Un difetto o un pregio? Il dibattito su come considerare il sostanziale immobilismo stilistico che praticamente da sempre contraddistingue gli AC/DC si trascina ormai da decenni. Ne hanno parlato riviste importanti e autorevoli critici (e forse qualcuno ci avrà  pure scritto un libro sopra, chissà ). Chi giustamente non ha mai mostrato particolare interesse per la questione sono gli appassionatissimi fan della band australiana che, nonostante defezioni e lutti, continuano ad affollare gli stadi per vedere scatenarsi sul palco un uomo di sessantacinque anni vestito da scolaretto.

Angus Young e la sua mitica Gibson SG rappresentano i due simboli più celebri di un gruppo che, sembrerà  strano a dirsi, ha fatto dell’immagine il suo principale punto di forza: dall’iconico logo stampato su miliardi di magliette alla coppola di Brian Johnson, passando ancora per i cannoni di “For Those About To Rock (We Salute You)” alle ascelle costantemente in bella vista del compianto Bon Scott. Tutti elementi che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito a trasformare in una leggenda l’epopea degli AC/DC.

Peccato solo abbiano messo in ombra ciò che conta davvero: la musica. Se non è cambiata più di tanto nel corso di quasi mezzo secolo di attività , un motivo poi ci sarà : funziona benissimo così com’è. Hard rock semplice e diretto, ruvido e melodico: nei riff e negli assolo senza fronzoli disegnati dai fratelli Young, sostenuti da una sezione ritmica tanto essenziale quanto efficace, si incontrano l’energia primordiale del rock and roll delle origini, la sporcizia del blues più alcolico e corrotto e la violenza gratuita dei pub australiani, nei quali i giovanissimi AC/DC degli esordi sudavano sette camicie per non farsi prendere a bottigliate da un pubblico dai gusti difficili.

Se in patria la diffidenza degli ascoltatori venne superata già  a partire dal debutto (“High Voltage” del 1975), all’estero il quintetto inizialmente fece un po’ di fatica a lasciare il segno. Per il successore di “Powerage”, una Atlantic affamata di successi chiamò in cattedra il produttore sudafricano Mutt Lange che, come una specie di Enzo Miccio dell’hard rock, provò a fare il restyling agli AC/DC.

Puntando sul groove e sui magnifici riff portati in dote da quel geniaccio che era Malcolm Young, ci riuscì quanto bastava per ottenere un album da decine e decine di milioni di copie vendute in tutto il mondo: “Highway To Hell”. Il primo best seller di Angus Young e soci fu disgraziatamente anche l’ultimo lavoro realizzato in compagnia di quel tipaccio di Bon Scott, trovato morto all’interno della sua auto il 19 febbraio 1980, dopo aver trascorso una notte di bagordi a Camden Town.

Queste dieci tracce sono il suo canto del cigno: un indimenticabile requiem elettrico per uno dei pochissimi veri eroi del rock più genuino e ruspante. Appena cinque mesi dopo la sua prematura scomparsa, gli AC/DC ancora in lutto sarebbero “tornati in nero”. In fondo all’autostrada per l’inferno, i rintocchi lugubri delle campane di “Hells Bells”. E il resto è storia.

AC/DC ““ “Highway To Hell”
Data di pubblicazione: 27 luglio 1979
Tracce:  10
Lunghezza: 41:40
Etichetta:  Atlantic
Produttore: Robert John “Mutt” Lange

Tracklist:
1. Highway To Hell
2. Girls Got Rhythm
3. Walk All Over You
4. Touch Too Much
5. Beating Around The Bush
6. Shot Down In Flames
7. Get It Hot
8. If You Want Blood (You’ve Got It)
9. Love Hungry Man
10. Night Prowler