“UN VIAGGIO ALLA RICERCA DI UNA REALTà SOLTANTO PERCEPITA”: CADORI CI PARLA DEL SUO NUOVO ALBUM

 
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24 Settembre 2019
 

Bello. A volte una parola così concisa e diretta vale più di mille panegirici. Per descrivere un disco a volte è perfetta e questa volta ci sta benissimo. Cadori è artista preziosissimo e raffinato, capace di scivolare in modo morbido e avvolgente sulla forma canzone, plasmandola a suo piacimento e rendendola materiale liquido e cangiante, come se i sogni fossero trasportati in musica. il nuovo album “Emisfero Australe” è tanto oscuro quanto capace di emanare bagliori intriganti e ipnotici, che seducono e procurano sensazioni magnetiche a cui è impossibile resistere. Una chiacchierata con il buon Giacomo Giunchedi era doverosa…

Ciao Giacomo, da dove ci scrivi? Come stai?
Ciao Ricky. Scrivo da Bologna, la mia città. Sto bene.

Allora, per parlare di questo nuovo album partirei da Justin Bennett. Lui era già stato presente nel lavoro per l’album precedente. In questo caso, quanto o come è cambiato il suo intervento?
Rispetto allo scorso album Justin stavolta si è occupato di chiudere il mix dei brani e di effettuare il master finale, mentre nel disco precedente il suo lavoro aveva coperto più passaggi all’interno del processo di realizzazione. Questo disco l’ho registrato e mixato in casa, in maniera rigorosamente DIY.

Sbaglio o sempre più la tua voce sta diventando “strumento” musicale, parte integrata del suono più che utile a delineare un testo vero e proprio? Tra l’altro anche come “presenza” la voce viene usata molto meno…
Non sbagli. Con la voce mi sono voluto sentire del tutto libero di fare ciò che mi veniva più istintivo, così come con le parole che ho usato. È una sorta di filo conduttore tra le parti dei pezzi, ma mai l’elemento principale.

Rispetto ai tuoi lavori precedenti anche il ruolo e la presenza delle chitarre pare essere cambiato, sbaglio?
Può darsi. Credo che lo strumento portante in questo disco sia la drum machine.

E’ un disco decisamente notturno, dai toni bassi, onirici e avvolgenti, che non manca di sollevare in noi sottili inquietudini. Da dove sono nati questi suoni? Più che i suoni, ecco, direi da dove nasce questo approccio?
Hai ragione anche qui. È stato in gran parte realizzato di notte. Sono stati momenti di isolamento abbastanza intenso, ma anche di pienezza, di creatività. Le tinte scure di cui parli probabilmente riflettono il modo in cui la mia sensibilità riflette l’oscurità che stiamo affrontando come società. Oltre a dedicarmi alla musica lavoro nel sociale e più precisamente nell’accoglienza per richiedenti protezione internazionale. Sono a contatto quotidianamente con aspetti marginali del nostro mondo occidentale e non ti nascondo che abbiamo molto strada da fare in termini di accettazione di ciò che riteniamo ‘altro’. In questo senso trovarsi a costruire un mondo di suoni, di notte, al riparo da tutto, è stato un bellissimo rifugio e un importante momento di rigenerazione.

I sogni, spesso, vengono dimenticati facilmente. A volte per raccontarli bisogna davvero prendere il momento giusto o svaniscono. Mi chiedevo se anche con questi brani dal forte taglio “dream”, hai “colto l’attimo” per registrarli e trasportarli dalla tua mente al suono…
L’intero album si snoda come un viaggio alla ricerca di una realtà soltanto percepita, una sorta di ‘altrove’ di cui si ha solo un’idea e che in un qualche modo resterà sempre un miraggio, intoccabile e irraggiungibile e proprio per questo puro, in qualche modo sacro. Ho pensato di intitolare l’album ‘emisfero australe’ appunto per questo motivo. L’altra parte, l’altra metà rispetto al mondo in cui ci troviamo. I sogni sicuramente condividono questi aspetti.

Mi piace molto l’apertura di “Rosae”: perfetta anticamera e biglietto da visita ideale per quello che si troverà nel resto del disco. Immagino sia stato “facile” (tra virgolette) metterla come primo brano.
L’idea di usarla come intro mi è stata data in realtà da Daniele Carretti, in arte Felpa e un tempo membro degli Offlaga Disco Pax, con la cui etichetta pubblica l’album assieme a Cane Nero Dischi. Inizialmente avevo piazzato “Rosae” come numero 2. In effetti come apertura è perfetta.

Adoro “Ombre Facili”, ha un lavoro ritmico magnifico e cangiante: ossessivo e ricorrente e ipnotico per poi diventare incalzante nel finale. Com’è nato questo brano?
E’ nato una mattina, mentre stavo suonando in casa. E’ venuto fuori il giro di chitarra e nel giro di una giornata avevo registrato l’intero brano. Per me è una sorta di danza cosmica e volevo che nel disco acquisisse una funzione di passaggio da un punto del disco all’altro.

Ma sai che ogni volta che sento “D’estate” penso a Battiato? E’ incredibile…
Mi fa molto piacere dato che si tratta probabilmente del nome dell’artista più visionario che abbiamo avuto in Italia in termini di canzone pop. Devo ammettere di aver amato di più De Andrè e Battisti, ma questo soltanto per un particolare legame dovuto agli ascolti che facevo da bambino, nulla da togliere a Battiato.

Ascolto la “La nostra piccola guerra nucleare” e la trovo così intensa. Un climax travolgente ed emozionante. Mi capita spesso di accostarle immagini e ricordi personali. Hai mai pensato che la tua musica potrebbe sempre più accostarsi a immagini, non dico in un video, ma in un film ad esempio…
Sarebbe probabilmente la mia realizzazione più grande in termini artistici. Mi fa piacere che ti sia piaciuto il pezzo. E’ stato un brano su cui ho lavorato molto ed è sicuramente un pezzo particolarmente suggestivo.

Da dove nasce quella suggestiva copertina e come trovi si leghi alla tua musica?
E’ un disegno che l’illustratrice Elena Guidolin ha realizzato per l’album. Ci conosciamo da tempo per vie universitarie e sono stato sempre un suo grande fan. Penso sia bravissima. Ho realizzato l’album ispirandomi al suo tratto, ai suoi colori, a quella femminilità aggressiva e allo stesso tempo vulnerabile che permea dai suoi lavori.

Dal vivo come sarà la resa di questi brani o meglio, come hai intenzione di riproporli live?
Paradossalmente l’album è nato proprio dal vivo. Ho realizzato i brani con la strumentazione che uso quando mi esibisco, cioè un campionatore, un synthmicrokorg, chitarra e voce. La prima volta che mi sono esibito suonando interamente questi pezzi è stato circa 9 mesi fa, al Covo Club di Bologna in apertura a Generic Animal e Molly Nilsson. E’ stato il momento in cui ho realizzato che il disco era pronto.

Grazie ancora Giacomo. In chiusura ti volevo chiedere se hai un disco “preferito” al momento che ci puoi consigliare.
Grazie a te per l’interesse. Ultimamente sto ascoltando “Image Certifies” degli Ora Iso. Davvero bello.

Pic by Francesca Cicala

 

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