OGGI “YESTERDAY WENT TO SOON” DEI FEEDER COMPIE 20 ANNI

 
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30 agosto 2019
 

di Stefano Bartolotta

Quanto fa strano essere qui a celebrare il ventennale di un disco che si intitola “Yesterday Went Too Soon”? C’è dell’amara ironia in questo, almeno per me, visto che ricordo perfettamente il momento in cui ho ascoltato la mia prima canzone dei Feeder, che era ovviamente la title track, in radio, a cui hanno fatto seguito, a stretto giro, l’acquisto del CD e il concerto, come spalla dei Creed (ebbene sì), che prima aveva un biglietto d’ingresso e poi era diventato gratuito, così avevo dovuto tornare al punto vendita a farmi rimborsare. Se n’è andato troppo presto il 1999, ma sul serio, sia da un punto di vista personale (avevo finalmente acquisito il giusto stato mentale per cui la vita non mi sembrava più un’enorme matassa di incertezza, ma allo stesso tempo non ero ancora arrivato al punto di dover affrontare alcuna vera responsabilità), che musicale (non c’era alcuna moda dominante al momento, per cui chiunque si poteva sentire libero di pubblicare ciò che davvero rispecchiava la propria personalità, e poi, che concerti quell’anno, Kula Shaker, Stereophonics, Garbage, Alanis Morissette, e alla fine, oltre ai Feeder, mi erano piaciuti pure i Creed, pensa un po’). Stavo bene, stava tutto andando nella direzione giusta, e “YWTS” faceva parte di quel trittico di dischi che veicolava al meglio l’energia positiva del periodo e allo stesso tempo mi ricordava l’amore per la melodia e il cantato in stile brit (gli altri due erano “Performance And Cocktails” degli Stereophonics e “Revolt” dei 3 Colours Red).

“Yesterday Went Too Soon” era esattamente questo, un album britannico fino al midollo (c’è qualcosa di più accostabile alla terra d’Albione che dire alla propria amata “you make the weather seem OK”?), energico e, per lo più, portatore di sensazioni positive, anche quando parla di “Insomnia”, l’altro grande singolo assieme alla title track, nel quale si racconta fastidio del non riuscire a dormire in maniera assolutamente disincantata; anche quando, appunto, Grant Nicholas ci dice che il passato se n’è andato troppo presto, perché, comunque, “tomorrow shines through”, ed è vero che “addiction pulls you down”, ma è anche vero che “she’s the drug I need”; anche quando ci ritroviamo a fissare volti di carta, “expressions like empty pages, day after day”, perché non stiamo lì immobili, ma il nostro stato d’animo è tale per cui siamo “looking for a way to get out”, e quindi non ci rassegniamo. Certo, ci sono anche i momenti di negatività (penso soprattutto a “Dry”), perché la vita non è mai tutta rose e fiori, ma sfido chiunque ad ascoltare questo disco e a non sentirsi rigenerato nella proporia voglia di dare sempre il meglio di sé.

Britannico fino al midollo, dicevo, non solo per lo spettro emotivo, ma anche, se non soprattutto, per lo stile melodico, per quel carattere ruvido ma allo stesso tempo curato, per quelle atmosfere un po’ umbratili anche nei momenti di maggior energia. Tutte cose che si trovavano già nei precedenti dischi dei Feeder, ma qui Grant e i suoi danno l’impressione di voler crescere e fare le cose con cura e consapevolezza. Si può indubbiamente preferire la maggior spontaneità di “Swim” e “Polythene”, ma se i Feeder sono qui, ancora oggi, a pubblicare dischi senza averne mai davvero sbagliato uno (a me non piace “Pushing The Senses”, ma ci sono bei momenti anche lì), il merito è nel passo in avanti in termini di tecnica compositiva e realizzativa di questo lavoro.

Parliamo, quindi, della scrittura delle canzoni, con un Grant indemoniato che sforna una melodia clamorosa dietro l’altra, tutte immediatamente distinguibili tra loro, e tutte invariabilmente straordinarie, e che, per la struttura delle canzoni stesse, trova passaggi sempre azzeccati e fluidi tra le varie parti della canzone, anche in caso di cambi di tempo e di intensità molto netti (il miglior esempio, in questo senso, è “Picture Of Perfect Youth”). Parliamo poi di un’interpretazione vocale matura, consapevole, decisa, che non si fa trascinare dalla canzone, ma che la cavalca e alla quale dà ulteriore carattere. Parliamo del suono, per il quale la band ha sfruttato la torrenziale ispirazione melodica di Grant, lasciandosi ispirare da ognuno degli scheletri delle canzoni per effettuare un lavoro certosino su ogni aspetto, quindi non solo i singoli strumenti, ma anche le interazioni tra esse e tra la parte suonata e la voce.

La produzione artistica è a cura dei Feeder stessi, e si sente chiaramente la perfetta connessione tra chi ha scritto le canzoni e chi ha dato loro la veste sonora, ed è vero che in parte sono la stessa persona, ma è altrettanto indubbio che il bassista Taka Hirose e il batterista Jon Lee ci hanno messo del loro, proprio per come hanno sentito al meglio ciò che Grant voleva trasmettere dal punto di vista emotivo.

E, dopo aver parlato di tutte queste cose, tuffiamoci nell’ascolto, e , oltre a goderci le canzoni citate finora, lasciamoci trascinare dalle botte di adrenalina di “Waiting For Changes”, “You’re My Evergreen” e “Hole In My Head”, afferriamo l’energia controllata ma vitale di “Day In, Day Out”, immergiamoci nell’introspezione di “Tinsel Town”. Arriveremo a fine disco senza aver trovato nemmeno un riempitivo e con la consapevolezza di aver terminato un viaggio che vorremo ripetere ogni volta in cui vorremo credere un po’ di più in noi stessi.

Il 1999 se n’è andato troppo presto, ma per fortuna i dischi restano e ci permettono di prendere da loro tutto ciò che hanno da darci sempre e comunque.

Pubblicazione: 30 agosto 1999
Durata: 57:19
Dischi: 1
Tracce: 13
Genere: Rock alternativo, Britpop
Etichetta: The Echo Label
Produttore: Feeder

Tracklist:

Anaesthetic
Insomnia
Picture of Perfect Youth
Yesterday Went Too Soon
Waiting For Changes
Radioman
Day In Day Out
Tinsel Town
You’re My Evergreen
Dry
Hole In My Head
So Well
Paperfaces

 

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