TOOL
Live @ Firenze Rocks 2019 (Firenze, 13/06/2019)

 
di
16 Giugno 2019
 

Per un live così importante, beh, un report non bastava, ne abbiamo addirittura due…

di Michele Brigante Sanseverino

Dopo 12 anni i Tool ritornano in Europa. Una lunga attesa, nella quale il mondo è andato inevitabilmente avanti, senza controllo, e le cose sono profondamente cambiate; spesso, decisamente in peggio. I Tool, no. I Tool, come il buon vino, più passano gli anni e più migliorano. La loro musica è ancora più affilata; una lama d’acciaio che scava nella nostra mente, raggiungendo gli angoli più celati e dimenticati del cervello, per estirparne il contenuto, quello buono sì, ma soprattutto quello cattivo.

Le sonorità intricate e possenti di “Ænema” danno inizio allo show: le prime massicce note esplodono, micidiali e fragorose, nell’oscurità; poi, all’improvviso, le luci e le crude e viscerali immagini proiettate sugli schermi, sopra ed ai lati del palco, risvegliano l’arena fiorentina, trasformandola nella fornace ardente d’un vulcano.

I Tool scoprono continuamente il coperchio del baratro e ci guardano dentro; nessun dannato buco – per quanto profondo – li spaventa. Ogni singolo neurone viene rivoltato dall’interno; la musica si fa sempre più densa e sulfurea, l’ideale colonna sonora per un viaggio nell’inferno che esiste in ciascuno di noi. Un vero e proprio muro sonico si abbatte sul pubblico, le classiche “The Pot “ e “Parabola” ci conducono, tutto d’un fiato, al primo dei due nuovi brani proposti: “Descending”. Una canzone che inizia in maniera psichedelica ed introspettiva; sembra tutto così dolce, ma poi, all’improvviso, senza rendertene assolutamente conto, ti ritrovi intrappolato nella sua morsa; è così stretta, che fai fatica a respirare ed a controllare i tuoi stessi pensieri. È il momento di scendere, quindi, in quest’inferno interiore di privazioni e di paure – spesso nascoste, ipocritamente, dietro il bel nome di Dio e dei suoi precetti – e fare i conti con i nostri diavoli custodi, sempre pronti a distribuire colpe a destra ed a manca, pur di tenerci nascosta la Verità.

Le esibizioni dei Tool sono giunte ad un livello che oserei definire mistico e geniale, un mix equilibrato e sapiente di potenza ed armonia, carne e spirito, capace di entrare in sintonia con il lato passionale di ciascun spettatore presente. Questo è il loro segreto, qui sta tutta la loro magia. Maynard James Keenan, in ombra, come sempre, accanto alla batteria, scopre e svela il nostro baricentro esistenziale, lo mastica con piacere e poi lo sputa via. Perché, in fondo, questo è il nostro mondo, un mondo drogato dalle sue finte e menzognere tragedie quotidiane. Mentre noi, poveri tossici, godiamo, ogniqualvolta qualche sciocco viene trasformato nel nuovo martire, nell’agnello sacrificale che può morire sugli schermi illuminati delle nostre TV, dei nostri smartphone o dei nostri tablet e noi ce ne stiamo, tranquillamente, seduti in salotto.

Il finale, affidato a “Vicarious” e “Stinkfist”, è una sfrerzata di progressive-metal, di sonorità oscure e vibranti, di ritmiche epiche e di atmosfere maledettamente acide e psichedeliche; mentre, nel frattempo, i laser vengono lanciati a sfidare il buio oppressivo della notte e la band americana continua, imperterrita, a sputare fuori tutto il suo dolore, perché il dolore è l’unica via di cui disponiamo per salvarci e per sentirci vivi. In un certo senso, quindi, siamo dei vampiri che bramano continuamente sangue, ricordi, emozioni, storie. Accumuliamo frammenti: ammuffiti, ribollenti, affogati, non importa… tanto ogni cosa, alla fine, si sbriciolerà in un piano astrale di libidinoso piacere ed a noi non resterà che tornarcene a casa, provati e soddisfatti, in attesa del prossimo concerto dei Tool.

di Anban

Premetto.

Non sono un amante dei Tool, per quanto gli riconosca indubbia maestria, un talento e delle abilità davvero patrimonio di pochi. E non avevo nemmeno di andare alla prima giornata di questo Firenze Rocks, che infiamma il capoluogo Toscano (già di per sé rovente a livello di termometro) per questa 4 giorni, concomitante peraltro con gli eventi Pitti (i soliti scroscianti applausoni).

Però le cose succedono, e quindi all’ultimo tuffo eccoci catapultati nel Pit, ad assistere all’esibizione di Maynard James Keenan e sodali.

Oltre 40.000 persone, pare, l’organizzazione è tutto sommato buona, il personale a disposizione sufficiente. L’acustica già testata da Dream Theater e Smashing Pumpkins (ok, siamo assenti, ingiustificati). Le condizioni per un’ottima serata ci sono tutte.

I Tool ci mettono il resto. Difficile anche solo inquadrarli: Alternative Rock, Progressive Metal, Hard rock sperimentale, Art Metal, ditecelo voi.

Perché i Tool (ricordiamolo, ultimo album datato 2006, anno in cui sono venuti in Italia per l’ultima volta, peraltro) sono più vicini al feticcio che alla band. E più che un concerto, il loro è un rito.

Maynard si presenta con una voce che forse ha perso in decibel, ma di sicuro non in termini di qualità. E con una cresta inquietante. Inquietante come l’offerta sonora: metafisica, angosciante, violenta. A tratti perfetta.

Justin Chancellor al basso è artista e chirurgo, sa usare la sega come un pennello, e un bisturi come uno scalpello, Carey alla batteria un militare che lascia a bocca aperta per energia e rifinitura, Adam Jones alla chitarra traccia fendenti di rara bellezza. Maynard è un animale da palco, senza istrionismo: sa bene quando sparire dietro alle luci, e alla musica. E’ la musica, quella sì, a catalizzare tutta l’attenzione.

Corto, come concerto: siamo appena sopra l’ora. E di encore non se ne parla nemmeno. Ma quanta intensità. Un’esperienza ai limiti del mistico, una serata che in molti ricorderanno a lungo.

La scaletta del concerto:

„Ænima
The Pot
Parabola
Descending
Schism
Invincible
CCTrip
Intolerance
Jambi
46+2
Vicarious
Stinkfist

 
 

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