniziano a prendersi gioco di lui inventandosi una missione inesistente e chiamandolo con un soprannome fino a che non si renderanno conto che il suo essere riflessivo verrà letta nel migliore dei modi dagli abitanti del quartiere.

Ne “Les Miserables “ ci sono solamente case grigie e negozi di kebab a tenere insieme una società disintegrata dove il conflitto sembra essere pronto a esplodere in ogni momento.
Chris e Gwanda sono diventati, nonostante il loro distintivo, degli sceriffi violenti e faticano a tenere a bada le bande del quartiere.
Nessuno attribuisce loro un valore positivo ma sono solo un altro dei problemi con cui le persone del quartiere devono fare i conti.

Il regista segue i protagonisti con grande energia e dinamismo adottando una modalità quasi documentaristica e riuscendo a mostrare, senza compiacimento, tutto lo squallore della vita di Montfermeil;
i campetti di calcio improvvisati, le famiglie affannate nella ricerca della sopravvivenza che non riescono ad avere il controllo dei bambini.
Non ci sono trovate innovative ma tutto il film è estremamente solido sia nello svolgersi della storia sia nella modalità della regia che restituisce con grande naturalezza e realismo il contesto in cui operano i poliziotti.
La parte finale è ovviamente quella in cui tutte le violenze si catalizzano in seguito ad un colpo partito forse accidentalmente dalla pistola con i proiettili di gomma Gwanda che colpisce in faccia quasi uccidendolo un bambino del quartiere.
La rivolta sarà ferocissima e non risparmierà nessuno e qui il regista fornisce il meglio di se portando lo spettatore in una escalation di violenza raccontata in modo eccellente dove al senso di non ritorno emotivo si associa una progressiva chiusura degli spazi fisici per i poliziotti imprigionati in un tentativo di fuga all’interno di uno dei palazzi.

Mentre al Grand Theatre Lumiere si svolgeva la competizione ufficiale con tutti i suoi riti legati alla Montee des marches -monopolizzata dal team all star di Jim Jarmush- a poche centinaia di metri, precisamente al 47 di boulevard de la Croisette si svolgeva la terza e forse la più amata rassegna cinematografica di Cannes: La Quinzaine des Realizateurs.

Quest’anno il direttore artistico è stato l’italiano Paolo Moretti che è arrivato dopo sette anni gestione affidata a di Edouard Waintrop.

Solo questa sezione è di per sè un festival e vale il viaggio a prescindere dal resto.

I film presentati sono stati tutti di livello molto alto con un paio di grandissimi films.

Primo su tutti “Alice et le maire” del regista francese Nicolas Pariser, classe 1974 che aveva ottenuto un notevole successo con il primo lungometraggio “Il grande gioco”. Il nuovo lavoro di Parisier, è un dramma politico nel quale Fabrice Luchini, attore straordinario e virtualmente in grado di impossessarsi di qualsiasi ruolo e portare sulle proprie spalle un intero film, interpreta il sindaco di Lione che, dopo una vita spesa in politica, vive una profonda crisi esistenziale e non sapendo come uscirne decide di assumere come collaboratrice una giovane filosofa interpretata da Anaïs Demoustier.

Il motivo di questa scelta è il desiderio di attingere a nuove idee ammettendo implicitamente la sconfitta della politica.

Molto bello anche “And Then We Danced” del regista georgiano Levan Akin, che è la storia di Merab, è un ragazzo povero, che nel segno della tradizione familiare fa parte del “National Georgian Ensemble” una associazione di danza professionista.

Merab a causa della sua situazione economica è costretto a lavorare come cameriere per potersi permettere di ballare e per aiutare la propria famiglia.
La storia piuttosto classica è comunque filmata in modo originale e le scene di ballo sono bellissime tanto da aver meritato applausi a scena aperta.

Attesissimo “The Halt” del regista filippino Lav Diaz, un film distopico di più di quattro ore (niente di speciale per Lev che ha abituato il proprio pubblico a maratone anche di 8 ore) ambientato nel 2034 in una non precisata zona del sud est asiatico dove a causa di un disastro ambientale la luce del giorno non è più visibile e le epidemie rischiano di decimare la popolazione.

Per mantenere l’ordine il dittatore al potere opprime il popolo con violenze inaudite da parte dei militari rivelando tutta la sua inconsistenza e debolezza.

Abbastanza scontati i paragoni con l’attuale presidente filippino Rodrigo Duerte per un film che è una vera metafora del presente del paese il cui popolo vive ormai da anni in una totale oscurità.

Eccellente “Dogs Don’t Wear Pants” del regista finlandese J-P Valkeapää, il film con il titolo più bello della Quinzaine, verso il quale le aspettative erano molto elevate. Sfugge a tutte le definizioni il cinema del quarantaduenne finlandese, emozionante, folle, incoerente; è la storia di un uomo che porta la figlia a fare un piercing alla lingua ed incontra una donna che lo porterà in un turbine di emozioni diventando la sua dominatrice in un gioco sadomaso pieno di violenze quasi terapeutiche per espiare le ferite del suo passato. Attori fantastici per uno dei 10 migliori film di tutta la rassegna competizione ufficiale compresa.

Molto interessante “Canción sin nombre” della regista peruviana Melina León che racconta la storia di Georgina, una ragazza peruviana in attesa del suo primo figlio, negli anni ottanta nel pieno della peggiore crisi economica e politica che attraversava il paese. Per cercare di guadagnare qualcosa Georgina risponde ad un annuncio di una clinica che propone la cura gratuita per le donne incinta. In realtà dietro l’annuncio si nasconde un terribile segreto.

Grandi aspettative anche per “The Lighthouse” di Robert Eggers, autore di un film di culto come “The Witch”. Il suo nuovo lavoro, un thriller psicologico, è la storia di due guardiani del faro in un’isola sperduta , interpretati da Robert Pattinson e Willem Dafoe, che entrano in un vortice di allucinazioni complici la solitudine forzata ed l’abuso di alcool. Il film è stato acclamato insieme ad “Alice et le maire” come la migliore opera vista al festival nella sezione della Quinzaine al punto che che la stampa internazionale si è domandata perché la selezione ufficiale si sia lasciata sfuggire due pellicole così importanti.

Gli altri titoli in concorso alla Quinzaine sono stati “Ghost Tropic” del regista e sceneggiatore belga, Bas Devos “Give Me Liberty” del regista russo Kirill Mikhanovsky. “Le Daim” del regista francese Quentin Dupieux. “First Love” del regista giapponese Takashi Miike. “Lillian” del regista austriaco Andreas Horwath.

“Oleg” del regista lettone Juris Kursietis. “On va tout péter” del regista americano Lech Kowalski. “The Orphanage” della regista afgana Shahrbanoo Sadat. “Les Particules” del regista francese Blaise Harrison. “Perdrix” del regista francese Erwan Le Duc. “Por el dinero” del regista sceneggiatore e montatore argentino Alejo Moguillansky. “Sem seu sangue” “ della regista brasiliana Alice Furtado
“Tlamess” del regista tunisino Ala Eddine Slim. “To Live to Sing” del regista cinese Johnny Ma. “Une fille facile” della regista francese Rebecca Zlotowski. “Wounds” del regista iraniano Babak Anvari. “Zombi Child” del regista francese Bertrand Bonello. “Yves” di Benoît Forgeard.

 

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