RUSSIAN CIRCLES
Blood Year

[ Sargent House - 2019 ]
7.5
 
Genere: post-metal
 
21 agosto 2019
 

Una chitarra, un basso, una batteria, zero parole. Ai Russian Circles bastano pochissimi elementi per dar forma a un suono sì compatto e granitico, ma anche vivo, dinamico e contaminato da innumerevoli influenze diverse. L’apparente naturalezza con cui il trio di Chicago dipinge i suoi paesaggi strumentali cela una complessità e una cura dei dettagli ai limiti del maniacale: è essenzialmente questa la peculiarità del loro viaggio post-metal, che con il nuovo “Blood Year” è giunto alla settima tappa.

Un percorso evolutivo lento ma continuo. Le sette tracce prodotte dall’espertissimo Kurt Ballou – già membro dei Converge e, in passato, al lavoro dietro al bancone del mixer per artisti come Chelsea Wolfe, High On Fire, Code Orange e Cave In – rappresentano un piccolo passo in avanti per una band che, proseguendo il proprio cammino su una strada illuminata dall’esempio dei maestri (Isis e Neurosis, ma anche Brian Eno e Mogwai tra i punti di riferimento), ama più di ogni altra cosa al mondo lanciarsi in lunghe esplorazioni sonore.

L’obiettivo, c’è da scommetterci, è sempre lo stesso: trovare un’identità ben definita, o meglio mettere in evidenza tutti quegli aspetti che, in un modo o nell’altro, caratterizzano in maniera inequivocabile i Russian Circles e li differenziano dai tanti colleghi dell’affollatissima scena d’appartenenza. L’anima post- della creatura nata nel 2004 dall’incontro tra il chitarrista Mike Sullivan, il bassista Brian Cook e il batterista Dave Turncrantz non si limita esclusivamente alla matrice metal, ma include fortissimi tratti rock e hardcore.

I primi emergono soprattutto nei momenti più melodici di “Blood Year”, che in realtà poi non sono moltissimi: alcuni riff di “Milano” e “Kohokia”, gli arpeggi puliti della brevissima “Ghost On High”. I secondi, al contrario, occupano un ruolo assolutamente predominante: con il supporto decisivo di Ballou, il trio recupera alcune delle caratteristiche principali della scuola bostoniana – l’impiego massiccio del delay, il basso costantemente distorto e incredibilmente possente, la batteria pesante e dall’andamento solenne – e le inserisce in veri e propri macigni strumentali che rispondono ai titoli di “Arluck”, “Sinaia” e “Quartered”.

Le non sporadiche incursioni in territori progressive e black metal (Sullivan ricorre spessissimo alla tecnica del tremolo picking nelle parti più concitate e nervose) conferiscono originalità e freschezza a un album che, pur non stregando, affascina dal primo al trentanovesimo minuto.

Credit Foto Andrea Petrovicova

Tracklist
1. Hunter Moon
2. Arluck
3. Milano
4. Kohokia
5. Ghost On High
6. Sinaia
7. Quartered
 
 

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