INDIE ITALIANO? NO GRAZIE. UN PENSIERO SU UN TERMINE DECISAMENTE ABUSATO

 
12 Ottobre 2019
 

“Indie” è la contrazione di “indipendent”, quindi, in passato, affinché una band potesse essere etichettata come indie doveva necessariamente essere indipendente, cioè non aver stipulato alcun contratto con una delle major del mercato discografico, che oggi, purtroppo, tenendo conto delle varie acquisizioni che si sono avute nel tempo, si riducono a tre soli grandi gruppi: Universal Music Group, Sony Music e Warner Music Group.

L’approccio delle band indie, di conseguenza, era notevolmente DIY – do it yourself – un approccio tipico del punk. Infatti i primi gruppi che possono essere considerati indie sono soprattutto quelli facenti parte della scena punk, new wave e dark dei primissimi anni Ottanta. Con gli anni, inoltre, prima che le etichette di riferimento venissero acquisite dai gruppi major o che le band stipulassero un nuovo contratto con una major, celebri band metal, post-rock, grunge, nu-metal, stoner, psych-rock, synth-pop, etc. – per alcuni periodi della propria carriera – possono essere ritenute indie.

Prendiamo, ad esempio, i Nirvana: sconosciuti al grande pubblico, con alle spalle una demo fatta in casa, firmano con l’allora etichetta indipendente Sub Pop e pubblicano nell’89 il loro primo album “Bleach”; rientrano perfettamente nell’ambito classico del termine “indie”. Ma il contratto successivo, nel ’90, sarà stipulato con la DGC Records, un’etichetta legata da sempre alle major del settore discografico, facendo uscire, di conseguenza, per sempre, i Nirvana dall’ambito delle band indie.

Se ci basassimo solo sui contratti discografici, quindi, qualsiasi artista o band, all’inizio della propria carriera, potrebbe transitare in una propria fase indie, prima di raggiungere la celebrità e firmare un contratto con una major. L’indie, in tal senso, non è un genere musicale definito, non può esserlo; è semplicemente una fase, più o meno transitoria, nel percorso di crescita artistica di una band.

Ma nel corso degli anni, come sempre partendo dalla Gran Bretagna e dall’America, il termine ha assunto anche un altro significato, più ampio e riferito non necessariamente alla casa discografica, ma al modo di creare e proporre la propria arte. Un artista o un gruppo indie mettono, infatti, al primo posto delle proprie esigenze la necessità di esprimersi e creare ciò che gli sta a cuore, piuttosto che quella di vendere ed avere un grande riscontro commerciale; quindi essi, per avere il massimo della libertà artistica e non sottostare alle mere leggi del mercato, preferiscono lavorare e produrre i loro dischi con le piccole etichette indipendenti o addirittura fondano delle etichette e producono in proprio il loro lavoro. Indie, in questo caso, non è più una fase transitoria, ma diviene uno stato artistico consapevole e permanente.

Cos’hanno, dunque, in comune, queste diverse interpretazioni del termine “indie” con il contesto attuale della musica italiana che oggi sentiamo, spesso, definire “indie”? Assolutamente nulla. Questa forma annacquata di cantautorato che i media nazionali vogliono far passare come nuova musica italiana, non ha nulla a che vedere con l’indie. Dietro questi personaggi, infatti, ci sono le solite major del settore; il loro obiettivo principale è quello di produrre e diffondere hit commerciali in modo da massimizzare i ricavi, non certo quello della sperimentazione o della ricerca testuale e sonora. Le major ed i media mainstream “pompano” e spingono i loro prodotti, facendo passare la mediocrità artistica ed umana di questi finti cantautori, spesso presi direttamente dai talent show, per una nuova forma espressiva musicale, tipica della fluidità e della dinamicità dei tempi odierni. Ma non siamo mai stati così lontani dalla Verità.

Purtroppo è solo un inganno, una presa per il culo spaventosa che, facendo leva sul provinciale e pressapochista spirito nazional-popolare della musica tricolore, vuole semplicemente ricavare con un prodotto assolutamente mediocre, banale, spesso mieloso, il più delle volte inconsistente, superficiale e ripetitivo, quanti più soldi possibile. Potete anche chiamarla “rosa”, se vi aggrada, ma se è letame puzzerà lo stesso. E questa volta, ahimè, mi dispiace contraddire un cantautore vero, non nasceranno fiori.

Chiamatela, quindi, anche musica indie italiana, se vi piace come suona, ma prima di ascoltarla ricordatevi di turarvi, per bene, il naso.

 

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