“CREARE BELLEZZA DALLA BRUTTEZZA”: ANTHONY REYNOLDS CI PARLA DEL SUO NUOVO ALBUM

 
2 Ottobre 2019
 

Jack. Un nome solo e già ci vengono i brividi. Con solo 3 album (l’ultimo è del 2002) si sono conquistati un posto nel nostro cuore. Alla guida di quella band gallese c’era l’estro e il talento assoluto di Anthony Reynolds, che, finita quell’avventura ha intrapreso un nuovo percorso con i Jacques, prima di affermarsi come raffinato solista (ma anche come autore di ottimi libri).
Il suo nuovo album si chiama “A Painter’s Life” ed è l’ennesima dimostrazione di come Anthony sappia scrivere canzoni magnifiche, struggenti e avvincenti, ma non rinuncia affatto a un lato sperimentale che affascina e cattura. I riferimenti di sempre, Scott Walker in primis non mancano, gli archi fanno capolino e ci spezzano il cuore (“Tidal Sidings”) ma nello stesso tempo infondono tensione e drammaticità (“Have You Heard From Her Lately” e “A Small Spit Of Land”) ma anche un ritmo e un brio clamoroso (“I Was Born”), la capacità di essere immediato e languidamente pop c’è (la title track che ha un ritornello che dire appiccicoso è dire poco), l’elettronica sa essere minimale (“Yves Saint Lauren”) ma sa anche imbastardirsi e mescolarsi con suggestioni notturne e raffinate (“My Hometown”) e diventare sperimentale e tribaleggiante (“Basquiat In Exile”): insomma, capirete che nel nuovo disco di Anthony Reynold quello che troviamo è decisamente intrigante e scritto con mano assolutamente felice.
Non potevamo lasciarci scappare una chiacchierata con lui…

Ciao Anthony, come stai? Da dove ci scrivi?
Sono stanco, come al solito, e mi trovo nel mio appartamento nella baia di Cardiff.

Musicista, scrittore…forse la parola giusta per descriverti è artista, perchè tu davvero “crei arte”. Mi chiedo se, per te, sia più difficile scrivere un libro o comporre un disco…
Né un libro né un album sono facili da realizzare. Ma un album è più personale, quindi suppongo che mi prenda di più. Inoltre realizzare un album è più costoso, quindi…sì, diciamo che fare un album è più difficile.

Ricordo di aver letto che ti sei accostato a scrivere un libro sui Japan perché quello che avevi letto in precedenza su di loro non ti aveva soddisfatto. Forse anche comporre musica può seguire un procedimento simile, ma verso sè stessi, come se non si fosse mai pienamente soddisfatti di quanto fatto in precedenza?
Fare album, scrivere canzoni…è come cercare di rispondere a una domanda che non capisco, è come provare a trascrivere un sogno al risveglio o come cercare di catturare un branco di pesci volanti. Quindi, ogni volta che faccio un album fallisco e tradisco l’intenzione originale e quindi continuerò a provare e a fallire meglio la prossima volta.

Il tuo nuovo album presenta una bella schiera di ospiti, però il nome che più emoziona, anche alla luce dei tuoi scritti, è proprio Rob Dean dei Japan. Ma come ci si sente a collaborare musicalmente con uno dei propri idoli assoluti?
Far suonare Rob Dean nel mio album è stato un brivido incredibile. Ricollegandomi a prima, potrei dirti che una parte della traduzione del sogno questa volta ha avuto successo. È un chitarrista meraviglioso ed è stato perfetto per quel particolare brano. Attualmente trovo difficile trovare chitarristi solisti in questi giorni e io non ho usato molto questo strumento di recente. Rob vive in Costa Rica, quindi non ho potuto essere lì quando ha registrato le sue parti, purtroppo. Anche il mix è stato fatto troppo velocemente perché avevo problemi con chi si occupava dei suoni in quella canzone, ma sì, è stato comunque un brivido avere uno dei pilastri musicali della mia infanzia nel mio disco.

“I Was Born”: autobiografia in musica. Da dove nasce l’idea di questa canzone? Un brano incalzante come una colonna sonora di un film di 007. Domanda stravagante…senti di avere qualche affinità con James Bond?
Ho delle somiglianze con James Bond? Ahahahah…beh, mi piace il Martini, di sicuro. Agitato e ben mescolato. Forse sono più simile a “Our man Flint” (Il nostro agente Flint, parodia americana del personaggio di James Bond, ndr.). “I Was Born”, musicalmente, si basa su “LA Tango” di Gil Evans. Il testo è così com’è: pura autobiografia con un po’ di “auto-mitologia” mescolata dentro.

Dopo “I Was Born”, troviamo anche “My Hometown” e “Welsh in parenthisis”: riflettori molto accesi su di te e sul tuo mondo personale. Sbaglio?
“My Hometown” e “Welsh in Parenthesis” sono usciti da un musical che ho scritto sulla mia città natale. Entrambe le canzoni sono vere e personali, sebbene la seconda traccia sia più simile a un’idea e non è supportata abbastanza bene musicalmente, motivo per cui non è presente sull’ edizione in vinile.

La parte centrale del disco è sperimentale e i suoni si fanno più elettronici. Riappare lo spoken word. Mi ha portato alla mente la chiacchierata che ho fatto poco tempo fa con Neil Hannon dei Divine Comedy, anche lui sempre conosciuto per i suoi arrangiamenti orchestrali ma che nell’ultimo disco ha lavorato molto anche con synth e omaggi alla wave anni ’80. La sperimentazione fa sempre parte di un tuo percorso musicale e sono contento di vedere che non manca nemmeno qui…
Ad un certo punto volevo che questo album suonasse quasi come una compilation. Alcune delle prime musiche che ho registrato – a casa quando ero un adolescente – erano basate esclusivamente sul synth dato che allora non potevo suonare la chitarra. Quindi ho sempre adorato lavorare con i synth e ascoltarli, ma per qualche ragione non ho mai esplorato queste soluzioni da adulto. Inoltre, non ho mai usato il Fretless Bass prima, anche se lo adoro, quindi sì, volevo includere proprio questi elementi questa volta.

Adoro la drammaticità musicale di un brano come “A Small Spit Of Land”: riesci a essere evocativo e magniloquente. Forse il brano che più di tutti mi da l’idea di dualismo: oscuro e che potrebbe quasi fare paura, però nello stesso tempo irresistibile. Che ne dici?
“A Small Spit Of Land” è fondamentalmente un bel pezzo su un brutto posto. Penso che gran parte del mio lavoro riguardi questo: creare bellezza dalla bruttezza.

E’ quasi in lontananza la strumentazione in “I’m Dying”, con la voce che prende il sopravvento. Sembra quasi un demo. E’ solo una mia impressione?
“I’m Dying (To be Born again)” è stata registrata a casa e sì, volevo che suonasse come non molto prodotta. Dopo la grandiosità dei brani precedenti volevo qualcosa di un po’ più intimo e “buttato li”.

Ma l’omino lego con le tue fattezze lo posso comperare da qualche parte?
Il mio Lego, certo. Chiedi a Mike Brandon che li ha creati…è su FB.

Dopo tanti anni passati a fare musica hai mai la sensazione di aver raccolto meno di quanto speravi?
Sì, sento che la mia musica ha avuto meno attenzione di quanto sperassi. Ho dovuto convivere con questa delusione per decenni ormai. La mia carriera è iniziata in modo molto promettente e con molte attenzioni, ma poi è diventato sempre più difficile fare e pubblicare album e lavori col passare del tempo. Per alcuni aspetti molto pratici non dovrei pubblicare più musica, ma…ancora, mi piace fare quello che sento di dover fare, anche se il mondo non è d’accordo.

Quanti magnifici ricordi ho dei Jack. Mi ha colpito molto il fatto che anche tu ricordi con affetto proprio una data della band a Bologna. Cosa ti aveva colpito maggiormente quella sera?
Ricordo così bene il concerto dei Jack a Bologna perché è stata l’unica volta in cui i Jack hanno suonato in Italia! Quello che ricordo di quella notte è il pubblico, un vero e proprio amore nei nostri confronti. E ricordo anche tanti regali meravigliosi!

Grazie mille ancora Anthony per la tua gentilezza e disponibilità. In chiusura mi piacerebbe sapere un po’ il tuo rapporto con l’Italia. Hai un legame speciale con Livorno e con musicisti e locali di quella città, ma credo che comunque l’Italia sia per te una nazione importante, sbaglio?
L’Italia svetta nel mio cuore e nella mia psiche. Ci andai per la prima volta in vacanza nel 1980. L’ho adorata all’istante: l’aria, la gente, il cibo. Da allora ci sono stato molte volte, soprattutto grazie al mio grande amico Gianluca Sorace (Stella Burns). L’Italia resta un posto mistico per me in parte a causa dell’ombra cattolica che si è gettata su di me fin dall’infanzia. Quando sento l’Italia nel mio cuore, beh, sento l’attrazione di qualche promessa, di preghiere esaudite…

 

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