OGGI “PURPLE RAIN” DI PRINCE AND THE REVOLUTION COMPIE 35 ANNI

 
25 Giugno 2019
 

“Purple Rain” è un film davvero fantastico. È uno di quei piccoli piaceri proibiti ai quali è impossibile resistere, come i vecchi “Vacanze di Natale” o buona parte del palinsesto estivo di Italia 1 – dai B-movie del ciclo horror trasmessi in seconda serata all’ennesima replica di “Melrose Place”. Ogni singola inquadratura della pellicola diretta da Albert Magnoli trasuda stereotipi ricollegabili agli anni ’80 più patinati, appariscenti e squisitamente pacchiani. Sotto questo punto di vista, può essere considerato una sorta di “Rocky IV” in versione musicarello.

In un caso e nell’altro a farla da padrona è un’estetica degna dei videoclip della MTV dell’epoca d’oro, con giusto l’aggiunta di una debolissima trama a cucire tra loro un’accozzaglia di scene scritte con i piedi e recitate ancor peggio. Per quanto strano possa sembrare, i due personaggi interpretati da Sylvester Stallone e Prince sono incredibilmente simili. Entrambi adorano sfrecciare a bordo di formidabili bolidi cromati ogni qual volta sentano la necessità di alleviare le sofferenze e riflettere sul da farsi.

Rocky si rifugia nella sua bellissima Lamborghini Jalpa nera per elaborare il lutto dell’amico/nemico Apollo Creed, ammazzato di botte sul ring dal coriaceo Ivan Drago; Prince/The Kid, invece, preferisce andare in giro su una moto Hondamatic viola per dimenticare il padre – un pianista jazz fallito, violento e dalle tendenze suicide – e per superare i sensi di colpa che lo affliggono, incapace com’è di perdonarsi gli sganassoni rifilati alla meravigliosa Apollonia Kotero.

Un interesse amoroso dalle mille sfaccettature, nonostante la scialba interpretazione offerta dalla dimenticatissima starlet: quando un Prince in vena di scherzetti le chiede di tuffarsi nelle gelide acque del lago Minnetonka per purificarsi, è accondiscendente come un’Adriana qualsiasi; ma quando decide di affidarsi ai consigli dell’antagonista Morris Day per sfondare nel mondo del pop, dimostra di essere disposta a tutto pur di ottenere i fatidici quindici minuti di celebrità. Spezzare il cuore di colui che ogni sera rivaleggia con il suo grottesco pigmalione per un posto da protagonista sotto i riflettori del First Avenue di Minneapolis è una bazzecola.

Alla fine, a far scattare la pace tra il principe e la principessa della fiaba, sarà il potere unificante della musica. E qui si apre uno scenario completamente diverso. Perché se il film si limita a essere una gustosissima sciocchezzuola, la colonna sonora che lo accompagna è ben altra cosa. Con più di venti milioni di copie vendute in tutto il mondo, “Purple Rain” è l’album che ha lanciato verso le stelle la carriera di Prince, regalandogli un’infinità di premi importanti (Oscar, Grammy, American Music Awards, BRIT Awards…) e lo status di golden boy della Warner Bros.

È un lavoro pressoché perfetto: una delle poche occasioni in cui l’artista del Minnesota è riuscito davvero a mettere in mostra la sua incontenibile creatività senza strafare, realizzando un’opera che è al tempo stesso equilibrata e rivoluzionaria. Equilibrata perché non esce mai dai confini del pop rock; rivoluzionaria perché esplora e approfondisce davvero tutte le direzioni nel quale il genere può muoversi. Un viaggio musicale talmente ambizioso da imitare il ciclo dell’esistenza.

La traccia iniziale, l’esplosiva “Let’s Go Crazy”, rappresenta la nascita: parte con un organo da chiesa sul quale un salmodiante Prince ci invita a “riunirci per superare questa cosa chiamata vita” e a non farci “trascinare giù dall’ascensore” del diavolo. Per raggiungere l’aldilà – “un mondo di felicità senza fine” – è necessario attraversare quella “pioggia viola” che dà il titolo al film, al disco e alla canzone posta in chiusura.

Che dire di questo brano? È un classico. Rock e gospel vanno a braccetto in una ballad incredibilmente intensa, dai toni epici e apocalittici. Lo straordinario assolo di chitarra di Prince sfuma in una lunga coda orchestrale che ha un che di risolutivo: nelle dissonanze degli archi si riflette la transizione dell’anima verso l’eternità. Non preoccupatevi, non sono impazzito. Naturalmente sto enfatizzando. “Purple Rain” ha però effettivamente tutti i tratti di un’esperienza che definirei totalizzante – persino mistica in alcuni passaggi.

Non mi riferisco tanto ai richiami religiosi che sono presenti e pure in abbondanza, ma al modo in cui vengono affrontati certi temi tipici del pop. Il fulcro dell’album – ma anche del film – è l’amore: c’è quello dolce e innocente di “Take Me With U”, cantato in duetto con Apollonia Kotero; c’è quello apparentemente non corrisposto di “The Beautiful Ones”, che fa perdere la testa a un gelosissimo Prince (Do you want him?/Or do you want me?/’Cause I want you); c’è quello carnale e osceno di “Darling Nikki”, un’ode al sadomasochismo e alla masturbazione femminile talmente scandalosa da convincere Tipper Gore – moglie dell’ex vicepresidente statunitense e Premio Nobel Al Gore – a fondare, nel 1985, il terribile Parents Music Resource Center, una sorta di Inquisizione del rock cui si deve l’invenzione della celebre etichetta del Parental Advisory.

Inutile dirvi che, all’epoca dell’uscita, l’indignazione dei benpensanti non fece altro che dare ulteriore risonanza al fenomeno “Purple Rain”, già trainato ai vertici delle classifiche dalla colossale hit “When Doves Cry”: il capolavoro commerciale del folletto di Minneapolis. A chi altri, se non al Principe, sarebbe potuto venire in mente di dar vita a un mix tra funk e synth pop ricco di groove ma privo di linea di basso? Un colpo di genio che gli valse la prima posizione della Billboard Hot 100 e un posto d’onore nella storia della musica degli anni ’80.

Prince and the Revolution – “Purple Rain”
Data di pubblicazione: 25 giugno 1984
Tracce: 9
Lunghezza: 43:51
Etichetta: Warner Bros.
Produttore: Prince

Tracklist:
1. Let’s Go Crazy
2. Take Me With U
3. The Beautiful Ones
4. Computer Blue
5. Darling Nikki
6. When Doves Cry
7. I Would Die 4 U
8. Baby I’m A Star
9. Purple Rain

 

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