MANIC STREET PREACHERS: LA TOP 10 BRANI

 
di
5 luglio 2019
 

di Stefano Bartolotta

Hanno attraversato tre decadi di musica con una formula musicale mutevole ma sempre riconoscibile, sia quando i loro dischi erano scomodi e di difficile ascolto, che quando, invece, ammiccavano esplicitamente alle regole della radiofonia. Il loro modo di comporre canzoni è unico nel panorama musicale (Nicky Wire, prima con Richey Edwards e poi da solo, che scrive testi in libertà e James Dean Bradfield e Sean Moore che li adattano e li mettono nelle loro composizioni musicali), e la loro capacità di far riflettere gli ascoltatori, o di farli cantare, o di far fare entrambe le cose insieme, è indubbia. In un contesto del genere, mettere insieme una top 10 è particolarmente arduo, e bisogna fare delle scelte nette, ovvero stabilire quali fasi della carriera dei Manics siano stati rilevanti e quali no. Io le scelte le ho fatte, con sofferenza ma senza paura, ed ecco ciò che ne è venuto fuori.

10 – EMPTY SOULS

2004, da “Lifeblood”
La prima delle mie scelte nette è l’inclusione nella top 10 di una canzone presa da uno dei dischi meno apprezzati dei Manics, anche dalla band stessa. Vado esplicitamente contro questo sentire comune, perché ritengo, invece, che qui ci sia del pop di gran qualità dalla prima all’ultima canzone del disco. Melodie impeccabili, suono levigato ma non artefatto e testi certamente meno profondi rispetto ai momenti migliori, ma azzeccati viste le caratteristiche musicali. Questa canzone, in particolare, è un treno in corsa inarrestabile che mette in scena una situazione di disagio senza piangersi addosso.

09 – NO SURFACE ALL FEELING

1996, da “Everything Must Go”
Il quarto album della band, il primo dopo la scomparsa di Richey, è un tale esempio di continuità qualitativa che è davvero difficile estrapolarne due sole canzoni, calcolando che già una è una scelta obbligata (e non dite che non sapete qual è, certo che lo sapete). Vado con questa perché è una di quelle che è venuta meglio dal vivo le ultime volte in cui ho visto la band, con l’imponenza del ritornello che lascia senza fiato e quel modo prima di scandire le parole (It. Was. No.) e poi di urlarle tutto d’un fiato (surfacebutallfeeling) che dà una botta di adrenalina incredibile.

08 – 4ST 7LB

1994, da “The Holy Bible”
Ci vogliono due canzoni anche da questo terzo album, su quello saremo tutti d’accordo, spero. Valle a scegliere, però, le due elette. In realtà non ho avuto molti dubbi su entrambe, a cominciare da questa che rappresenta senz’altro l’esercizio musicale più complesso e impegnativo di tutta la carriera di Bradfield e Moore, non solo per la lunghezza, ma anche per la concatenazione melodica della prima metà e il repentino e perfetto cambio di scenario nella seconda, il tutto a valorizzare il manifesto per eccellenza delle sofferenze interiori di Edwards, mai così esplicito nell’esternare quanto gli stesse stretto l’essere rinchiuso in un corpo umano.

07 – LITTLE BABY NOTHING

1992, da “Generation Terrorists”
Una delle melodie più cristalline di tutto il repertorio dei Manics e uno dei migliori esempi di armonia tra la parte strumentale e quella vocale e, come se non bastasse, di concretizzazione di ciò che viene cantata nel testo. Un brano all’apparenza morbido e dolce ma che in realtà parla di un problema importante come gli abusi nei confronti delle donne, e lo fa in un tempo in cui era molto più difficile esprimersi su questo tema rispetto ad ora. Il fatto che la voce femminile sia di Traci Lords, che era stata un’attrice porno, rende ancora più tondo tutto il cerchio, roba che nemmeno il proverbiale Giotto.

06 – IF YOU TOLERATE THIS YOUR CHILDREN WILL BE NEXT

1998, da “This Is My Truth Tell Me Yours”
Al primo album realizzato completamente senza Richey, i Manics si ammorbidiscono dal punto di vista del suono, ma tirano fuori melodie di gran classe e, in questa canzone, mantengono la fermezza nel mettere in campo le proprie visioni politiche e sociali. Immagini di grande effetto descritte nel testo e un insieme tra suono, melodie e voce di grande efficacia e capacità di presa anche per un pubblico ampio; una canzone che si lascia cantare facilmente e che, però, non ha paura di sbattere in faccia all’ascoltatore prese di posizione nette e senza compromessi, anzi, probabilmente sfrutta proprio la facilità d’ascolto per divulgare meglio il pensiero del trio.

05 – ALL IS VANITY

2009, da “Journal For Plague Lovers”
Quando i Manics hanno dichiarato che avrebbero fatto un disco con gli appunti lasciati da Richey prima di scomparire 15 anni prima, i fan sono stati percorsi da un brivido, non solo di emozione, ma anche di paura che l’operazione sarebbe stata un fiasco dal punto di vista qualitativo. Invece, questo è un grandissimo disco che merita di essere rappresentato nella top 10, con questo pezzo nel quale Edwards non ha paura di dire che ormai, a farlo sentire fuori posto, è ciò che è giusto, non ciò che è sbagliato, e i suoi ex compagni concretizzano al meglio questo stato d’animo con una canzone acida e scorbutica e tremendamente sincera.

04 – ROSES IN THE HOSPITAL

1993, da “Gold Against The Soul”
La scelta più difficile ha riguardato proprio questo disco, intanto per il numero di canzoni da estrarre e, una volta deciso dolorosamente che ce ne stava solo una, per quale dovesse essere. Premio questa canzone incalzante ma non frenetica, con un riff semplice ma che resta in testa e non se ne va più, un’ottima interpretazione vocale che aumenta il senso di groove proprio del brano, e un testo che, anche qui in un contesto orecchiabile mette in campo una situazione scomoda, nella quale si rifiuta orgogliosamente il presunto aiuto di chi come minimo ha la colpa di averlo offerto troppo tardi, e probabilmente non è nemmeno sincero nel farlo.

03 – YES

1994, da “The Holy Bible”
Siamo a un punto per cui qualunque descrizione non renderebbe giustizia a dei veri e propri capolavori. Si potrebbe parlare di come il suono delle chitarre sia talmente genuino e sentito da rappresentare quasi fisicamente la profonda insofferenza del testo, o di una qualità melodica di strofa, bridge ritornello che si attesta su livelli siderali, o del testo stesso, perfetto manifesto di come ci si possa sentire incredibilmente frustrati non per un generico disagio, ma con motivazioni ben specifiche. L’unico modo per omaggiare a dovere questa canzone clamorosa è ascoltarla a ripetizione e imparare bene che tutte le persone vergini sono bugiarde e che se hai tra le mani un ragazzo, ma in realtà vuoi una ragazza, basta strappargli il cazzo.

02 – MOTORCYCLE EMPTIMESS

1992, da “Generation Terrorists”
Anche qui, cosa possiamo dire per far capire l’immensità di questa canzone? Parliamo pure del riff breve ma immortale, di un senso melodico praticamente perfetto già al disco di debutto, del testo efficacissimo che ci fa capire quanto la vita che viviamo sia rassicurante solo in apparenza, ma che in realtà siamo praticamente immersi in uno scenario post apocalittico senza rendercene conto. La canzone è lunghetta e non brilla per varietà musicale, ma gli elementi di cui sopra sono talmente perfetti che ascoltarli è una goduria continua dal primo all’ultimo secondo e non avrebbe davvero avuto senso modificare o accorciare un impianto del genere.

01 – A DESIGN FOR LIFE

1996, da “Everything Must Go”
Qui, seriamente, la tentazione di lasciare la descrizione vuota è stata forte, ma farò anche quest’ultimo sforzo e proverò a far capire il perché io ritenga questa la miglior canzone dei Manics. Parliamo del perfetto uso degli archi, allora, poi di quanto sia avvolgente la melodia, di quanto sia sentita ed espressiva l’interpretazione vocale, di quanto, nel testo, sia raffinato il riferimento al nazismo, e di come la canzone esploda poi in uno sfogo liberatorio, in cui si urla senza ritegno che noi non parliamo d’amore ma vogliamo solo essere ubriachi. E lo hanno urlato e continuano a urlarlo le migliaia di persone che affollano ancora i concerti dei Manics e che, salvo rarissime eccezioni, possono godere di questa canzone come saluto finale, grazie al quale buttar fuori tutto quello che si ha dentro e tornare a casa purificati, e amare i Manics per tutta la vita, com’è giusto che sia.

Credit Foto: Alex Lake

 

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