“VOLEVO FARE UN DISCO PIU’ SINTETICO”: MICHELE BITOSSI CI PARLA DEL SUO, OTTIMO, ALBUM “A NOI DUE”

 
15 Novembre 2019
 

Non usa più il nome di Mezzala il buon Bitossi, come a indicarci che, forse, questo è davvero il disco che avrebbe sempre voluto fare. “A Noi Due” non è solo il titolo della magnifica e amara canzone che parla del suo divorzio, ma è anche l’indizio che indica come il sodalizio con Ivan Rossi, il produttore dell’album, sia più forte e consolidato che mai. Niente fiati e soul come nel precedente “Irrequieto”, ma sapiente uso dell’elettronica e dei synth che si abbina a ottime melodie e a testi dal ricco peso specifico. Non ha ancora trovato la (sua) quiete Michele Bitossi, ma sa sempre come creare canzoni irresistibili, che mettono a nudo la sua anima, le sue passioni, ma anche le sue paure.
Di fronte a un disco così ricco, beh, non potevamo non scambiare due parole con lui…

Ciao Michele. Come stai? Da dove ci scrivi?
Ciao, vi scrivo da casa mia a Genova.

Iniziamo da questo sodalizio con Ivan Rossi che, mi pare di capire, mai come in questo disco si è dimostrato forte e collaborativo, a livello artistico ma sopratutto umano (e le cose poi si sono intersecate), sbaglio?
Con Ivan il sodalizio dura ormai da anni. E’ cominciato su due dischi dei Numero6 ed è andato avanti, intensificandosi sempre di più, fino a questo, che è il mio terzo disco solista e anche il primo che firmo col mio nome e non come “mezzala”.
Ivan, oltre a essere un ingegnere del suono e un produttore secondo me tra i migliori in Italia è anche uno dei miei più cari amici, un fratello. Con lui ho condiviso non solo la gestazione, la scrittura, la produzione di questo album ma anche e soprattutto le vicende personali molto difficili che ho dovuto affrontare negli ultimi due anni, vicende da cui è nato poi questo disco, che in qualche modo è un concept sulla separazione. Avere il privilegio di poter lavorare con una persona come Ivan è qualcosa di estremamente prezioso. Il nostro progetto, per quanto possa suonare banale, è di fare canzoni migliori possibili, cercando di divertirci producendole, lavorando ispirandoci alle cose che più ci piacciono senza per forza essere troppo legati a quel che ci accade intorno.
Ci tengo però a sottolineare il ruolo di un altro mio caro amico e professionista incredibile, Ale Bavo, che ha prodotto le voci e mi ha aiutato a far quadrare i testi nella miglior maniera possibile.

Certo che rispetto ai fiati e al soul di “Irrequieto” qui l’impianto sonoro è decisamente meno ricco. Forse non sei più così irrequieto? Tra l’altro ricordo bene che tu sei un grande ammiratore del pop-rock classico made in UK, forse in questo caso hai lasciato un po’ da parte quella passione, che ne dici?
Beh, “A noi due” è un album parecchio diverso da “Irrequieto”. Nell’album precedente c’era, fra le altre cose, anche un mio piccolo tributo a un genere che da sempre mi piace, ossia il soul. Quindi ho utilizzato una sezione fiati in quasi tutti i brani e ho arruolato una serie di musicisti che hanno registrato tutto in presa diretta. Volevo che il disco suonasse come certi album degli anni settanta. Calore, umanità, sudore, anche qualche imprecisione.
Per “A noi due” invece l’idea è stata in qualche modo opposta. Volevo lavorare soltanto con Ivan, usare l’elettronica e, in generale, fare un disco più sintetico. Ascolto musica di vari genere ma ho da sempre una predilezione per l’electro pop inglese. Conta che una delle mie band preferite sono i Pet Shop Boys. Essendo anche Ivan un patito di questi suoni ancora una volta ci siamo trovati in grande sintonia. Detto questo io credo invece che si tratti di un disco ricco almeno quanto “Irrequieto”. La differenza è che qui la ricchezza degli arrangiamenti è data dall’ultilzzo di una tavolozza di colori molto diversa da quella usata per il disco precedente. Comunque sono sempre Irrequieto, più che mai.

Si fa un gran parlare di “It-pop”. Tu sei uno che ha una carriera alle spalle che certe giovani leve del (presunto) movimento se la possono solo sognare. Ti ammiro, perché più di una volta hai ammesso di non avere astio o incazzature addosso per (presunti) mancati successi, perché hai sempre percorso una tua strada fregandosene bellamente, ma consciamente o inconsciamente ti è capitato di pensare che il tuo album potrebbe incontrarsi o scontrarsi, perché no, con questa categorizzazione o con prodotti che hanno appiccicata questa etichetta e magari esserne coivolto?
Francamente non è un problema che mi riguarda, né mi riguarderà. Mi piace molto l’idea che il mio disco e, più in generale, quello che faccio, venga categorizzato come buona musica, belle canzoni. Se poi qualcuno le sente “it pop”, qualcun altro “prog metal”, qualcun altro ancora semplicemente merda pazienza. Io faccio il mio prima di tutto per me, perché fare musica mi riempie l’esistenza e, in qualche modo, me l’ha pure salvata. Non ho nulla da dimostrare a nessuno, se non a me stesso. Ormai ho una certa età e se faccio ancora dischi è perchè sento davvero di aver qualcosa da dire, non per chissà quale obbligo o vanità.
Io faccio canzoni pop e, nella fattispecie, in questo disco sono conscio del fatto che ci siano almeno due potenziali hit radiofoniche. Se funzioneranno bene, se no pazienza. Anche sul versante live, adesso come adesso non ho alcuna voglia né intenzione di fare concerti. Magari poi mi verrà e li farò. Vivo alla giornata. Perché dovrei essere incazzato o frustrato per “mancati successi”? Ma, soprattutto, chi stabilisce cosa sia un “successo”? Io so di avere avuto i miei, di successi, che sono enormi. E spesso prescindono da concetti numerici, di visibilità ecc.

Michele Bitossi. Un nome che capeggia sulla copertina. Che sensazione ti da? L’aver abbandonato il nome Mezzala sicuramente non vuol dire che il calcio non ti interessa più, sbaglio (no perché mi preoccupa il fatto che perderesti anche Barcellona – Genoa)?
Ma figurati se il calcio non mi interessa più!! A volte dico anche “purtroppo”, perchè ti assicuro che il Genoa da sempre mi da molti più dolori che gioie. Ho deciso di “metterci la faccia” ulteriormente soprattutto perché è mia intenzione spingere il più possibile il mio percorso autorale. Da due anni ho un contratto in esclusiva con Bmg e scrivo canzoni da solo o con altri autori, per il mercato pop. E’ un’attività che mi piace tantissimo e mi diverte, una sorta di percorso alternativo rispetto alla mia vicenda di cantautore. Un “lavoro vero” diciamo, nella musica. Anche se poi sono anche editore, produttore…oltre a ciò c’era proprio in me la voglia di cambiare ulteriormente rotta e la nuova ragione sociale del progetto lo testimonia.

Piglio ballabile e scanzonato, ma in “L’amore è un’altra cosa” citi realtà di un peso specifico decisamente importante. Adoro questa contrapposizione e nel disco ritorna, penso ad esempio anche a un testo drammatico come “A noi due”, che però trova una costruzione decisamente pop alle spalle. Che ne dici, c’è un “bipolarismo” che si manifesta e che, forse, ti rappresenta?
E’ assolutamente vero. Mi piace molto scrivere canzoni che abbiano testi anche abbastanza “impegnativi” bilanciandoli con musica scanzonata. Da sempre lo trovo un esperimento interessante e appagante. “L’amore è un’altra cosa” in effetti è un esempio assolutamente pertinente in tal senso. E’ un brano scritto con un altro mio caro amico con cui collaboro da tempo, Matteo B Bianchi. Un autore sopraffino.
“A noi due” è la canzone più “dura” dell’album per quanto riguarda le liriche. Racconto la mia separazione, il dolore che ne è conseguito, la voglia di rinascita e il dolore che ho combattuto. Trattando un tema del genere non mi andava certo di appesantire il tutto con una musica cupa.

La frase “Scrivere di noi è come riordinare una cantina buia in cui perdecenni mai nessuno è entrato” mi incuriosisce. Mi chiedevo se oltre a un rapporto di coppia, vi sono altri argomenti che, nonostante le tue tante canzoni,ti risultano ancora come una cantina buia molto poco esplorata.
Certo che sì! Nella fattispecie questa frase non si riferisce solo a un rapporto di coppia ma può avere altri livelli di interpretazione. Molte delle mie canzoni sembrano “solo d’amore” perchè spesso si è un po’ pigri e non si fa lo sforzo di leggere bene fra le righe. Ma va benissimo così, è giusto che ognuno se le viva come meglio crede. Detto questo sì, ci sono tanti argomenti di cui mi piacerebbe scrivere e lo sto già facendo. Altri di cui vorrei scrivere da sempre ma che non ho avuto ancora la voglia, il coraggio, la predisposizione giusta per affrontarli.

Favoloso il tiro “wave/synth-pop” di “Fino a Domani”. L’avevi già in mente così fin dall’inizio? Pensa che con quell’incrocio di voci finali mi è venuta in mente “Polvere” di Enrico Ruggeri…
Ti ringrazio molto. Quello per esempio è un brano che parla di un viaggio in macchina verso un concerto. Io sto guidando e ho a fianco un mio amico ubriaco e logorroico che non sta zitto un attimo. Sì, il brano nella mia testa era già così quando mi è venuta l’idea. Ci ho messo parecchio a scrivere il ritornello giusto, ne ho scartati parecchi. Ivan è riuscito come sempre a interpretare alla perfezione la mia idea dando al brano un mood parecchio “battiatesco” soprattutto nelle strofe. Il paragone con “Polvere” non può che lusingarmi. Lo considero uno dei brani pop italiani più belli della storia.

Guardavo con attenzione e simpatia le tue foto promozionali, fatte per lo più con una t-shirt dei Beastie Boys del disco “Check Your Head”, album di rottura, eclettico e sperimentale. Non credo che quella maglietta sia sfoggiata a caso. Che ne dici?
Beh, spesso indosso t shirt dei miei artisti preferiti. E’ una cosa un po’ adolescenziale forse, ma mi piace, mi fa sentire giovane. Sì, non l’ho indossata a caso il giorno del servizio fotografico, lo ammetto.

Ma i Numero6 sono in pausa indefinita? Potrebbe arrivare, prima o poi qualcosa di nuovo?
I Numero6 ufficialmente non si sono mai sciolti. Siamo in stand by, una situazione che potrebbe durare per sempre come sbloccarsi da un momento all’altro. Ogni tanto ne parlo a Stefano Piccardo, che ha condiviso con me il progetto fin dall’inizio. Chi lo può sapere? Potrebbe essere una figata come no. Non lo escludo, né lo confermo. Sono però sicuro di una cosa: se torneremo lo faremo perchè avremo capito di avere la giusta energia e le giuste motivazioni per farlo. Qui più che mai nessuno ci obbligherebbe a scrivere e a pubblicare materiale nuovo.
Dischi nuovi a parte però abbiamo in programma un progetto secondo me molto molto bello…

Grazie ancora Michele. Senti, ultima cosa. Chi ti scrive è classe 1975 proprio come te. Dall’alto dei nostri 44 anni, che possiamo dire? I teenager fanno bene a incazzarsi con noi per quello che gli stiamo lasciando o tutto sommato i ragazzi si godono una strada più o meno in discesa perché in fin dei siamo stati buoni “apripista”?
Guarda, non saprei. Ti posso dire che mio figlio di 12 anni e mezzo, che assolta solo trap, mi considera un “vecchietto”. Però quando gli dimostro di conoscere tanti dei trapper che ascolta si stupisce e mi da un po’ di credito.

 

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