PUNK NEVER DIES (31 DICEMBRE 1977, IL FUNERALE DEL PUNK)

 
6 Novembre 2019
 

Alla fine del ’77, i Ramones si esibirono a Londra – nell’istituzionale cornice del Rainbow Theatre – per dare il loro personalissimo benvenuto al nuovo anno. Da quella serata sarebbe venuto fuori un disco live unico, “It’s Alive”, uscito da poco in un’edizione deluxe (via Sire/ Rhino) per celebrare il suo 40° anniversario.

I Ramones erano considerati i creatori di quella miscela distorta e veloce di rock’n’roll che ormai, ovunque, era nota come punk. L’America, nel frattempo, sembrava sempre più distante – non solo fisicamente – e soprattutto più propensa ad abbracciare le sonorità più morbide della nascente new wave, per cui al punk non rimaneva che suonare il suo stesso funerale. E quella sera, al Rainbow, c’erano proprio tutti: Siouxsie e Sid Vicious, membri sparsi dei Pistols e dei Clash e sul palco loro, i finti fratelli Ramone – giubotti di pelle e Converse consumate, posa da biker e gambe divaricate – a celebrare il più rumoroso funerale della storia della musica.

Che il punk fosse destinato ad esser fagocitato dai suoi stessi miti, all’epoca, era qualcosa di non percebile e soprattutto di non così grande importanza. Nel ’76 le band inglesi avevano accettato con favore i primi concerti dei fratelli Ramone, ne avevano rielaborato stile, foga, distorsioni e velocità, ed ora dopo la prima ondata costituita da Sex Pistols, The Damned e The Clash, un numero imprecisato e – probabilmente – eccessivo di band era pronto a metter a ferro e fuoco l’Inghilterra, ma il messaggio originario si perdeva sempre più, annacquato, dopo ogni concerto, da pinte di birra e risse da osteria. E tutto sarebbe – come sempre avviene – ritornato nell’underground, nei garage e nei club, per le strade e nei sobborghi urbani, perché se è vero che il Punk è morto il 31 Dicembre del ’77, è anche vero che il Punk non muore mai.

Oggi celebrare il quarantennale di un live punk sembra quasi una blasfemia, visto che quel movimento musicale, ma anche socio-culturale, voleva soprattutto fare a pezzi lo show business, l’industria discografica, le grandi band degli anni Settanta con i loro mastodontici spettacoli da stadio. Le major erano sempre state acerrime nemiche di quell’approccio DIY, così caro alle band punk. Oggi, però, ironia della sorte, sono, spesso, proprio le odiate major a conservare, celebrare, santificare i grandi album punk del passato.

All’inizio le cose non andarono proprio così, i Sex Pistols finirono schiacciati da ciò che avevano contribuito a creare; i Clash lottarono non poco con la propria casa discografica per vedere pubblicati a prezzi modici e popolari lavori lunghi e politicamente impegnati come il doppio “London Calling” ed il triplo “Sandinista!”; tante band, infine, ritornarono nell’anonimato da cui provenivano e molte altre, come i già citati The Damned, non ebbero mai il riscontro che avrebbero certamente meritato.

Oggi, come detto, è tutta un’altra storia; abbiamo persino assistito allo sconclusionato revival del punk di qualche decennio fa, per cui possiamo celebrare, senza alcun indugio, questo live, un concerto in cui la band newyorkese si presentò sul palco londinese in grande forma; aveva da poco pubblicato il terzo album in studio “Rocket To Russia” e propose una scaletta di brani ormai divenuti epici, suonati al meglio delle proprie capacità, intensi, incisivi, indistruttibili e soprattutto a velocità supersonica e che meritano, senza alcun dubbio, di fare parte della Storia della musica rock.

 

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