LA DIFFICOLTà DI IMMAGINARSI COME PERSONAGGI: L’INTERVISTA AGLI ZEN CIRCUS SUL LIBRO “ANDATE TUTTI AFFANCULO”

 
30 Settembre 2019
 

Gli esordi sono sempre importanti, per questo siamo andati a intervistare gli Zen Circus in occasione della presentazione del libro “Andate Tutti Affanculo”, alla Feltrinelli di Pescara.
L’intervista con Appino, Ufo e Karim è stata un’occasione per farci raccontare com’è nata l’idea di raccontarsi tramite un romanzo di formazione, che è distante anni luce da una classica concezione della biografia artistica.

La netta separazione tra persona e personaggi, i viaggi per la penisola che durano da 20 anni e il legame tra i dischi e il racconto del libro, questi sono alcuni degli elementi al centro della nostra chiacchierata.

Il libro è uscito il 10 settembre per Mondadori.

Il libro è stata un’occasione per tirare le somme?

In realtà nel libro non tiriamo le somme, la storia del libro l’abbiamo piegata ad un racconto, all’idea di raccontare qualcosa che era difficile da spiegare. Possiamo vedere il tutto come la continuazione di una canzone, anche perché tutta la vicenda si conclude temporalmente 10 anni fa, quindi non potevamo tirare delle somme: nel libro c’è piuttosto tutta un’educazione sentimentale, il racconto in fin dei conti è un romanzo di formazione. Per noi è stata una novità raccontarci così, di band che hanno fatto un discorso simile al nostro ce ne sono poche, ma semplicemente perché si cerca di più di fare, per una questione editoriale, discorsi agio-biografici.
In realtà il libro è pensato per chi non conosce gli Zen: abbiamo cercato di renderlo il più universale possibile con personaggi che camminassero oltre la musica, non c’è bisogno di una nostra pregressa conoscenza per immergersi nel libro.

Cosa significa allora che il libro è “anti-biografico”?

È contro l’idea di biografia in senso stretto, poi questo termine “anti-biografico” viene usato come un eufemismo per spiegare come in realtà tutte le vicende nel libro siano accadute veramente, ma non esattamente nell’ordine del racconto, tutto è stato rimescolato, ripensato, anche sui nomi abbiamo deciso di non usare quelli delle persone coinvolte, di reali abbiamo tenuto solo i nostri. Comunque, i nomi scelti per i personaggi erano per noi simbolici e significativi. La linea temporale viene strizzata e cambiata nel libro: abbiamo cercato di renderlo una canzone di 324 pagine.

In che modo tutta questa rielaborazione ha impattato sui vostri ricordi?

Di ricordi ne son venuti fuori tanti, molti appartenevano ad una sfera temporale che attraversa 25 anni. Noi ci siamo dedicati a fare un lavoro con lo scrittore con la quale abbiamo parlato di tutta la nostra storia, molte cose già si conoscevano e altre le abbiamo tirate fuori per la prima volta. Metterci davanti ad un referente ha tirato fuori una gamma policroma di emozioni, ed è abbastanza normale che se si viene messi in una situazione del genere le storie raccontate non saranno tutte piacevoli. Non tutti i nostri ricordi sono, per forza di cose, rosa e fiori.

L’immaginario del libro mi sembra molto legato a “Il Fuoco in una Stanza”. Come si rapportano il libro e il disco?

Il libro in realtà si rapporta un po’ a tutti i nostri dischi, però l’esempio è effettivamente calzante perché c’è una convergenza implicita: il tema della famiglia e del rapporto con la sfera famigliare è stato sviscerato sempre da noi, in particolare nell’ultimo disco, ed è vero che c’è questa relazione: ci sentiamo in una condizione che ci permette di fare questo tipo di ragionamenti su determinati temi.

Qual è stata la difficoltà principale nell’approcciarvi al lavoro sul libro?

Sicuramente vederci come dei personaggi: dopotutto la biografia è il genere più bugiardo che ci sia, lo hanno detto in tanti prima di noi, perché molto spesso ci si trova ad incensarsi oppure a giustificarsi su vari argomenti. Spesso si tende a raccontare una proposizione di sé stessi, mentre la nostra difficoltà era quella di immaginarci come personaggi. C’era una difficoltà, ma non perché si raccontavano delle cose personali e private, ma proprio per l’impatto diretto che si crea con il personaggio che ci rappresentava nel romanzo.

Nel libro vengono spesso nominati modi e costumi della musica di 10/15 anni fa, oggi come sentite che sia cambiata la “socialità” della musica?

Eh, questa è una domanda bella spessa, ma di base possiamo dire che rimane immutata la funzione sociale della musica. La musica si è adattata al contesto socioculturale, ci sono delle differenze semplicemente di apparenza: il file su Spotify ha sostituito il 45 giri, ma la funzione rimane la stessa, anzi oggi c’è un ritorno a quell’idea di fare pezzi pensati direttamente su “singoli”. Buttare fuori singoli senza continuità con un disco è una cosa che lega molto la musica contemporanea al passato, dal ‘54 al ’59-‘60 venivano pubblicate raccolte, che erano semplicemente delle collezioni di singoli.
La musica continua a fare aggregazione, e per alcuni risulta salvifica: cambiano tutto sommato le forme in cui si presenta, ma la funzione sociale resta immutata, una parte è dedicata più al divertimento, al sottofondo e altre a cose diverse, più sociali, ma le funzioni della musica non crediamo che siano destinate a cambiare.

Un episodio del libro che mi ha particolarmente emozionato è legato a SPOILER, lo sguardo tra Andrea e il poster di Kurt Cobain. Come avete vissuto il rapporto tra voi e quelli che un tempo erano i vostri idoli?

Ufo non amava e non ama i Nirvana. Per me (Andrea) i Nirvana aprirono un vaso di Pandora, non furono semplicemente degli idoli, perché le magliette che indossavano, gli adesivi sulle chitarre, mi hanno portato ad ascoltare gruppi che poi mi sono piaciuti molto più dei Nirvana, ma loro per me furono proprio l’inizio.
L’idea che tre ragazzi semplici potessero fare quella cosa era importante, così come è interessante vedere come tutta l’estetica dei Nirvana abbia definito una generazione.
(Ufo): Più che idoli ho sempre visto tutti come fratelli maggiori: i Ramones mi hanno sempre fatto pensare che si poteva fare il rock, il centro sociale annullava il fattore idoli e anzi ti facevano capire che potevi farlo anche tu. Per noi i personaggi nominati nel libro non sono stati dunque idoli, piuttosto delle guide che ci hanno fatto capire come potevamo fare.

C’è stato per voi un momento catartico in cui vi siete resi conto che eravate passati dall’altra parte?

In realtà è stato tutto molto graduale, anche se appena abbiamo iniziato a fare i nostri primi concerti “civili” ci sembrava già di essere passati dall’altra parte, anche quando suonavamo per la strada ci sentivamo così: ovviamente oggi abbiamo tutto un altro ecosistema, ma la base è uguale. “Figlio di Puttana” è stato un momento importante perché la gente sapeva il testo del brano, ma in realtà un momento molto bello è stato il primo bis richiesto dalla gente, dato che eravamo abituati a suonare per strada. Quello è stato forse il momento, perché abbiamo pensato di non fare completamente schifo.

Nel libro vengono nominati tanti luoghi che vi hanno costituito e rappresentato, oggi invece in quali luoghi vi definite e ritrovate?

Questa è una domanda in cui ognuno dice la sua.
(Andrea): Io soffro un pochino di questa cosa qui, oggi (a Pescara) abbiamo le cose che conosciamo, la nostra storia, i nostri luoghi. In ogni città abbiamo delle cose, poi in alcune praticamente ci abbiamo abitato quindi il legame è ancora più forte. In fin dei conti il luogo che ti definisce è sempre casa, noi girando da 25 anni abbiamo praticamente una casa diffusa.
(Ufo): Poi è interessante come, tramite la memoria, riusciamo a ricordare delle piazze com’erano e a confrontarle rispetto a come sono cambiate.
Complessivamente però in ogni città abbiamo dei luoghi in cui ci ritroviamo bene.
Un giorno invece che scrivere un romanzo, scriveremo una guida turistica.

 

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