OGGI “HOW TO DISMANTLE AN ATOMIC BOMB” DEGLI U2 COMPIE 15 ANNI

 
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22 Novembre 2019
 

Sarà capitato, se non a tutti ma sicuramente a molti, di immaginare una classifica degli album più “brutti”, tutt’altro che da isola deserta.
Ecco, “How To Dismantle an atomic Bomb” entra di diritto nella mia personale lista nera, vuoi per il blasone dei protagonisti, vuoi per l’oggettiva pochezza del contenuto.

In questo caso, 15 anni dalla sua uscita, c’è gran poco da festeggiare e per questo compleanno al posto della torta e delle candeline da spegnere mi armerei di fazzoletti per raccogliere lacrime amare o deodorante per arginare l’olezzo che emana.
Altro che bomba atomica, qui è già tanto se ci riferissimo ad un fiammifero (e senza l’ardore dei Minerva della nota tabaccaia anni ’80, citando un cult movie del trash italico con Gigi e Andrea).
Immagino che strali di fan furiosi grideranno allo scandalo, sforzandosi di intravedere qualche luce in mezzo a questa fitta nebbia di inconsistenza ed autoreferenzialità che inficia tutta la tracklist, ma la mia opinione con cambia. Inutile dilettarsi in una qualche forma di revisionismo, qui c’è davvero poco o nulla da salvare (fatemi giusto citare, per onore di firma, la malinconia di “Sometimes You Can’t Make It on Your Own”, la cito ma non la reputo salvabile del tutto).

Amati od odiati ma fondamentali, gli U2, come tutti i veri grandi gruppi, ti fanno sempre trovare in ogni disco, anche nei meno riusciti, una giustificata ragione per non perdersi alcun loro capitolo discografico,
Anche nei casi peggiori il guizzo di genio o una manciata di sopraffino mestiere lo si trova sempre…tranne che in “How To Dismantle an atomic Bomb”!

Questo disco ha l’ingrato onere di raccogliere, tutti concentrati, i difetti del gruppo irlandese senza tracce della loro grandezza. Reduci dallo scialbo, ma comunque dignitoso (e vendutissimo) “All That you Can Leave Behind” (2000), ripropongono la litania del ritorno alle origini e del recupero dell’identità e dell’ autenticità (ah, se bastasse una chitarra appena più graffiante del solito per tornare indietro), come se gli esperimenti del decennio precedente avessero travalicato il confine (e la necessità di strutture meno complesse era anche alla base di “ATYCLB”).

Il desiderio di tornare a casa, nella propria zona di comfort, pare quindi prendere il sopravvento ma purtroppo l’esito è ampiamente negativo, tronfio, stanco e senza mordente.
Non penso valga la pena scandagliare i brani in scaletta, non mi resta invece che sottolineare nel suo insieme la pochezza compositiva accompagnata da una produzione (nonostante l’alto numero di produttori che si sono avvicendati) non all’altezza. La band rialzerà, in parte, la testa nel 2009, con il sottovalutato “No Line on the Horizon”.

Pubblicazione: 22 novembre 2004
Durata: 48:30
Dischi: 1
Tracce: 11
Genere: Rock
Etichetta: Island Records
Produttore: Steve Lillywhite, Chris Thomas, Jacknife Lee, Nellee Hooper, Daniel Lanois, Brian Eno, Carl Glanville

Vertigo – 3:13
Miracle Drug – 3:53
Sometimes You Can’t Make It on Your Own – 5:05
Love and Peace or Else – 4:48
City of Blinding Lights – 5:46
All Because of You – 3:34
A Man and a Woman – 4:27
Crumbs from Your Table – 4:59
One Step Closer – 3:48
Original of the Species – 4:34
Yahweh – 4:23

 

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