BRITPOP VS GRUNGE: LA TOP 10 BRANI

 
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2 Luglio 2019
 

di Gianni Gardon (USA) vs Riccardo Cavrioli (UK)

Proprio in questi giorni è uscito un bellissimo speciale su Onda Rock, chiamato “Cool Britannia 1992 – 1999, la storia del Britpop“. Il lavoro è davvero pregevole, sia in termini di contestualizzazione storica sia di scelta di band e album rappresentativi. Ammetto però che il sottoscritto, Ricky, aveva lanciato l’idea all’amico Gianni di un “Anni ’90: UK vs USA” ancora in tempi non sospetti e non sull’onda dello scritto appena citato, giusto per far capire che questa cosa ci frullava in testa già da un po’. Come gli amici di Onda Rock, noi non riteniamo il britpop solo come un antidoto al grunge (o viceversa), c’è ben di più, ma non possiamo non notare che quello spirito nazionalistico e patriottico ha comunque avuto la sua piccola parte nell’insieme del tutto, con una miccia che, idealmente, potremmo proprio veder accesa nella famosa copertina di Select con Brett che troneggia lascivo sulla scritta “Yanks Go Home“. Sta di fatto che da quella miccia è partita la nostra fantasia, una Top 10 basata su quella famosa guerra che dicevamo prima, ‘UK vs USA’ o meglio ‘britpop vs grunge’, andando a stringere un po’ i confini, anche se poi, in realtà, i confini si allargano, comprendendo 10 artisti a testa per UK e USA che, bene o male, sono anche riusciti (chi più chi meno) ad esulare dalle due etichette appena citate.

Sul “nostro ring” abbiamo deciso di tirare in ballo 10 protagonisti a testa per rappresentare i due schieramenti, 5 big e 5 outsiders.

Che la sfida abbia inizio…

10. STONE TEMPLE PILOTS – VASOLINE

1994, dal disco “Purple”

Formatisi nella seconda metà degli anni ’80, si giovarono dell’ “effetto Nevermind”, arrivando al successo nel 1992 con l’album di debutto. Fecero il botto a livello commerciale col successivo “Purple”, da cui è tratto questo energico singolo, quando la stella del grunge stava tramontando sotto effetti nefasti. Alcuni critici li consideravano alla stregua di coloro saliti sul carro del vincitore, ma gli eventi futuri testimonieranno come i demoni del cantante Scott Weiland fossero oltremodo reali.

10. SUPERGRASS – ALRIGHT

1995, dal disco “ I Should Coco”

L’ala fragrante e frizzante del britpop è ben rappresentata dal primo album degli esplosivi Supergrass. Prendete una lattina di Coca-Cola e scuotetela per 30 secondi: la naturale esplosione del contenuto è più che identificativa di quello che è “Alright”. Quel piano è già assassino fin dai primissimi tasti pigiati.

9. TEMPLE OF THE DOG – HUNGER STRIKE

1991, dal disco “Temple of the Dog”

Testimonianza unica, accorata, toccante: sto parlando dell’esperienza estemporanea che ha visto riunirsi membri dei Soundgarden e dei Mother Love Bone in un album tributo al cantante Andy Wood (leader di questi ultimi), morto dopo essere stato in coma da overdose di eroina. In questo pezzo, ad altissimo tasso emozionale, si sposano a meraviglia le voci appassionate di due vocalist che segneranno in maniera indelebile la scena musicale nei decenni a venire: Chris Cornell ed Eddie Vedder, che da lì a poco si unirà proprio con gli ex Mother Love Bone come cantante di un nuovo gruppo niente male, i Pearl Jam!

9. SHED SEVEN – CHASING RAINBOWS

1994, dal disco “Change Giver”

Pensare che all’epoca del primo album erano definiti i Take That del britpop e invece questi ragazzini sono andati, musicalmente, in palestra e, piano piano, hanno saputo costruirte una dignitosissima carriera a base di guitar-pop-rock, arrivando a piazzare dei brani che non possiamo non definire inni totali come questa “Chasing Rainbows”. In UK, a tutt’oggi, sono una vera e propria istituzione.

8. LIVE – I ALONE

1994, dal disco “Throwing Copper”

Possibile incrocio tra R.E.M. (per qualità melodiche e timbro) e Nirvana (per i suoni e le asperità), ovviamente non si avvicinano per qualità ai suddetti ma sono stati in grado di arrivare al cuore di milioni di persone, ottenendo un successo clamoroso, seppur effimero, soprattutto in Patria. Il leader Ed Kowalczyk era solito riversare le proprie ossessioni in testi che sgorgavano spiritualità, il resto lo faceva una solidissima sezione ritmica. E ritornelli bomba come quello di “I Alone”, che ti si appiccicano in testa e non se ne vanno più.

8. DODGY – GOOD ENOUGH

1996, dal disco “Free Peace Sweet”

Riportano il sorriso su un volto triste i Dodgy. Terzetto che ha sempre messo in campo un pregevole mix di guitar-pop e un tocco di popedelia, non disdegnando anche aggiuntivi chimici che amplificassero il tutto. Adorabili.

7. SCREAMING TREES – NEARLY LOST YOU

1992, dal disco “Sweet Oblivion”

Il tenebroso Mark Lanegan, pur essendo nativo dello Stato di Washington, patria storica del grunge, da cui provenivano le band progenitrici del genere, è sempre rimasto periferico con i suoi Screaming Trees all’intero movimento. Eppure la fiamma lanciata nell’aria è quella pura del rock alternativo, e anche i temi vanno a toccare inevitabilmente storie di solitudine, degrado e alienazione come in questa ficcante “Nearly Lost You”. Tutti concetti ripresi e messi splendidamente a fuoco nel suo percorso solista giunto fino ai giorni nostri, che l’hanno consacrato tra i migliori cantautori del nuovo millennio.

7. GENE – LONDON CAN YOU WAIT?

1995, dal disco “Olympian”

I riflettori puntati addosso a Martin Rossiter e compari, all’epoca del primo disco (ma fin dai primissimi singoli, se dobbiamo essere sinceri), avevano la scritta “I nuovi Smiths” inserita nel fascio di lucio abbagliante e nel prezzo del biglietto. Per tutti parevano davvero la reicarnazione perfetta di quella band, anche se i Gene stessi hanno sempre cercato di sfuggire da qual paragone. Sta di fatto che lasciatemelo dire, ho sempre ammirato il look impeccabile dei Gene rispetto a quelle camicione inguardabili made in USA. E poi, beh, quel primo disco…mamma mia cosa non è quel primo disco…

6. THE BREEDERS – CANNONBALL

1993, dal disco “Last Splash”

Band nata in principio da una costola dei gloriosi Pixies, da cui proveniva la talentuosa bassista Kim Deal, diverrà poi qualcosa di molto serio, a seguito dello scioglimento del gruppo madre avvenuto nel 1993. I tempi sono così maturi per buttarsi a capofitto in un’avventura elettrizzante giunta con questo episodio al secondo disco, quello della piena affermazione. In organico non c’è più l’altra leader Tanya Donnelly, che andrà a fondare i Belly, altra band di rilievo in ambito indie rock, ma c’è Kelley Deal, sorella gemella di Kim. Le due si completano meravigliosamente e, fra le gemme incastonate negli anni ’90, va annoverata senza ombra di dubbio questa viscerale “Cannonball”.

6. THE BOO RADLEYS – WAKE UP BOO!

1995, dal disco “Wake Up!”

In questa top 10 britannica ci sono, ovviamente, dei nomi importanti per il periodo, ma altrettanti ne mancano. Gente come Verve o Charlatans, ad esempio, non sono inclusi, ma è innegabile che proprio in quello che potremmo definire il “periodo britpop” abbiano avuto un picco, in termini sia qualitativi che di vendite. Eppure le due band citate faccio davvero fatica ad inserirle in quella etichetta, in virtù di un passato decisamente psichedelico per i primi e in zona “madchester” i secondi. La stessa cosa la possiamo dire per i Boo Radleys, addirittura shoegaze agli esordi, ma, accidenti, come si fa a non cadere in tentazione di fronte a questa perla? Martin Carr sforna il suo gioiello melodico più brillante e l’Inghilterra cade ai suoi piedi.

5. ALICE IN CHAINS – WOULD?

1992, dal disco “Dirt”

Un cantato che più espressivo non si può, seppur imperniato in una cupezza e in una disperazione che sembra trasparire a ogni nota. Layne Staley scrisse e compose questo album in un periodo in cui si stava affossando in modo purtroppo irreversibile nell’incubo dell’eroina. La stretta collaborazione con il chitarrista Jerry Cantrell raggiunge qui i suoi vertici creativi e porterà alla definitiva consacrazione del gruppo come uno dei migliori e più influenti dell’era grunge e di tutti gli anni ’90.

5. PULP – COMMON PEOPLE

1995, dal disco “Different Class”

L’inno del britpop. Si. L’inno per eccellenza non poteva che uscire dalla testolina santa del poeta Jarvis Cocker, acuto, brillante e critico tanto quanto musicalmente delizioso, supportato da una band che qui (ma già nel precedente album, giusto dirlo) viaggia come un treno, senza sbagliare nulla. I Pulp fanno scuola.

4. SOUNDGARDEN – BLACK HOLE SUN

1994, dal disco “Superunknown”

Originari di Seattle e tra i primi a divulgare il “verbo grunge”, ottennero grandi riconoscimenti sin dall’inizio del loro percorso avvenuto nella seconda metà degli anni ’80, tanto da pubblicare il secondo album con una major. Sono tuttavia legati indissolubilmente agli anni ’90, a quella scena che non hanno mai smesso di seguire e promuovere. E Chris Cornell, eclettico vocalist in possesso di corde vocali da urlo e di una fisicità debordante, è diventato presto fra i più fulgidi protagonisti del rock contemporaneo, fino al tragico suicidio avvenuto tra lo sgomento generale due anni fa. “Black Hole Sun” rimane il più grande successo dei Soundgarden, uno dei singoli più rappresentativi di tutto il decennio 90’s, corredato da un video a effetto indimenticabile.

4. RADIOHEAD – HIGH AND DRY

1995, dal disco “The Bends”

Ballatona alla U2 questa “High and Dry” (non a caso qualcuno, ai tempi d’oro, ci provava a buttare li la frasetta…ecco i nuovi U2, cosa che musicalmente aveva anche un suo perché), piazzata in un disco non ancora “contaminato” da quella voglia di sperimentare che poi assalirà la band fin dal lavoro successivo. “The Bends” è un capolavoro. Un fottuto capolavoro guitar-rock, che a dirla tutta, non disdegna nemmeno di guardare in casa USA con certe derive alla Pixies.

3. SMASHING PUMPKINS – BULLET WITH BUTTERFLY WINGS

1995, dal disco “Mellon Collie and the Infinite Sadness”

Ne hanno vissute di vite e di reincarnazioni gli Smashing Pumpkins, sempre però nel segno del loro leader Billy Corgan, dotato di strabordante quanto piuttosto controversa personalità. Hanno attraversato il periodo grunge, sempre sfiorandolo o avendoci a che fare per vie traverse, vedi i rapporti turbolenti con le icone Kurt Cobain e Courtney Love. Eppure, basta ascoltare un pezzo come questo, o come “Zero”, singolo che più nichilista non si può, per non dire del gioiello “Today” per renderci conto che gli ingredienti erano pressochè gli stessi. Rimane epocale il grido lanciato nel ritornello, esemplificativo dello stato d’animo dell’inquieto Corgan: “Despite all my rage, I am still just a rat in a cage” (“Nonostante tutta la mia rabbia, sono ancora solo un topo in gabbia”).

3. SUEDE – BEAUTIFUL ONES

1996, dal disco “Coming Up”

I Suede del primo album, con la presenza di Bernard alla chitarra, hanno dato il là alla famosa “guerra” con l’America. Intendiamoci, sono stati i giornali che hanno creato il tutto, però, come abbiamo detto nell’introduzione una punta di patriottismo non mancava. Ci sarebbe da fare anche un discorso a parte su Luke Haines e i suoi Auteurs (sul loro esordio c’è pure un brano chiamato “American Guitars”) in ambito britpop e “sfida” all’America, ma non è tempo e luogo. Sta di fatto che, tutto sommato, con il terzo album i Suede si piazzano di diritto come portavoce del britpop, con un disco scintillante, glam al punto giusto e dannatamente e sfacciatamente pop. Richard Oakes è baciato dagli dei della musica nello scrivere ritornelli che più appiccicosi di così non si può. “Beautiful Ones” la ballano tutti.

2. PEARL JAM – JEREMY

1991, dal disco “Ten”

I rivali dei Nirvana, se non altro dal punto di vista artistico, visto che poi il tempo appianerà certe discrepanze relazionali (in primis tra i due leader e pesi massimi del genere Kurt Cobain ed Eddie Vedder) sono sin dalla loro comparsa nei negozi con “Ten” i Pearl Jam. D’altronde l’album arriverà a competere nelle vendite e nella popolarità con “Nevermind”, anche se i punti di contatto tra le band appaiono forzati. Musicalmente le canzoni del combo, i cui membri Stone Gossard e Jeff Ament suonano assieme sin dai tempi pionieristici dei Green River, sono molto più vicine a un rock classico, che può via via sfociare nell’hard rock come rallentare egregiamente. Punto di forza è da trovare nella poetica di Vedder che in questo disco ci apre il suo mondo interiore, quasi fosse una terapia. E lo sarà anche per milioni di adolescenti di tutto il mondo, colpiti dall’immaginario ora crudo, ora straordinariamente intenso, di brani come “Jeremy”.

2. BLUR – GIRLS AND BOYS

1994, dal disco “PARKLIFE”

Canzone e video che entrano nella storia. Canzone perchè assolutamente irresistibile ed elemento immancabile in ogni compilation a nome “britpop” che si rispetti, con questo basso saltellante e gli “o-o-o-o-o” che si appiccicano nella testa, video perché Damon lancia anche i segnali perfetti sul look, tra frangetta e tuta. Prendere appunti è un dovere morale. Trionfo.

1. NIRVANA – SMELLS LIKE TEEN SPIRIT

1991, dal disco “Nevermind”

Faccio pubblica ammissione di aver amato follemente molte band britpop ma lancio ugualmente il guanto di sfida all’amico Riccardo, sicuro del fatto che una canzone come questa sia assolutamente la più importante di tutto il decennio, emblematica di un’epoca, di un sentire comune di qua e di là dell’Oceano e in grado di catalizzare l’attenzione sin dai primi memorabili accordi della chitarra di Kurt. Qui c’è tutto ciò che è grunge: la rabbia, la disillusione, il sarcasmo, la forza eversiva della gioventù, il messaggio forte e chiaro del suo autore che con il suo lancinante grido si fa portavoce, seppur involontario, di un’intera generazione. Che dite: mi piace “vincere facile“?

1. OASIS – SUPERSONIC

1994, dal disco “Definitely Maybe”

I need to be myself, I can’t be no one else, I’m feeling supersonic, Give me gin and tonic“. L’estetica dei fratelloni è tutta qui. Qualcuno, all’epoca disse “ecco i Sex Beatles“. Si, ci sta. Tutto sommato pure i fratelloni si fanno portavoce di una generazione, ma a modo loro e con le loro armi: rabbia, disillusione, sarcasmo? Beviamoci e fumiamoci sopra. Ripartiremo come missili.

 

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