“VOLEVO CHE IL MIO DISCO FOSSE APERTO E DIRETTO, UNA SEMPLICE FOTO DI ME STESSO.” CE LO DICE CHRIS COHEN

 
22 Luglio 2019
 

Chris Cohen lo conosciamo per la sua partecipazione a numerosi progetti tra i quali Curtains, Ariel Pink’s Haunted Graffiti e Deerhoof: il musicista statunitense negli ultimi anni ha pubblicato anche un paio di album solisti e lo scorso marzo è arrivato il suo omonimo terzo LP, pubblicato dalla Captured Tracks. Noi di Indieforbunnies.com abbiamo intercettato Chris via e-mail per parlare delle sue influenze, del processo creativo, dell’etichetta di proprietà di Mike Sniper e anche dei vinili e delle cassette. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Chris, come stai?  Come mai hai deciso di chiamare il disco con il tuo nome?

Sto bene, grazie. Sto rispondendoti dalla città di Tucson, Arizona, sono in tour. Volevo che il mio disco fosse aperto e diretto, una semplice foto di me stesso. Da quel punto di vista questo album è diverso rispetto ai miei precedenti, è un esperimento di parlare in modo chiaro.

Anche se questo è solo il tuo terzo disco solista, hai comunque tantissima esperienza, avendo già suonato in band come The Curtains, Deerhoof, Natural Dreamers, Cryptacize e altre: pensi che queste tue esperienze passate possano aver influenzato in qualche modo la tua carriera solista?

I musicisti imparano tutte le cose gli uni da gli altri e anch’io sono così. Le persone con cui ho lavorato mi hanno contagiato in qualche modo, spesso assorbo le loro voci e ascolto la mia musica attraverso esse. Mi chiedo cosa penserebbero. Sono come una famiglia e li porto con me nel bene o nel male. Ho suonato in gruppi per trenta anni e quindi ci sono molte persone ed esperienze da cui attingere.

I tuoi genitori lavorano entrambi nello show business: pensi che sia stata una scelta naturale quella di diventare un musicista?

Nessuno dei miei genitori lavora più nello show business. La mia decisione di diventare un musicista (semi-)professionista è stata una graduale e quasi invisibile serie di eventi. Non è mai stato qualcosa che ho deciso o di cui ho parlato. Suonare musica è stato qualcosa di certo, ho iniziato quando avevo tre anni e dopo ho immaginato che avrei fatto altro per vivere e avrei anche suonato. Comunque non ho mai pensato di fare altro.
Oggi lavoro come produttore e ingegnere e ciò mi aiuta a supportare la mia musica. Ho fatto anche altri lavori, ho lavorato nell’agricoltura, come cameriere, ho innaffiato piante negli uffici, ho fatto il commesso in un negozio di dischi, ho fatto l’impiegato, ho venduto alberi di Natale, ecc.

Hai scritto le canzoni del tuo terzo album negli ultimi due anni: che cosa ci puoi raccontare del tuo processo creativo? Quali sono state le tue principali influenze musicali per questa tua nuova fatica?

Ho scritto le mie canzoni al piano e ho scritto prima gli accordi e le melodie senza le parole. Sono stato influenzato soprattutto dal mondo naturale e non solo dalla musica – altre forme di vita oltre agli umani come, per esempio, il mio cane.

Nel tuo album ci sono parecchi ospiti come Katy Davidson (Dear Nora), Luke Csehak (Happy Jawbone Family Band), Zach Phillips e Kasey Knudsen: quali aggiunte hanno portato al tuo sound?

Tutti loro hanno portato le loro personalità che sono molto differenti dalla mia. Kasey ha suonato sul disco, mentre gli altri hanno scritto dei testi (sebbene siano tutti anche ottimi musicisti). Le loro canzoni hanno un senso di allegria che le mie non hanno, sono quelle che posso cantare con un po’ di distanza. Il disco sembra che abbia accolto bene ciò, vista la natura dei testi che ho scritto io.

Di che cosa parlano i tuoi testi? Sono personali? Da che cosa hai preso l’ispirazione?

Preferisco non riassumere. Sono spesso personali, ma non sempre.

Il tuo nuovo album è molto elegante e mi è piaciuto ascoltarlo. Ho sentito influenze jazzy in più di una canzone (in particolare in “Edit Out” e “No Time To Say Goodbye”): sei d’accordo? E’ stato qualcosa di intenzionale?

Sì – sono un fan del jazz, ma non suono il jazz. Ho pensato che potesse essere interessante cercare di fare qualcosa leggermente fuori dalle mie normali capacità, suonando un tipo più crudo di falso jazz, ma dall’amorevole prospettiva di un fan. Davin Givhan, Jay Israelson e Kasey Knudsen, che suonano sul disco, sono dei musicisti jazz, così hanno potuto portare la loro esperienza in esso.

I tuoi LP sono stati realizzati tutti dalla Captured Tracks, una delle mie indie-label preferite: ci puoi raccontare come è nata la tua collaborazione con Mike Sniper?

La Captured Tracks condivideva l’ufficio con un’altra etichetta, la RVNG. Ho mandato il mio disco a Matt Werth, visto che sono amico con Julia Holter – lui lo ha passato a Mike e gli è piaciuto.
Mike mi ha detto che Mac DeMarco era in ufficio in quel momento e gli ha detto: “Devi mettere sotto contratto questo ragazzo” o qualcosa del genere. Grazie, Mac.

Ho visto che il tuo nuovo disco è stato pubblicato sia in vinile che in cassetta: che cosa ne pensi di questi due formati che sono ritornati dopo parecchio tempo? Ti piacciono?

Mi piacciono sia i vinili che le cassette. Non colleziono più i CD. Ogni formato è buono. Cambiano il modo in cui ascoltiamo la musica, ognuno ha le sue doti positive, ma anche i suoi svantaggi. Anche il processo di registrazione è ancora qualcosa di abbastanza nuovo nella storia della musica. E’ facile dimenticarselo.

Hai qualche nuova band o musicista interessante da suggerire ai nostri lettori?

Certo. Ruth Garbus, Dear Nora, Lillith Outcome, The Lentils, Johann Sebastian Market Basket, Olden Yolk, Gun Outfit, Itasca.

Un’ultima domanda: puoi scegliere una tua canzone, vecchia o nuova, da utilizzare come soundtrack di questa nostra intervista?

“No Time To Say Goodbye”.

Grazie mille, Chris.

Grazie a te, Antonio.

Credit Foto: Ebru Yldiz

 

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