“NEL MIO LAVORO NON DEVO SICURAMENTE NASCONDERE CHI SONO”: JON BRYANT CI PARLA DEL SUO ULTIMO ALBUM “CULT CLASSIC”

 
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17 Novembre 2019
 

A maggio di quest’anno è stato pubblicato “Cult Classic”, l’ultimo lavoro del 33enne canadese Jon Bryant, album nato dall’elaborazione di una sua esperienza di vita piuttosto particolare: ha fatto parte per un brevissimo periodo di tempo di NXIVM, una società che offriva seminari di sviluppo personale e professionale, dietro cui in realtà si nascondeva una vera e propria setta in cui accadevano episodi terribili, anche di schiavitù sessuale.
Incontro Jon in Santeria Toscana 31, si presenta con un abbraccio caloroso e, seduti sul palco sul quale si sarebbe esibito poco dopo, parliamo dell’esperienza in NXIVM, di come è cominciata la sua avventura da musicista e dei suoi prossimi progetti:

Quattro anni fa ti sei unito ad una setta, ignaro del fatto che lo fosse. Come mai sei entrato a farne parte inizialmente?

Non sapevo cosa fosse all’inizio, mi era stato descritto come un gruppo di persone che voleva imparare e crescere insieme. È stato un mio caro amico a convincermi. Mi fidavo di lui, quindi ho pensato “ok, voglio provare qualcosa di nuovo”.

Quando hai capito che era una setta e non esattamente ciò che fingevano di essere?

Ho capito che era un qualcosa di molto simile ad una setta già qualche giorno dopo. C’erano dei comportamenti molto strani, delle strane tradizioni, ma ho saputo tutto solo un anno dopo, quando sono uscite fuori tutte le notizie su cos’avevano fatto.

E quando hai scoperto la verità che c’era dietro come ti sei sentito?

Non ero proprio scioccato, ma piuttosto disgustato. Tutti i miei sospetti erano stati confermati con le notizie sulle molestie sessuali e tutte le cose tremende che avevano fatto.

Questa esperienza ti ha cambiato in qualche modo?

Sì, penso di sì. Penso mi abbia reso più scettico. Ma penso di avere un sano scetticismo ora, perché ho comunque ancora voglia di fare esperienza e sono ancora aperto a nuove idee e opportunità. Mi ha anche aperto gli occhi su quanto sia facile entrare in una setta e avere delle credenze così estreme.

Sei cambiato anche musicalmente?

Uhm, sì, forse anche musicalmente. Ascoltavo molto surf rock e new wave, tipicamente ascolto più cose acustiche.

Scrivere quest’album è stato una sorta di modo per metabolizzare ciò che era successo? O è stata più una fonte di ispirazione e basta?

Credo entrambe. Sicuramente mi ha più ispirato che altro, ma credo mi abbia anche aiutato a digerire la cosa. Inizialmente ero imbarazzato, pensavo “sono così stupido, perché ho fatto parte di una cosa del genere?”. Ma nel mio lavoro non devo sicuramente nascondere chi sono, tutti sbagliamo e facciamo cose che vorremmo non aver mai fatto.

Una volta ho letto delle tue parole: “To be in a cult is to be human”. Puoi spiegarmi cosa intendi?

Penso che esista l’idea di un culto anche in un senso sano del termine, che è qualcosa senza la quale non possiamo vivere. Non è ciò che chiamiamo “setta” ovviamente. Sono gruppi di persone con uno stesso scopo in testa in cui non c’è chi comanda, è un gruppo democratico, ognuno ascolta il pensiero degli altri. È per questo che ho detto così, tutti vogliamo connessione e accettazione.

È la natura umana.

Sì, è la natura umana. E si può avere un modo malsano di viverla come anche nelle relazioni, sono stato in qualche relazione di questo tipo. A volte è difficile uscirne, proprio come in una setta, entriamo in questo vortice senza senso. Le persone ci dicono di uscirne ma non lo facciamo. Ci sono molti parallelismi che ho trovato, ho imparato a vedere il mondo in un modo diverso, ho unito i puntini. Siamo tutti soggetti ad un “culto”.

So che hai cominciato a suonare il piano quando eri davvero giovane. Però hai sempre usato la chitarra per comporre la tua musica, in “Cult Classic” invece sei tornato al pianoforte. Perché hai cambiato strumento?

Avevo bisogno di sfidarmi e musicalmente era proprio allontanarmi dalla chitarra che usavo di solito. Volevo provare qualcosa di diverso.

E ha cambiato il tuo modo di comporre?

Sì! Perché sono sempre stato abituato ad esercitarmi con la musica classica e un po’ di jazz al conservatorio, hanno sicuramente influenzato il mio nuovo sound.

Il tuo primo album “Two Coasts from Comfort” è nato un po’ per caso. Dovevi realizzare la copertina di un album per un progetto di Graphic Design al college, potevi scegliere qualunque artista e hai scelto te stesso. All’epoca non avevi ancora registrato nulla. Quando hai realizzato che avresti vissuto di musica e non di ciò per cui stavi studiando?

Ho fatto un tour in cui ho attraversato tutto il Canada. Sono partito da Halifax, che è nella costa est, e mi sono fermato a suonare in ogni città fino a Vancouver. Lì penso di aver capito che ce la potevo fare. All’inizio non sapevo se sarebbe potuto diventare un lavoro, non sapevo se sarebbe stata un’esperienza unica. Poi ho visto quanto la gente era connessa alla musica e ho capito che forse potevo fare qualcosa.

Hai pubblicato “Cult Classic” quest’anno e poco tempo dopo è uscito “Headphones”, il tuo ultimo singolo. Dobbiamo aspettarci un nuovo album presto?

Probabilmente non nei prossimi 6 mesi ma abbiamo già registrano 6 brani, inclusa “Headphones”, che stiamo considerando per un album. Andrò in studio tra febbraio e marzo per finire tutto.

Sarà molto diverso musicalmente?

Sarà un po’ del vecchio e un po’ del nuovo, un mix. Sarà divertente e non vedo l’ora di farlo!

E io non vedo l’ora di ascoltarlo!

Intervistare Jon è stato un vero piacere, poco prima del concerto abbiamo continuato a parlare (questa volta bevendo del vino rosso) di tutti i paesi europei che ha visitato e di quanto abbia amato girare l’Italia anni fa, confidandomi anche la sua grande curiosità nel suonare per la prima volta nel nostro Paese. Il pubblico sembra aver apprezzato parecchio la sua esibizione e ora ci aspettiamo di rivederlo davvero presto sui palchi italiani con tanta nuova musica.

 

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