BRUCE SPRINGSTEEN: LA TOP 10 BRANI

 
23 Agosto 2019
 

Molto probabilmente quasi tutti coloro che si sono cimentati nella compilazione ed ideazione della top 10, soprattutto in caso di nomi “importanti” e con una lunga carriera discografica alle spalle, si saranno ritrovati ad imprecare nel dover scegliere soprattutto cosa escludere più che nel selezionare le 10 fortunate da includere.
Premessa d’obbligo perché nel mio caso l’impresa la reputo titanica, foriera di atroci dubbi al limite dell’esistenziale, portatrice di ferite ad ogni esclusione e truffaldina.
Ma truffaldina giammai?
Certo le regole vanno rispettate come pretende il nome della rubrica “top 10” ma, nel limite di ciò che mi sarà concesso, quasi furtivamente suggerirò altri pezzi nella costellazione della galassia springsteenianae e vi aggiungerò in coda due songs aggiuntive “a mò” di ghost tracks.

E partiamo per il nostro viaggio, posto che Bruce va ascoltato a mio parere sulla lunga distanza degli album ed imparando anche le versioni live dei suoi pezzi, lui che è considerato, anche da chi mal lo sopporta, uno dei più grandi performer della storia.
Una tal maniacale cura per la sequenza dei brani che dovevano apparire negli album (almeno fino a “Tunnel Of Love”), senza per forza essere dei concept, da renderlo famoso anche per la quantità e qualità di brani registrati e poi scartati, in quanto non consoni a suo avviso nella visione di questo o quell’album.

Cominciamo brevemente dalle esclusioni di massima, in modo da non sentirne più il peso.
Carriera al limite della perfezione fino al 1987 con 8 album da avere senza indugi, produzione parca e fin troppo oculata; un silenzio di 5 anni con un ritorno molto sotto tono (“Human Touch”/”Lucky Town”); un ottimo album con la sua visione della folk music (“The Ghost of Tom Joad”); gli anni novanta passati in sordina (lo ricordiamo solo per la vittoria agli Oscar con “Streets of Philadelphia”); gli anni duemila inaspettatamente con numerosi dischi, ma fin troppi e quasi sempre non all’altezza, di cui basti ricordare il grande ritorno al successo di critica e pubblico con “The Rising”, lo splendido esperimento folk delle “Seeger Sessions” ed il recentissimo e soprendente “Western Stars”.
Dispiace in particolare non aver incluso alcun pezzo da “Tunnel of Love” , album della maturità dopo l’ubriacante esplosione di “Born in The Usa” e dalle citate “Seeger Sessions”, lodevole, gioiosa e coraggiosa immersione nella tradizione americana.

La top 10 presuppone pertanto necessariamente una forte soggettività, bilanciata però dalla scelta di alcuni brani per il loro essere icone springsteeniane (come la selezionata “The River”, ma non “Born in the Usa”, “Glory days”, “Dancing in the dark” o “I’m on fire”…e così in una parentesi sono riuscito a citare anche le hit dal suo album più famoso).
E’ stato scritto e detto di tutto su questi pezzi, siate perciò magnanimi e senza pretese di esautività.
La mia speranza sia solo quella di farvi venire la brama di andare ad ascoltare, per la prima o milionesima volta, almeno uno di questi brani.
I brani non sono né in ordine cronologico né in ordine di importanza o preferenza ma li ho lasciati nell’ordine in cui istintivamente mi sono venuti in mente.

BACKSTREETS

1975, da “Born To Run”

Nell’anno domini 1975 esplode anche presso il grande pubblico (quello “enorme” arriverà 10 anni più tardi) con la pubblicazione di “Born to Run”, che prima dell’esplosione del punk tenta e riesce nell’impresa di “salvare” il rock, ormai tronfio ed autoreferenziale.
Le tematiche sono quelle non di una ribellione o rivoluzione, ma desiderio di fuga per abbracciare il grande sogno americano, non ripudiato ma inseguito. Si respira un entusiasmo debordante, con a latere momenti di grande lirismo e toccante nostalgia (o meglio malinconia) Il pianoforte è il grande protagonista e l’intro che caratterizza questo brano mette i brividi anche al centesimo ascolto. Se dovessi indicare un brano degli anni ’70 che è a tutti gli effetti “springsteeniano” non potrei che citare “Backstreets”, con le esplosioni vocali, il wall of sound di spectoriana memoria, il pianoforte che guida e l’arrivo del sax a squarciarti il cuore. Non la esegue spesso dal vivo, pertanto quando ebbi la fortuna per la prima volta di sentirla a Torino mi dovetti (ed ero nel pit) accasciare al suolo e senza vergogna sentire calde lacrime bagnarmi le gote.

BORN TO RUN

1975, da “Born To Run”

Qualche anno dopo sarà normale cantare “Born to lose”, ma dal 1975 questo è e sarà uno dei grandi inni del rock, senza diventare eccessivamente barocco o dal refrain ripetitivo come altri celebrati ma pomposi inni del rock. Inno che diventa dal vivo celebrazione collettiva, un sogno di innocente fuga giovanile che si perpetra e si rinnova ad ogni ascolto.
Tramps like us, baby we were born to run….
Magnifica la versione acustica registrata live nel 1988 che si può trovare nell’ep “Chimes of freedom”, in cui Bruce rilegge questo brano scritto in gioventù con la testa ed il cuore di un quarantenne. Non si vuole macchiare la sua vitalità, non se ne rinnega il sogno ma la malinconia e un pizzico di disillusione dettata dall’esperienza affiorano. Da inno a danza consolatoria.

DOWNBOUND TRAIN

1984, da “Born In The Usa”

Dopo quell’album, “Born in the Usa”, nulla fu più lo stesso.
La sua immagine, la dimensione del suo pubblico, il suono e la produzione.
Un album ai confini con il pop ma miracolosamente invecchiato benissimo (andate a riascoltare le produzioni coeve di quei famosi anni ’80), infarcito di brani a presa rapida ma senza una traccia di filler. Da quell’album per molti non sarà più “fico” ammettere di ascoltare Bruce, forse per la sua eccessiva sovraesposizione, ma sarà una sbornia che durerà pochi anni, tra un ritorno parco come “Tunnel of Love” e gli anni novanta spesi in sordina.
Quello che non cambierà nemmeno allora sarà il suo essere sempre e comunque uno dei giganti del rock e i suoi spettacoli live, sempre generosi , debordanti ed inimitabili.
Accanto ad un suono più levigato ed ad atmosfere più pop (anche se lo stesso “The River” era colmo di brani festosi, ma l’impronta era comunque diversa), i testi sono tutt’altro che superficiali e gioiosi.
Il taglio cinematografico e la grande abilità letteraria del nostro si ritrovano e maturano in questo album, concepito per le masse ma non per instupidirle. Tra i vari brani “Downbound Train” è sicuramente molto meno famoso di altri contenuti in “Born In the Usa” o privo di refrain trascinati come una “No Surrender”, ma è una canzone magnifica che fornisce equilibrio al disco ed il testo (e chi lo avrebbe mai detto?) affronta temi, presenti anche in molti altri brani dell’album, come la perdita del lavoro, dell’amore, del proprio equilibrio e della propria identità in un paese che non ha mantenuto le promesse.
P.s. Qualora vi interessi vi rimando alla mia disanima di Born in the usa per i suoi 35 anni.

LOST IN THE FLOOD

1973, da “Greeting from Asbury park”

Gli inizi carriera di Bruce lo vedono infuocare la scena locale in un susseguirsi di live già leggendari da una parte ed esibizioni in solitudine dove proporre i brani più intimisti e crepuscolari dall’altra. In questa fase nasce un equivoco che rischiò di risucchiarlo tra i candidati ad “essere il nuovo Bob Dylan”. Viene scritturato dalla Sony Columbia su precisa indicazione del celeberrimo John Hammond, colui che scoprì proprio Dylan oltre che, per citare un altro nome, Aretha Franklin.
Hammond intravede in lui un talento purissimo e all’atto di incidere il primo album “Greeting from Asbury Park” nasce la conflittualità tra voler impostarlo come un lp di cantautorato a fronte della smania di Springsteen di far emergere invece un suono full band con la prima incarnazione in studio della E-Street Band.
Ne nasce un album, tra l’altro inficiato da una pessima produzione, che pur presentando indubbie qualità di scrittura non sposa nessuna delle due anime e non riesce nemmeno ad integrarle a dovere.
Un album che passò inosservato ma che contiene già dei goielli come la “VanMorissiana” “Spirit in the Night” o la dolente ballata pianistica presente in questa lista.
Una ballata che riprende sonorità di quei misconosciuti pezzi che scriveva e suonana nei club prima di ottenere il contratto, per un un album nei testi caratterizzato da un fiume in piena, a dir il vero eccessivo e che sarà levigato negli album successivi.
Brani dimenticati anche nella raccolta in 4 cd di outtakes dle 1999 “Tracks”, ma che gli amanti di Springsteen hanno pescato a man bassa dalle registrazioni illegali.
Non è ancora “il futuro del rock n roll”, come ebbe a coniarlo il suo futuro produttore John Landau, allora celebre giornalista musicale, ma il giovane Bruce ora è ufficialmente entrato nelle incisioni del magico mondo della discografia.

THE RIVER

1980, da “The River”

Nel 1980, dopo la disanima disillusa del capolavoro “Darkness on the edge of Town”, Springsteen pubblica un doppio che vuole raccogliere la summa del blue collar rock americano, con un fiume di brani equamente divisi tra rock’ n’ roll festaioli, quali “Cadillac Ranch” o “Sherry Darling”, e struggenti ballate , su tutte la strepitosa “Poin Blank”. Tra queste ultime ho scelto per voi un istant classic come “The River”, con un ritornello indimenticabile e un’armonica a bocca che raggela lo stomaco.
Impossibile non sottolineare la caratura del testo, che, con il suo famoso taglio cinematografico, senza slogan o retorica, racconta la storia di due sfortunati amanti.
Non si parla di passione e desiderio, ma sullo sfondo di questa storia si percepiscono le tematiche già affrontate in “Darkness”, ovvero l’importanza dei sogni ma ancor più l’importanza che le promesse di questi sogni vengano mantenute e se ciò non avviene si rischia di passare una vita persa tra incattivimento, perdita di identità ed apatia.
Il fiume e la sua forza purificatrice, il fiume che diventa poi secco ed il suo ricordo è doloroso dopo che le vicissitudini della vita non hanno coinciso con le proprie aspettative, un amore che si spezza, la crisi economica, la solitudine e la rassegnazione nel constatare che la partita della vita è ormai persa.

KITTY’S BACK

1973, da “The Wild The Innocence & The E-Street Shuffle”

Dopo “Greetings from the Asbury Park” nell’arco di pochi mesi Bruce ritenta e pubblica “The Wild The Innocence & The E-Street Shuffle”, un album atipico per la maggior parte degli ascoltatori di Springsteen ma non così sorprendente per chi conosce le radici musicali di Bruce, non solo classic rock ma anche e soprattutto R&B e Soul Music, in quella miscela sonora inedita che sarà l’ Asbury Sound (ricordiamo Southside Johhny), in cui il rock del New Jersey si tinge di fiati e pelle nera.
L’album è un’esplosione di rock & soul, con una fortissima influenza di Van Morrison ed un tocco jazzato regalato dal pianista David Sancious, prima dell’arrivo del “Pofessor” Roy Bittan.
Accanto a brani esplosivi come “The E-Street Shuffle” o “Rosalita”, abbondano romantiche e toccanti ballate come “4th Of July-Asbury Park (Sandy)” o “Incident on 57th street”, brani che per un qualsiasi altro autore avrebbero garantito menzione nelle enciclopedie del rock.
La scelta ricade invece su “Kitty’s back” in quanto rimarrà una perla preziosa incastonata all’interno dei suoi album, ovvero tutte le influenze sopra citate ma inserite in un contesto jazzato e con uno sviluppo libero dalla forma canzone .
Una maratona di suoni e sensazioni, che pare quasi di assaporare in lontananza il profumo creolo di New Orleans.

BADLANDS

1978, da “Darkness On the Edge of Town”

In questo caso mi viene da scrivere che qui c’è davvero “Tutto”. Opener del capolavoro “Darkness On the Edge of Town”, figlio della rabbia di un Bruce che scrive questi brani sullo sfondo di una fastidiosa causa giudiziaria con l’ex mentore Mike Appel e dopo che lo slancio giovanilistico di “Born To Run” paga il dazio ai trent’anni del nostro. Un album sulla perdità di identità e sulla disillusione, ma sempre con l’anima tipicamente springsteeniana di trovare una via d’uscita alla rassegnazione ed una speranza costruttiva anche nei momenti più bui. Una canzone che è impossibile non cantare a squarciagola in macchina o in mezzo ad uno stadio, tutta la potenza irripetibile del suo rock, senza resa e privo di nichilismo. Un brano che non sfiorisce con l’età, ma che ti motiva in maniera diversa che tu abbia vent’anni o quaranta e che è rigorosamente da ascoltare in una delle sue strepitose versioni dal vivo:
…Voglio il cuore, voglio l’anima
Voglio il controllo adesso
Parlo di sogni
da avverare
Ti svegli nella notte
con una paura così vera
Passi la vita ad aspettare
un momento che non arriverà mai
Non sprecare il tuo tempo
… Voglio trovare un volto
che non mi guardi attraverso
Voglio trovare un posto
Voglio sputare in faccia di queste terre desolate..

PROVE IT ALL NIGHT

1978, da “Darkness On the Edge of Town”

Tratto da “Darkness”, ma la mia scelta ricade sulla versione live che fece nel tour a supporto (dal cui intro attinse a piene mani Patti Smith per la sua “Frederick”).
Una versione che si apre con un lungo mesmerico intro di solo pianoforte, seguito dal riff della chitarra che sfocia in un assolo epico che ti corrode l’anima. Tutta la potenza e il sincretismo della E-street band dal vivo.
Inutile aggiungere altro per il tour del 1978 che è pura sempiterna LEGGENDA.

THE GHOST OF TOM JOAD

1995, da “The Ghost of Tom Joad”

Dopo la nefasta accoppiata “Human Touch/Lucky Town” del 1992 che sembrò consegnare Bruce, dopo ben 5 anni dal validissimo “Tunnel of Love”, alla schiera degli artisti sorpassati e bolliti, ed in mezzo un Greatest Hits che pareva richiamare alle armi la E-Street band messa da parte dopo il tour del 1988, Springsteen regala un album folk dalle tinte fosche, la cui title track si ispira a “Furore” di John Steinbeck e forse ancor di più alla sua versione cinematografica (e a dir il vero più edulcorata e consolatoria) realizzata da John Ford.
Un album molto omogeneo nella scrittura, con almeno 4 grandi canzoni, che rilancia, almeno a livello di critica, Bruce e lo fa portavoce dei reietti della società; oltre alla title track ricordiamo “Youngstown” e la rovina di una città a seguito della chiusura di un altoforno, “On the Border” e le speranze disperate degli immigrati messicani.

STATE TROOPER

1982, da “Nebraska”

Dall’album “Nebraska” , quello che è amato (alla follia) da chi non ama Springsteen. Un unicum irripetibile, originariamente (e tale rimasto) registrato con un tascam e portato in tasca per un mese in vista di farlo ascoltare alla band per realizzarne versioni elettriche da studio.
I tentativi in tal senso risultarono vani e l’idea fu accantonata; le stesse versioni studiate per i tour non risulteranno mai all’altezza delle scarne e spettrali versioni finite su disco.
Versioni che non furono in alcun modo rimaneggiate e stante la qualità lo-fi delle registrazioni furono messe su disco per miracolo. Ed un miracolo è questo disco, che non è definibile come alcuni erroneamente fanno come folk album, ma è un caso a sé, una versione disperata, spettrale e allucinata di rock. Una versione disperata ed allucinata ben testimoniata da “State Trooper”, tant’è che lo stesso Springsteen ammise la forte influenza data dagli ascolti dei Suicide, come se al posto dei synth ci fossero chitarre acustiche (ma quanto dolorose e taglienti) ed armoniche a bocca.
Un disco disperato anche nei testi, forse l’unica volta che Springsteen, in grave crisi personale, mise davvero in dubbio l’efficacia del sogno americano.

Ed ora abbiamo terminato?
No, qui torna l’anima truffaldina che viola le regole “della top 10” .
Ma come non aggiungere un paio di postille, come se fossero delle ghost track o outtakes, in riferimento ad un autore famoso anche per i brani regsitrati a più non posso nel periodo aureo e scartati , con molti di essi che avrebbero definito un’ intera carriera di un qualche altro rocker?
La mia scelta sarebbe caduta sull’imprescindibile “Thunder Road” (pazzesco che non sia nel mio elenco, dato che si narra che il sottoscritto abbia sempre immaginato risuonarla nel proprio laico funerale) e sull’inedita “The Promise”, contraltare di “Thunder Road” nella sconfortata ed accorata rinuncia alla fuga romatica evocata dal quel brano in apertura di “Born to Run”.

BECAUSE THE NIGHT

1977

No cari lettori non è una cover quella che trovate nel cofanetto “Live 75-85”, ma fu scritta da Bruce e completata nel testo da Patti Smith che ricevette tal gradito (e remunerativo) regalo.
La stessa cosa che stava accadendo ad “Hungry heart” da “The River”, scritta per darla in dote ai The Ramones e che fu pubblicamente apprezzata da un entusiasta John Lennon prima della sua tragica dipartita.
Un classico tra i classici, reso ancor più prezioso dall’intensa interpretazione di Patti Smith che le diede veste ufficiale nell’album “Easter”.

YOU’RE MISSING

2002, da “The Rising”

In lizza fino all’ultimo un brano dal recentissimo, sorprendente, “Western Stars”. In questo caso, dimentico degli scialbi tentativi di modernizzare il proprio rock ad uso dei tour di clamoroso successo di tutti gli anni duemila e oltre, Springsteen ammanta tutto l’album di bucolica e serena accettazione della propria vecchiaia.
Infine vince un pezzo da “The Rising”, ovvero il grande ritorno in studio con la E-Street band, lodato dalla critica e baciato da un gran successo di pubblico.
Forse sopravvalutato, ma un tentativo assai riuscito, forse l’ultimo insieme a “Wrecking Ball”, di essere contemporaneo nell’arena rock e scritto in parte subito dopo i tragici eventi dell’11 settembre, ferita aperta per l’americanità.
La scelta cade su questa toccante ballata pianistica, che resi ancor piu mia a distanza di 13 anni, quando dovetti affrontare la perdita di mia madre, che manca e mancherà dolorosamente per tutto il mio limitato sempre.

Credit Foto: Danny Clinch

 

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