“CANTARE DEI MIEI SENTIMENTI PIù INTIMI è STATA UNA LIBERAZIONE”. CE LO RACCONTA ORVILLE PECK

 
29 luglio 2019
 

Con un look preso in prestito da Lone Ranger dedito al bondage e un album d’esordio, “Pony”, che ha raccolto consensi unanimi in mezzo mondo, non potevamo lasciarci sfuggire l’opportunità di intervistare il cowboy mascherato più chiacchierato d’America, a cui va imputato il merito di aver rivitalizzato il country mischiandolo alle sonorità romantiche di casa Smiths. Stiamo parlando ovviamente di Orville Peck, e a giudicare dalle risposte che leggerete potrete farvi un’idea se a prevalere sia più l’artista o il personaggio. Nel dubbio, intanto noi vi consigliamo di non farvi sfuggire i concerti italiani che Orville Peck terrà in Italia nel mese di novembre e più precisamente mercoledì 13 al Maison Musique di Rivoli (TO), il giorno successivo al TPO di Bologna (insieme ai Deerhunter) e venerdì 22 all’interno del festival Linecheck a Milano.

Ciao Orville benvenuto su Indieforbunnies.com, come stai? Che combini di bello?

Ciao, qui tutto bene, mi trovo a Toronto in Canada in attesa di suonare a un festival.

Congratulazioni per “Pony”, senz’altro uno dei migliori esordi dell’anno: puoi raccontarmi che sensazioni hai avuto una volta finito di registrarlo?

Grazie! Mi ci è voluto un anno per scriverlo. Tutto è iniziato da una manciata di vecchie canzoni che avevo e che ho poi deciso di sviluppare in una piccola isola della British Columbia nel nord ovest del Pacifico chiamata Gabriola. Una volta completato il disco ero nervosissimo, ma al tempo stesso anche sollevato.

Com’è nata l’idea del cowboy mascherato?

Non capisco cosa intendi, quello che vedi sono io!

Capisco, diciamo allora quanto della persona dietro la maschera c’è nel cowboy mascherato e quanto del cowboy mascherato c’è nella persona senza maschera.

Continuo a non capire, siamo la stessa persona!

I tuoi testi parlano di solitudine, amori rincorsi e finiti ai margini della società, paradossalmente nascondi il tuo viso, ma poi metti in mostra il tuo cuore nudo. Cosa senti quando suoni le tue canzoni dal vivo?

In molti vedono l’amore come elemento portante delle mie canzoni, ma in realtà si tratta sì di amore, ma non dal punto di vista prettamente romantico del termine. Quel cuore spezzato di cui canto è il mio e cantare dei miei sentimenti più intimi è stata una liberazione. Quindi per rispondere alla tua domanda, ogni volta che interpreto queste canzoni dal vivo per me è come una catarsi.

I fan ti vedono come un’icona queer, ti ci riconosci?

Assolutamente, voglio dire sono gay e ne parlo liberamente. Mi piace il fatto di poter diventare un’icona o un punto di riferimento per qualcun altro.

Tornando a “Pony”, la prima volta che ho ascoltato “Dead Of Night” in radio la mia mente è subito andata alle autostrade infinite che attraversano i deserti del Sud Ovest degli Stati Uniti, ai motel impolverati e alle ghost town nel mezzo del nulla. Leggendo la tua biografia però si scopre che provieni dal Canada e che per molti anni hai frequentato la scena di Seattle e vissuto per un po’ in Europa. Da dove vengono queste influenze desertiche?

Non sono nato in Canada, mi sono trasferito lì a 15 anni e da allora ho vissuto in altri quattro paesi. Quello che senti è perché sono nato e cresciuto nel deserto del Sud Ovest, e da sempre sono connesso con quell’ambiente così mistico.

Allo stesso modo pensavo che il disco fosse registrato in uno studio simil Rancho De La Luna sperduto chissà dove nel deserto americano, invece è stato partorito vicino l’isola di Vancouver.

Beh, la regione della British Columbia è un ottimo posto se sei alla ricerca di tranquillità per lavorare, ho trascorso lì un bel periodo e ho trovato quello di cui avevo bisogno. Il Nord America è bellissimo, ma la mia anima appartiene ai deserti del sud.

Come diavolo hai fatto in “Buffalo Run” a far coesistere chitarre post-punk con un climax tipicamente western? So che in passato militavi in band punk, questo in qualche modo ha influito sull’arrangiamento del pezzo?

Sì, è questo il pezzo in cui emerge di più il mio passato, ascolto e mi piace tanta roba e in qualche modo dovevo buttare fuori tutte queste influenze. Mi piaceva avere nel disco un pezzo alla “Buffalo Run” in grado di farlo deragliare.

Oltre a cantare sei anche un attore e ballerino, qualità che vengono fuori nel videoclip girato per il tuo ultimo singolo “Hope To Die” in cui esegui un assolo di danza e rendi omaggio all’iconica immagine punk dei due cowboy gay nudi resa famosa da Vivienne Westwood. Mi sembra di capire che oltre a credere molto nell’antica arte dei video musicali, partecipi attivamente anche alla loro realizzazione.

Ogni volta che scrivo una canzone nella mia testa emergono una serie di immagini attraverso le quali voglio dare una forma visiva al pezzo. Per realizzarle collaboro con diversi artisti che condividono il mio stesso senso dell’estetica e che mi aiutano a renderle vive. È importante per me che l’immaginario che c’è dietro a ogni canzone esca forte e chiaro anche nei video.

Se potessi scegliere un disco, un libro e un film che sono stati imprescindibili per la tua formazione quali sarebbero?

Sono diventato Orville Peck perché sono nato Orville Peck e sono Orville Peck!

Non fa una piega! Tra qualche mese suonerai per la prima volta in Italia, cosa dobbiamo aspettarci da un tuo live show?

Dovete aspettarvi una tragedia in costume condita da tanta sincerità.

Ok Orville, ti saluto chiudendo con un’ultima curiosità: so che sei tu stesso a realizzare le maschere che indossi, quante nei hai? E come decidi di sfoggiarle?

Al momento ne ho venti. Non sono io a decidere quali indossare, semplicemente ogni mattina mi sveglio e me ne trovo una diversa in faccia!

Photo Credit: Carlos Santolalla

 

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