“LE CANZONI HANNO UNA FORZA SPECIALE, L’HO SPERIMENTATO NELLA MIA VITA”: GIORGIO GOBBO CI RACCONTA IL SUO PRIMO ALBUM SOLISTA

 
1 agosto 2019
 

Il cantautore padovano Giorgio Gobbo, dopo la fruttuosa esperienza con la Bottega Baltazar (con la quale nel 2016 sfiorò una Targa Tenco per la miglior canzone con l’intensa “Rugby di periferia”), ha da poco esordito come solista con un progetto molto interessante, acustico e minimale, frutto di un percorso personale e umano che l’ha portato per un po’ a staccare la spina dalla routine quotidiana. Ha voluto come “disintossiccarsi” dalla realtà di tutti i giorni e cercare un contatto vero, autentico con la natura.

Raggiunto telefonicamente in un afoso pomeriggio, stappiamo idealmente una bella birra fresca e cerchiamo di capire meglio il significato di un lavoro così particolare, le sue intenzioni e i suoi progetti.

Un disco che avrebbe avuto, presumo, delle buone chances di ben figurare anche nell’edizione del Tenco (il più importante premio sulla canzone d’autore italiana) appena conclusa ma che non è stato inviato in tempo alla commissione.

Sono stato un po’ mona io, come si dice dalle nostre parti…mi sono mosso troppo tardi e ho perso il treno!

(Perfetto, il ghiaccio è stato rotto, andiamo a scoprire di più su “Nettare dell’estate”, che ho avuto modo di recensire di recente qui.)

Buongiorno Giorgio, questo disco lo sento davvero come molto personale. Al di là che la Bottega Baltazar si sia presa un po’ di pausa, non credo che sarebbero uscite con il gruppo queste canzoni…

Direi proprio di no, nel senso che tutto il materiale uscito con il gruppo veniva elaborato all’interno della Bottega, per cui passava sempre attraverso più teste, più mani, anche se l’autore molto spesso ero io di base. Quindi in questo disco “finalmente” ho potuto soffermarmi di più sul canto e sulla chitarra, mentre gli arrangiamenti della Bottega erano più collegiali.

A me è piaciuta molto la sensazione che ti lascia questo disco, che rimanda a mio avviso alle atmosfere di un film come “Into the Wild” ma in quel caso l’epilogo era molto tragico, mentre qui mi pare proprio che al termine del viaggio di ricerca ci sia un senso di appagamento da parte del protagonista. Poi, essendo del posto (dalla provincia di Verona, non lontano dai luoghi narrati nell’album, ndr), riesco ad assaporare quelle suggestioni che arrivano all’ascolto. Mi ricorda la nostra Terra e lo dico con spirito assolutamente non nazionalista, mi fa piacere ci sia un disco che abbia saputo valorizzare la nostra Terra nel modo giusto, come riescono a fare tanti artisti folk delle altre zone d’Italia. Non so se è stato un tentativo voluto, ma io ho avvertito questo.

Guarda, i miei maestri, autori di canzoni – e mi riferisco soprattutto al folk nordamericano – hanno sempre saputo fare questa cosa di parlare di luoghi ed esperienze che conoscevano molto da vicino, riuscendo però a trasformarlo in qualcosa di universale ed è quello che ho cercato di fare io con questo lavoro. Quindi i riferimenti ai luoghi, alle atmosfere, ai paesaggi mi servono per dare verità a quello che racconto, però l’obiettivo non è quello di cantare semplicemente la bellezza della nostra Terra, magari a scapito di altri, ma di cercare nel mio microcosmo qualcosa di universale che possa toccare chi si ritrova ad ascoltare le mie canzoni in altre parti di Italia, o addirittura all’estero, come ogni tanto mi capita.

Credo che questo obiettivo da parte tua possa definirsi raggiunto perché io, appunto, sono vicino a certi luoghi e li ho riconosciuti, ma di fatto sono canzoni intime e dal taglio universale, perché il contatto e il linguaggio della natura riguardano tutti. Poi devo dire che si sente l’ispirazione dei maestri nordamericani.

Sì, non solo dei folksinger ma mi riferisco forse di più per questo disco alla letteratura. Negli ultimi anni mi sono proprio “tuffato” a leggere Walt Whitman, Thoreau, tutto quel mondo che ha saputo parlare di natura, attraverso le lettere, la poesia, il racconto, già nell’800. La presenza della natura in Nordamerica è molto importante, per cui l’ho preso come spunto e l’ho portato un po’ nella nostra Terra, facendo un po’ quell’operazione che in realtà era già stata fatta anche nei decenni precedenti, mi viene in mente Guccini con un album come “Fra la via Emilia e il West”.

Hai portato alcuni spettacoli in scena, scegliendo anche delle location insolite, all’aria aperta in montagna. Ricordo che anche Giovanni Lindo Ferretti o Niccolò Fabi fecero dei concerti in mezzo alla natura. Che riscontro hai avuto, non soltanto di partecipazione della gente, ma proprio a livello personale? Cosa ti è arrivato? Che significato hanno avuto questi concerti, sono stati proprio come te li immaginavi?

Questa serie di concerti all’aperto, sette sono stati nel periodo primaverile, li ho chiamati “Pellegrinaggio musicale” proprio perché l’ho pensato soprattutto in un primo momento per me, per il piacere di tornare in alcuni dei luoghi che avevano ispirato quelle canzoni. Però come avevo scritto, ogni tappa era aperta a chi venisse a trovarmi ed è stata una bella sorpresa perché ho ritrovato l’affetto delle persone che magari mi conoscevano con la Bottega Baltazar oppure a teatro con altri progetti ai quali ho partecipato nel corso degli anni e si è creata un’atmosfera di comunità molto bella. Persone che hanno manifestato un rispetto particolare per l’ambiente. Ti faccio solo un esempio: alla fine di ogni esibizione, prima di andarmene, controllavo che non ci fossero rifiuti lasciate per terra e ho riscontrato da parte della gente questo approccio bello con la natura, rispettoso. Oltre alle canzoni, alla bellezza di stare all’aria aperta in quei luoghi, quindi, ho trovato anche degli amici che hanno molto a cuore la salvaguardia dell’ambiente, e lo si vede anche da questi piccoli gesti.

E’ un disco che sembra proprio incontaminato, immagino che anche in fase di registrazione sia stato fatto un buon lavoro per ripulire, rendere scarne queste canzoni, senza che suonassero in modo “dilettantistico”: si sente che c’è una cura del suono. Hai seguito questo aspetto in prima persona, era il risultato che volevi o c’è stato qualcuno in studio a darti un giusto indirizzo?

Sì, sin da subito avevo le idee piuttosto chiare sul lavoro finale, volevo che il disco suonasse back to basics, come dicono gli americani: riuscire a fare tutto, tanto, con poco, con degli strumenti molto semplici come può essere una chitarra. Così ho parlato con un mio collaboratore, Carlo Carcano, che è un bravissimo arrangiatore e direttore d’orchestra, e lui ha raccolto la sfida, nel senso che all’inizio diceva “qui potremo mettere questo, qui ci starebbe bene quello…  e io lo bloccavo:“Invece no, mettiamo il meno possibile!”… infatti molti pezzi sono solo chitarra e voce oppure voce e un altro strumento (in alcuni casi abbiamo optato per un organico appena un po’ più numeroso). Lui ha saputo cogliere le mie intenzioni, le mie intuizioni e lavorare per catturare anche in studio di registrazione la naturalità delle esecuzioni. Abbiamo optato anche per scelte inconsuete, come quella di registrare in pratica in presa diretta voce e chitarra, in un modo molto lontano dal mondo del pop, dove ovviamente si registra uno strumento per volta, spesso in maniera asettica. E questo ha aiutato molto a trasferire nella registrazione un senso di verità, di genuinità.

In fase di recensione del disco ho citato alcuni pezzi cui ho dato dei significati particolari. Ma volevo chiedere a te come autore quale è stato il pezzo che ha fatto scoccare la scintilla, che ha dato il mood al disco e che ti ha fatto pensare: “ecco, il disco suonerà così perché ho trovato la chiave di lettura che avevo in mente”.

Interessante! Guarda, è curioso che il brano più vecchio, quello che ho scritto prima di tutti gli altri, è proprio quello che invece chiude il disco (e chiude il percorso): si intitola “Arriverà l’inverno”. E’ stato un po’ come parlare a me stesso, dopo un periodo critico a livello personale ed avere la consapevolezza che sì, tutto ha una fine e di conseguenza un nuovo inizio. E che anche dopo la bella stagione, l’inverno senz’altro arriverà. Un inverno magari cupo, con poca luce ma nel frattempo cosa troviamo lungo il percorso? E così ho messo insieme tutti i ricordi dei luoghi che amo di più visitare durante l’estate, le sensazioni che mi danno, le persone con cui li ho vissuti: nel giro di un anno e mezzo ho messo insieme il corpus delle canzoni che poi sono diventare “Nettare dell’estate”.

Ho sentito in una tua apparizione in tv, che una canzone come “A Rovolon”, che è una delle melodiche, canticchiabili del disco, anche se a me richiama il nome del paese sui Colli Euganei, in realtà è frutto di una crasi tra le parole Love e Revolution, mi confermi questa cosa?

Sì, è un gioco quello di trasformare luoghi esistenti che richiamino anche qualcos’altro. Il ritornello canticchiabile è nato proprio con l’idea di essere canticchiabile. E’ stato realizzato infatti in un laboratorio che curo da diversi anni per un servizio psichiatrico dell’Ulss 6 Euganea di Padova, dove si condividono le idee musicali con gli utenti, cantiamo insieme, facciamo anche un concerto alla fine del percorso. Quindi viene naturale trovare delle soluzioni musicali che siano anche immediate e “A Rovolon” è nato un po’ così, per gioco, ma è piaciuto talmente tanto che tutti quanti mi hanno detto: “devi metterla dentro un tuo disco” e adesso è arrivato il momento di farlo.

Direi proprio di sì, perché ha un’ottima resa, c’è questo ritornello che ti resta in mente, il simpatico espediente del coro femminile che canticchia alla fine (è la figlia di Gobbo, ndr) e poi mi sembra una canzone chiave del disco perché nel testo si allude chiaramente all’idea di staccare dalla propria vita, sognandone un’altra, il tutto utilizzando parole semplici ed immediate; è il brano di fatto più immediato dell’intero lavoro.

Lo è assolutamente, è la descrizione della necessità che abbiamo tutti ogni tanto di evadere dalle routine e accogliere il dono che solo certi luoghi riescono a farci: basta a volte anche una banalissima passeggiata fra i Colli Euganei, una sosta in osteria a sorseggiar del buon vino dei colli e già torni a casa che sai un po’ più di te stesso, proprio perché ti sei staccato da quelle che sono le tue abitudini.

Alcune canzoni mi danno l’dea che ci sia sottesa una base ritmica: al di là di questi concerti che hanno rappresentato delle esperienze molto particolari, spettacoli estemporanei, c’è la possibilità di sentire le canzoni di “Nettare dell’estate” con altre vesti sonore, con nuovi arrangiamenti?

Sì, al momento i miei concerti, a parte quelli del “Pellegrinaggio musicale”, che sono stati prettamente acustici, hanno sempre visto dei musicisti che mi accompagnavano, specie Gianluca Segato, un giovane chitarrista che suonava la Lap Steel Guitar, in altre occasioni si è unita Annamaria Moro, violoncellista di Padova, anche lei molto giovane e molto brava. L’idea però è in prospettiva, piano piano, di avere con me magari anche una sezione ritmica, a partire dall’autunno comincerò a lavorarci.

Dopo aver ascoltato questo disco, proprio per i requisiti che presenta e i presupposti con cui è nato, ho pensato che potesse rappresentare un unicuum nel tuo percorso musicale e artistico. Quali prospettive musicali ti poni davanti: continuare su questa strada (che è stata comunque molto interessante) oppure, superato il momento di crisi, magari ti è venuta la spinta per fare qualcosa di diverso?

Mah, l’idea alla base di questo disco era appunto di fare qualcosa su cui inserire solo chitarra e voce, in modo da poter suonare come un moderno menestrello in qualsiasi luogo e situazione: dalla baita in montagna al teatro, che potesse quindi essere riprodotto con chitarra e voce e poco altro. Il disco in realtà è nato come un progetto, come primo capitolo di un dittico dove la seconda parte sarà dedicata alla stagione dell’inverno. Quindi direi che solo alla fine di quel secondo disco si potrà definire concluso questo progetto di dischi basati su chitarra e voce, poi in mente in realtà ho molte cose… certo bisognerà vedere cosa succederà nel frattempo e in che momento mi troverò da qui a un anno e mezzo, per capire se continuare su un acustico estremo o trovare una band oppure chi lo sa…

Stai ottenendo dei riscontri, forte anche dell’interesse che avevi suscitato prima con la Bottega Baltazar; noti un’attenzione particolare da parte della critica e del pubblico nei tuoi confronti, sei soddisfatto a tutt’oggi di quanto raccolto?

Non ho ancora tracciato un consuntivo, in fondo il disco è uscito relativamente poco fa; poi ho anche rallentato la promozione perché ero coinvolto in altre faccende a teatro. Di certo si deve fare i conti con la crisi discografica, ci sono meno risorse a disposizione per produzione e diventa difficile a volte anche solo far sapere che esiste un progetto. E lo è ancora di più per chi come me propone un percorso musicale non legato alla tendenza musicale del momento, e che punta a qualcosa di anacronistico, non legato a questi anni. Ho visto in passato anche con la Bottega: il lavoro è lento, ci vuole di più magari a farlo arrivare ma poi sono proprio quelle cose che durano nel cuore delle persone. Ho raccolto molto affetto dalle persone, questo sì, non davo certo per scontato che i fans della Bottega mi seguissero, per quanto essendo io il cantante del gruppo vi fosse un filo conduttore forte che lega ha mia voce ai dischi fatti in precedenza. Aver ritrovato quello stesso affetto attorno alle mie canzoni è stato molto emozionante, così come vedere che, tappa dopo tappa, concerto dopo concerto, il pubblico era più numeroso, c’era gente che è tornata più volte a vedermi, nonostante in pratica le canzoni che eseguivo fossero sempre quelle.

Probabilmente ci tornavano perché erano concerti dove una forte esperienza era condivisa, venivano dati significati diversi rispetto a uno spettacolo più canonico.

Sì, probabilmente è così, persone che tornavano a trovarmi ce ne sono state, siamo diventati amici. Riguardo le recensioni o i riscontri della critica, beh, le prime impressioni sono positive, sono soddisfatto, anche se penso sia un disco che possa lasciare anche sconcertati, o quanto meno disorientati, perchè non si inserisce in nessun canale.

In effetti, io ho ricevuto tante buone vibrazioni ma immagino che proprio perché in Italia si producono pochi dischi simili, l’album può essere giudicato originale in un’ottica positiva, ma d’altra parte, visto in negativo, può risultare anche straniante per alcuni, forse sin troppo ostico all’ascolto.

Sì, sono consapevole di questo, perché si hanno nelle orecchie l’indie che va forte adesso, e quello che faccio io è abbastanza lontano da quegli stilemi, ci sta che sia così e si prosegue comunque, in direzione ostinata e contraria, come direbbe un signore che ci piace tanto.

Anche altri esponenti della cosiddetta musica d’autore italiana, o comunque di qualità si sono dovuti mettere in gioco per stare al passo, talvolta reinventandosi con risultati altalenanti. Chi continua a portare avanti un certo percorso, nonostante dischi e concerti anche affollati si trova comunque in difficoltà a fronteggiare la musica altra, quella per capirci che passa in radio o nei media, molti fenomeni effimeri. Anche un tempo il cantautore difficilmente sfidava sul campo i prodotti pop ma per lo meno c’era spazio anche per chi proponeva musica non propriamente commerciale. E difatti negli ultimi 20 anni pochi sono entrati nell’immaginario dei grandissimi, sono diventati popolari.

Devo ammettere candidamente che c’è qualcosa di ingenuo nella ricerca di quello che faccio, perché mi rendo conto benissimo che quello che funzionerebbe, dal punto di vista commerciale, si muove su ben altre direttrici ma io preferisco l’etichetta di onesto artigiano della canzone: la bottega più piccola ma frequentata da gente bella dove circolano idee e dove resistere è più facile. Non so chi tra quelli della mia generazione potrà un domani stare al fianco dei grandi del passato. Va fortissimo Calcutta… “

I punti di sospensione sono gli stessi che metaforicamente ha lasciato a fine discorso Giorgio Gobbo, ho proseguito la frase io dicendo che fatico a ritenere Calcutta in quelle vesti, forse perché ancora troppo ancorato all’indie del momento e solo il tempo in definitiva ci dirà quali tra i tanti artisti emersi negli ultimi anni reggeranno il peso del tempo. Quando l’intervista “ufficiale” poteva considerarsi finita, ci siamo lasciati andare a una considerazione su come la musica abbia perso quel suo ruolo centrale nel mondo dei giovani, che diciamolo sono il motore portante della società, o per lo meno dovrebbero esserlo e Giorgio ha fatto una riflessione importante sulla questione.

L’industria segue il consumo, e adesso si basa su altro, su smartphone, sull’ascolto in digitale. Prendiamo ad esempio Spotify, dove per natura ci si mette in ascolto in maniera più superficiale: hai a disposizione tantissime cose e non sai come sfruttarle al meglio. Lo vedo in mia figlia di 18 anni, anche lei consuma molta musica ma lo fa in modo estremamente diverso da come lo facevano quelli della nostra generazione. Noi magari avevamo a disposizione un cd e l’ascoltavamo per bene dall’inizio alla fine, e poi un’altra volta ancora. L’artista stesso sapeva che l’ascoltatore avrebbe ascoltato più volte con attenzione e ti consentiva una complessità di linguaggio che adesso non si può permettere perché ti skippano dopo 30 secondi. Questa per me è la deriva musicale a cui spesso si fa riferimento parlando di questi anni, ma oggi la musica non ha qualità perché viene prodotta per un tipo di ascolto diverso rispetto a quando ascoltavamo, chessò, Genesis, Pink Floyd o Pearl Jam. Il problema di fondo è il modo in cui si ascolta la musica.. e non so come se ne uscirà.

Sono d’accordo con te e con le tue perplessità sui tempi moderni, poi penso ad artisti come Bon Iver che di recente ha meravigliato tutti con un intenso concerto tenuto a Villafranca di Verona. E ha fatto il pienone, proponendo musica che certo non strizza l’occhio a mode o cede al ritornello facile.

Amo molto i Bon Iver, così come i Fleet Foxes, o altri esponenti di questo moderno folk americano uscito nella seconda metà degli anni 2000 ma il pubblico è composto da gente dai 30 anni in su. Dubito ci siano giovanissimi, ma al di là di ciò, si tratta di artisti che hanno raggiunto la fama mondiale con una proposta scarna, sicuramente non commerciale ma di grandissima qualità. Ho grandissima stima e ammirazione per Justin Vernon, per tutto ciò che fa. La musica di qualità c’è ancora e a quanto pare in qualche modo e in qualche forma resiste!

Giorgio Gobbo, come ha detto in precedenza, è impegnato nel teatro di narrazione.

Quella del teatro di narrazione è per me una linfa importante, uno spazio in cui poter eseguire le mie cose. Non si tratta di teatro classico, con copione, ma una forma più vicina allo storytelling, spesso con l’attore padovano Andrea Pennacchi: ciò che ne deriva è molto interessante, spesso sorprendente.

Condividendo un’attività a favore di soggetti con disagio psichico, l’argomento in chiusura si sposta lì e il cantautore ci regala una considerazione assolutamente condivisibile.

Immagino che riversi una tua parte musicale nel lavoro che svolgi a contatto con l’Ulss 6: utilizzare la musica e il teatro come forme espressive mi sembra quanto meno interessante, oltre che fuori dagli standard educativi. La tua dev’essere una sfida molto stimolante.

Certo, nella mia attività di artista laddove si sono chiusi gli spazi classici dei concerti e dei festival, si sono aperti altri ambiti come appunto il teatro, o altre iniziative legate all’arte. Non sono un musico-terapeuta ma seguo laboratori dove creiamo canzoni, è un progetto sulla scrittura e sulla voce, anche dal punto di vista fisico per chi ha attraversato il disagio psichico. E’ una maniera senz’altro diversa di portare in giro le canzoni ma che coglie il segno. Le canzoni hanno una forza speciale ed è una cosa che ho sperimentato nella mia vita: fa bene alle persone ascoltare le storie, cantare le canzoni.

Come dargli torto?

 

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