THE RACONTEURS
Help Us Stranger

[ Third Man Records - 2019 ]
7
 
Genere: Rock
 
di
28 giugno 2019
 

Ci tiene a precisarlo, Jack White: nonostante siano passati ben undici anni dall’ultimo lavoro in studio, The Raconteurs per lui non sono né un supergruppo tantomeno un side project, bensì una band vera e propria.

Ed eccoli quindi tutti riuniti, Jack, Brendan Benson, Patrick Keeler e Jack Lawrence, per questo “Help Us Stranger”: e l’inizio, è di quelli che promettono bene, perché “Bored and Dazed” ci porta esattamente dove ci aspettavamo. E dove, diciamocelo, volevamo: un ecosistema devoto al rock più blueseggiante, carico e baldanzoso, in cui Jack White schiaccia sul gas ed incide angolare mentre Benson smussa con il suo DNA storicamente più melodico e pop.

Va detto, le acque si fanno subito meno mosse con la comunque dinoccolata, tamburellante e stonesiana “Help Me Stranger” o con le venature acustiche di “Only Child”, sinfonica, arricchita dagli archi, dal piano e da tocchi lisergici di elettrica, per i più classici dei salti all’indietro lunghi qualcosa come mezzo secolo.

“Don’t Bother Me” ha connotati glam e prog, forse volutamente Queen, visto che questo ductus sonico è confermato anche nella successiva “Shine The Light on Me” con il suo lietmotif di piano, laddove invece “Somedays (I Don’t Feel Like Trying)” è un’offerta sull’altare del country-folk, omaggiato anche nella successiva “Hey Gip (Dig The Slowness)”, cover del grande Donovan, fedele all’originale per quanto elettrificata in luogo di armonica ed acustica.

E’ “Sunday Driver” a riportarci nei lidi più rock e senza tempo, con il suo passo fiero e sfrontato e che sa anche quando calare vanesia i giri per farsi guardare meglio, prima del blues elettrolitico di “Now That You’re Gone” e la sua ricerca del ritornello melenso e melodico (quanto -va detto- un po’ troppo prevedibile e dejà senti).

Più graffiante e convulsa, ma anch’essa niente di memorabile, la successiva “Live a Lie”, mentre “What’s Yours Is Mine” riesce, specie nella sua seconda metà a prenderci a forza di fendenti di chitarra e cambi di passo. Chiude i giochi, la più morbida ed ariosa “Thoughts and Prayers”, con ancora virtuosi quanto pittoreschi arricchimenti di archi ad ornare il paesaggio.

Il compromesso sonoro è chiaro, ma sembra più una tacita intesa tra amici che il frutto di un negoziato: dove Jack cerca di sgommare furioso, gli altri gli creano il tracciato ai lati. Ma più che frenarlo, lo indirizzano per godere al massimo di accelerazioni, impennate, paraboliche e derapate.

L’attesa è stata lunga, e il tempo non ha fatto altro che far crescere anche le aspettative. E se quindi da un lato chi ascolta potrebbe restare un po’ deluso dal non trovare particolari zenith o pezzi sui quali scommettere per una futura memoria, sia comunque tributata giusta lode a Jack White e soci per questo lavoro, soprattutto da parte nostra che ogni volta che sentiamo ballare o sgomitare una chitarra non guardiamo mai, come fosse un buon distillato, l’etichetta per vedere l’annata: preferiamo assaporarlo e ci sentiamo, comunque, sempre un po’ meglio di prima.

Photo credit: David James Swanson

Tracklist
1. Bored and Razed
2. Help Me Stranger
3. Only Child
4. Don't Bother Me
5. Shine the Light On Me
6. Somedays (I Don't Feel Like Trying)
7. Hey Gyp (Dig the Slowness)" (Donovan cover)
8. Sunday Driver
9. Now That You're Gone
10. Live a Lie
11. What's Yours Is Mine
12. Thoughts and Prayers
 
 

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