OGGI “THE HOLY BIBLE” DEI MANIC STREET PREACHERS COMPIE 25 ANNI

 
di
30 agosto 2019
 

di Stefano Bartolotta

Venticinque anni di “The Holy Bible”. Trecento mesi di una delle opere musicali più intense, personali e scomode di tutti gli anni Novanta. Che amiate o no i Manics (se li amate, adorate senz’altro questo disco, credo che non esista fan che non lo metta nella propria Top 3), non potete non riconoscere l’impatto sonoro ed emotivo, nonché la spiccata personalità di questo lavoro, che ancora oggi è il perno su cui ruotano molte delle discussioni relative alla band. Perché, si sa, dopo questo disco, Richey Edwards è scomparso per sempre, e i Manics sono diventati un’altra cosa, con i fan che dibattono incessantemente e si dividono tra chi ritiene che i tre superstiti abbiano tradito gli ideali portati avanti da chi ora non c’è più e chi, invece, è convinto che il cambiamento abbia proprio preservato questi ideali, nel senso che li ha resi riconducibili in modo definitivo a Richey. I Manics non potevano rimanere come erano stati fino a quel momento, poiché il loro motore ideologico si era fermato per sempre, ed era giusto prendere altre strade, come del resto avevano fatto Bernard Summer e Peter Hook dopo la scomparsa di Ian Curtis (seppur cambiando nome alla band).
Certo, pensando al disco, viene naturale immaginarsi che comunque sarebbe dovuto cambiare qualcosa anche con la permanenza di Richey, perché ciò che lui racconta nei suoi testi non può che portare alla classica reazione “non puoi continuare così”. Questo insieme di canzoni, infatti, racconta di un mondo in cui è umanamente impossibile riuscire a rimanere a lungo, perché la frustrazione, la rabbia e lo sconforto presenti sono davvero troppo da sopportare per ogni essere umano. Per amore della precisione, va detto che non tutti i testi sono di Richey, ma il lavoro di scrittura era svolto anche dal bassista Nicky Wire: in questo disco, però, Richey aveva preso decisamente il sopravvento e le dichiarazioni dell’epoca concordano nell’attribuire a lui il 70-75% del lavoro.
Gli altri due Manics, il cantante e chitarrista James Dean Bradfield e il batterista Sean Moore, avevano poi il compito, così come era avvenuto coi due dischi precedenti, e così come avverrà anche poi sui testi del solo Nicky, di prendere le parole scritte in libertà e di adattarle a una forma musicale. Se volete avere un’idea di come si svolgeva il lavoro, acquistate l’edizione deluxe di “Journal For Plague Lovers”, il disco del 2009 in cui James e Sean usano gli appunti lasciati da Richey prima di sparire. In questa edizione, gli appunti stessi sono riprodotti integralmente, così è possibile fare un confronto tra ciò che lui scriveva e disegnava e il risultato finale in forma di canzone. Capirete che non era di certo facile prendere il fiume di parole che sgorgava dai flussi di coscienza di Richey e dar loro una forma e una metrica.

Ma torniamo a questo disco, alle sensazioni scomode e difficili descritte senza compromessi e alla veste musicale che conferisce ancora più impatto, intensità e realismo a quanto raccontato. James e Sean non rinunciano alla melodia, anche se sarebbe stato facile il contrario, e svolgono un lavoro egregio nel dare alle canzoni un suono profondo, toccante e ricco di sfumature, in modo da rappresentare ogni volta nel modo migliore le sensazioni espresse nei testi. Importantissimi, in questo senso, sono soprattutto i diversi bilanciamenti del suono degli strumenti, sempre perfettamente studiati e mai uguali tra una canzone e le altre. Ogni episodio ha tonalità e colori diversi, e un’immediatezza melodica più o meno pronunciata, e anche dal punto di vista della struttura, si spazia tra momenti legati alla forma canzone tradizionale e altri in cui, invece, troviamo aggiunte, cambi di tempo e di melodia e vere e proprie evasioni dalla struttura principale.

Come detto, lo spettro delle sensazioni espresse non è amplissimo, nel senso che comunque ci sono solo negatività e disagio, ma, all’interno di questi confini, vengono dette tantissime cose diverse, e, di conseguenza, il disco doveva saper unire varietà e coerenza di fondo anche dal punto di vista musicale. La missione è compiuta come meglio non si potrebbe, e nel disco convivono perfettamente istanze sociali, rivendicazioni storiche e, soprattutto, situazioni personali da “qui e ora”, quelle che hanno portato Richey a non farcela più e a scomparire per sempre senza nemmeno far trovare il proprio corpo poco più di cinque mesi dopo l’uscita dell’album, con la descritta varietà musicale che permette di rappresentare sempre al meglio ognuna di queste sfaccettature. Per la riuscita del lavoro, è importantissima anche l’interpretazione vocale di James, che si immerge totalmente in testi non scritti da lui e ne tira fuori l’anima più autentica.

L’orribile percezione di trovarsi in un mondo in cui nulla è reale, tutto è in vendita e ogni cosa è modificabile dai desideri effimeri dell’uomo nell’iniziale “Yes”, la denuncia sociale chiara fin dal titolo in “Ifwhiteamericatoldthetruthforonedayitsworldwouldfallapart”, la voglia di rimettere nella giusta prospettiva storica personaggi come Zhirinovsky, Le Pen, Milosevic e altri che hanno basato il proprio successo sulla cultura della morte della prevaricazione in “Archives Of Pain”, l’angosciante e angosciosa descrizione di come la spirale dell’anoressia possa portare alla perversione di voler stare male per raggiungere un obiettivo senza alcun senso in “4st 7lb”, la frustrazione di non essere capiti da nessuno perché fuori da ogni schema precostituito in “Faster”, sono solo alcuni tra i passaggi chiave di un disco in cui comunque non ci sono riempitivi e tutto concorre nel renderlo ciò che è: una rappresentazione spietata, aggressiva e violenta del declino irreversibile di un essere umano, causato, però, non solo da se stesso, ma anche dalla storia e dalla società che tutti noi abbiamo contribuito a costruire.

Diverse tra queste canzoni, a un ascolto superficiale, possono apparire immediate e quasi radiofoniche, e il sapere successivamente di cosa trattano può essere sorprendente ai limiti dello shock, ma questa è chiaramente una scelta della band, proprio per far capire quali storie orribili possano nascondersi in una vita apparentemente normale e come si debba sempre guardare in profondità a ogni cosa, sia fatta da noi che semplicemente osservata, perché, purtroppo, ciò a cui sul momento non diamo importanza può contribuire in modo decisivo a far stare male una persona o a distorcere il senso comune fino a rendere malata la società.

“The Holy Bible” è la sublimazione di un percorso e, allo stesso tempo, un punto di non ritorno; purtroppo non è una metafora, ma davvero un uomo non è più stato in grado di tornare dal posto in cui era finito. È quindi giusto piangere la scomparsa di quest’uomo, ma è anche doveroso celebrare la grandezza artistica di un’opera semplicemente unica.

Pubblicazione: 30 agosto 1994
Durata: 56:12
Dischi: 1
Tracce: 13
Genere: Rock
Etichetta: Epic Records
Produttore: Manic Street Preachers, Steve Brown

Tracklist:

Yes – 4:59
Ifwhiteamericatoldthetruthforonedayit’sworldwouldfallapart – 3:39
Of Walking Abortion – 4:01
She Is Suffering – 4:43
Archives of Pain – 5:28
Revol – 3:04
4st 7lb – 5:03
Mausoleum – 4:12
Faster – 3:53
This Is Yesterday – 3:04
Die in the Summertime – 3:56
The Intense Humming of Evil – 6:11
P.C.P – 3:55

 

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