OGGI “RUBBER FACTORY” DEI THE BLACK KEYS COMPIE 15 ANNI

 
7 Settembre 2019
 

Quindici anni fa usciva il terzo album dei Black Keys, una band che ora ci suona come un pilastro dell’attuale scena rock, ma che al tempo non poteva che registrarsi in casa. E questo titolo dal sapore beatlesiano ne è la prova: “Rubber Factory” è stato realizzato in un’ex fabbrica di pneumatici. Non il posto ideale, insomma. Libertà completa di far casino ma anche finestre inapribili e un suono terribile. Nonostante ciò, il duo Auerbach-Carney ha realizzato un gran bel disco.

Sin dai primi pezzi, il sound grezzo del precedente “Thickfreakness” riecheggia forte e sicuro: ci aspettano quarantuno minuti di rock puro. E puro nelle origini: il blues, immancabile in tutta la discografia dei Black Keys, regna indiscusso. È il caso di “Grown so Ugly”: pezzo scritto da Robert Pete Williams, vanta addirittura una versione di Captain Beefheart. Ma non si tratta dell’unico omaggio alla tradizione americana: tra le altre canzoni, fa capolino una rudimentale “Act Nice and Gentle” dei Kinks.

A tutto ciò, si abbinano, ancora in embrione, le atmosfere malinconiche di “Brothers” che uscirà ben sei anni dopo. Esempio lampante, “The Lenghts”. Probabilmente il pezzo più bello del disco, offre un breve momento di respiro in una tempesta di distorsioni elettriche: si tratta di una semplice ninna nanna realizzata su pochi giri di chitarra. Auerbach, poeta folk, canta con dolce accettazione: “See the moonlight shinin’/ On your window pane / See it leave you / As faithful as it came”.

Ma tra i diversi tratti distintivi che verranno messi a fuoco successivamente, Auerbach già da prova della sua grande esperienza chitarristica: “Aeroplane blues” ci delizia con uno splendido finale in stile anni ’70. Anche “Keep Me” e “Till I Get My Way” non sono da meno e inidividuano al fulcro creativo di una band che ha attraversato, ormai, una ventina d’anni di produzione. Fatta eccezione per la parentesi più minimalista di “Turn Blue” (2014), i Black Keys nascono (e probabilmente moriranno) rock, portando con se quello sporco tipico del genere e testi semplici ma immediati. In fondo, a quindici anni di distanza, “Rubber Factory” e l’ultimo “Let’s Rock” non sono poi così diversi: adesso i Black Keys possono permettersi di registrare in studi attrezzatissimi ma, alla fine, ci riportano sempre in quel casermone abbandonato dove tutto ebbe inizio. Laddove, su un desertico sfondo post-industriale, cavi e amplificatori hanno portato tanta buona musica. Che dire… Grazie e tanti auguri!

Data di pubblicazione: 7 settembre 2004
Tracce: 13
Lunghezza: 41
Etichetta: Fat Possum Records

Tracklist:

When the Lights Go Out
10 A.M. Automatic
Just Couldn’t Tie Me Down
All Hands Against His Own
The Desperate Man
Girl Is On My Mind
The Lengths
Grown So Ugly (Robert Pete Williams)
Stack Shot Billy
Act Nice and Gentle (Ray Davies)
Aeroplane Blues
Keep Me
‘Till I Get My Way

 

Album, concerti e Festival ...

Tanti sono gli eventi live che sono stati cancellati a causa della difficile situazione sanitaria mondiale. Festival internazionali che sono ...

Oggi ” Vienna ” degli Ultravox ...

“Vienna” è il quarto album degli Ultravox, ed è, allo stesso tempo, il loro primo, una frase che, per quanto paradossale, ha  ...

Any Given Friday – Ogni ...

È di nuovo venerdì e seguendo la traiettoria del volo di un moscone – dal ronzio più emozionante di tante cose sentite ultimamente ...

Oggi “Parachutes” dei ...

Sparare a zero sui Coldplay è diventato negli anni, sempre di più, uno degli sport preferiti di molti appassionati di musica, per non dire ...

Oggi “Fun House” degli ...

Fiamme avvolgono volti e corpi di quattro ragazzi di Detroit. La lava avvolge il giovane Iggy Pop incatenato nel fuoco, un fiume in piena ...