OGGI “AMERICAN IDIOT” DEI GREEN DAY COMPIE 15 ANNI

 
21 Settembre 2019
 

Pensate: se una decina d’anni fa un qualche losco figuro rimasto senza nome non si fosse intrufolato in uno studio di registrazione per rubare i master di “Cigarettes and Valentines”, oggi molto probabilmente non avremmo “American Idiot”. Il settimo album dei Green Day iniziò a prendere forma subito dopo il furto di quello che sarebbe dovuto diventare il legittimo successore di “Warning”, un lavoro talmente sfortunato a livello commerciale da aver messo seriamente a rischio la carriera del trio californiano.

L’alba del nuovo millennio non sembrava promettere davvero nulla di buono per queste vecchie glorie del pop punk: scontri interni, cambi di stile mal digeriti dai fan e persino un tour di spalla agli “allievi” Blink-182. D’improvviso, il terribile scontro con la realtà: la fine di un’epoca vissuta da assoluti protagonisti, impegnati a contendersi l’heavy rotation su MTV con colleghi del calibro di Offspring, Rancid e NOFX. Un impero in frantumi da ricostruire partendo quasi da zero. O meglio, ripartendo dal suono degli esordi e del best seller “Dookie”: pop punk semplice, senza fronzoli, con un bel mix tra aggressività e melodia.

Con “American Idiot” i Green Day dissero addio agli spunti folk di “Warning” per riavvicinarsi alle sonorità tipiche della ditta, senza però rinunciare a una certa dose di sfacciataggine e ambizione. E che ambizione, oserei dire: chi avrebbe mai potuto immaginarli mettersi alla prova con un concept – un’opera punk rock, come la definirono loro stessi – incentrato sulla storia di un gruppo di giovani reietti e del loro leader, un messia sbandato noto con il nomignolo di Gesù delle periferie? Eppure lo fecero, e il pubblico e la critica li premiarono: quasi venti milioni di copie vendute in tutto il mondo e la vittoria di due Grammy in categorie pesantissime (Best Rock Album e Record of the Year per la celeberrima “Boulevard Of Broken Dreams”).

Ridare credibilità al pop punk in un periodo dominato da Simple Plan e Good Charlotte non fu una sciocchezza. I Green Day, tuttavia, non si limitarono a salvare il genere dal pozzo della mediocrità: lo fecero evolvere a un livello superiore. Il livello del grande rock da stadio, tanto americano ma poco idiota. Perché il disco non è solo pieno zeppo di singoli di successo, ma anche di messaggi politici e impegnati. Talvolta banali, come notato da molti critici dell’epoca, ma in fin dei conti incisivi. Soprattutto alle orecchie di quelle orde di ragazzini che, letteralmente stregati da “American Idiot”, cominciarono ad andare in giro indossando un cravattino rosso e pasticciandosi il viso con l’eyeliner, copiando in tutto e per tutto lo stile del frontman dei Green Day, Billie Joe Armstrong.

Un uomo che, per tornare a essere rilevante, si prese qualche bel rischio: scrivere due suite da quasi dieci minuti l’una (“Jesus Of Suburbia” e “Homecoming”) non deve essere per nulla semplice, specialmente se si è abituati a durate ben più contenute. Così come probabilmente non fu una passeggiata unire la spontaneità del pop punk allo sfarzo (mai eccessivo, comunque) del rock concepito per fare cantare in coro migliaia di persone nelle arene.

La band fu brava a bilanciare in maniera assai equilibrata gli ingredienti sul piatto, camminando in bilico tra la sostanza tipica del loro sound e un tratto di magniloquenza che, quando si parla di concept, non può davvero mai mancare. Sì, su alcuni brani aleggiano ombre di semi-plagio (il Bryan Adams di “Summer Of ‘69” in un passaggio di “Jesus Of Suburbia”; l’Iggy Pop di “The Passenger” in “Holiday”; gli Oasis di “Wonderwall” in “Boulevard Of Broken Dream”): ma suvvia, dopo la bellezza di quindici anni, che importanza ha? Quello che resta è un grandissimo album. Forse, e lo scrivo stringendomi il cuore nel pugno, l’ultimo vero e proprio fenomeno epocale in ambito mainstream rock. Ce ne fossero ancora!

Green Day – “American Idiot”
Data di pubblicazione: 21 settembre 2004
Tracce: 13
Lunghezza: 57:14
Etichetta: Reprise
Produttori: Green Day, Rob Cavallo

Tracklist:
1. American Idiot
2. Jesus Of Suburbia
3. Holiday
4. Boulevard Of Broken Dreams
5. Are We The Waiting
6. St. Jimmy
7. Give Me Novocaine
8. She’s A Rebel
9. Extraordinary Girl
10. Letterbomb
11. Wake Me Up When September Ends
12. Homecoming
13. Whatsername

 

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