25 ANNI DI “KO DE MONDO”: ESCE OGGI UNA RICCA RIEDIZIONE DELL’ALBUM D’ESORDIO DEI C.S.I.

 
29 Novembre 2019
 

Esce oggi la ristampa di “Ko del mondo”, epocale disco d’esordio dei C.S.I. (sigla che stava per Consorzio Suonatori Indipendenti), pubblicato 25 anni fa, il 19 gennaio del 1994.

La riedizione è particolarmente ricca e gustosa, visto che sarà disponibile in diversi formati, sia digitale che fisico (anche in doppio vinile) e che in aggiunta prevede il DVD “Ko de mondo – Immagini sul finire della terra”, documento prezioso che testimonia il viaggio e la realizzazione dell’album (e che all’epoca era uscito in VHS).

Un modo doveroso e giusto di celebrare un album che rappresenta un punto di svolta, non solo all’interno della storia di Giovanni Lindo Ferretti e soci, prestigiosa e influente sin dai CCCP-Fedeli alla linea, ma di tutto il movimento rock italiano, che avrebbe poi consolidato il suo peso nel corso degli anni ’90.

La scelta di adottare questo nome, che all’inizio poteva sembrare qualcosa di estemporaneo, contiene in sé ancora una volta i germi del genio, visto che si riallaccia nuovamente all’immaginario del mondo sovietico che, come la precedente esperienza del gruppo reggiano, si era sgretolato per rinascere con una nuova forma e connotazione.

In realtà, nonostante sia acclarato come l’ultimo album in studio dei CCCP “Epica Etica Etnica Pathos” fosse già in un certo senso di transizione e innervato delle istanze che avrebbero caratterizzato il nuovo corso musicale, era proprio necessario lasciarsi alle spalle quel progetto e ripartire con nuove vesti. I presupposti su cui si basavano nel decennio precedente Ferretti e Zamboni, la società stessa e gli scenari erano clamorosamente cambiati, a iniziare dalla caduta del Muro di Berlino e già il tour tenuto in Unione Sovietica dal gruppo insieme tra gli altri ai Litfiba, pochi mesi prima di quell’evento fondamentale, diede loro la certezza e la consapevolezza di voltare pagina.

Fu proprio in quel contesto che i rapporti con Maroccolo, Magnelli e Canali si intensificarono, laddove i tre non si sentivano più in linea con Pelù e Renzulli e al contrario molto più vicini al “mondo” degli improvvisati compagni di spedizione.

C’è evidentemente molto degli ex Litfiba, a livello di atmosfere, nell’ultimo album dei CCCP ma se rimasero immutate, marchiate a fuoco, la componente narrativa di Ferretti e le suggestioni di Zamboni, sembravano invece ormai fuori dai giochi, non per conflitti ma proprio perché non più funzionali al nuovo corso Annarella e Fatur, i quali erano invece erano stati sin lì a dir poco fondamentali con le loro straordinarie performance sul palco.

Un primo passo importante per nascita dei C.S.I. fu l’evento “Maciste contro tutti”, tenutosi il 18 settembre 1992 a Prato dove i Nostri si esibirono assieme ai Disciplinatha e agli Ustmamò, che in futuro registreranno per il Consorzio Produttori Indipendenti, emanazione discografica dei C.S.I.

Dopo quell’esperienza fu evidente che il trauma dovuto alla fine dei CCCP era stato superato, che la voglia di ritrovarsi su un palco era di nuovo fortissima (a quella data del “Festival delle Colline” se ne aggiunsero infatti presto delle altre, per un fortunato mini tour) e soprattutto che avevano ancora tanto da dire e da dare.

Per dare forma alle nuove idee musicali e alla nuova visione condivisa sul mondo occidentale, il neonato gruppo decise però di recarsi in un luogo speciale, lontano, che potesse rappresentarli appieno e nel migliore dei modi nelle loro intenzioni.

La scelta ricadde sulla Bretagna, precisamente a Finistère e in effetti mai luogo fu più consono a raccogliere ciò che il gruppo voleva trasmettere. Finistère deriva dal latino Finis Terrae (fine della terra), che può essere letto ovviamente nei due modi: letterale, in quanto punto estremo del mondo occidentale, ma anche metaforicamente come fine di un mondo (quello occidentale), per come stavano mutando molti scenari a livello politico, sociale e culturale.

Fatto sta che in questo casale, sperduto ancorchè desolato, i Nostri riescono davvero a condensare e sviluppare le idee e a mettere a fuoco quella che era stata la prematura scintilla di creatività scoccata all’altezza del concerto per “Materiale resistente”. L’amalgama fra i 5 componenti (Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Magnelli e Canali) diviene forte e naturale, a registrare con loro a “Le Prajou” (questo il nome del luogo scelto) ci sono anche il batterista Pino Gulli, che si alterna col futuro cantautore Marco Parente, alle percussioni Alessandro Gerbi, due coriste d’eccezione (la moglie di Zamboni, Daniela Algeri e la compagna di Magnelli, quella Ginevra di Marco che tanta importanza ricoprirà in futuro nel gruppo) e il fonico Giovanni Gasparini.

Il titolo “Ko de mondo” ha duplice significato, inteso di certo come k.o. del mondo (e qui si torna al significato del luogo scelto per la realizzazione del lavoro), ma anche un richiamo allo stesso, a quel micromondo a loro vicino, ovviamente l’Emilia Romagna dove tutto iniziò, con il titolo dell’album che è mutato da Codemondo, una frazione di Reggio Emilia.

Se a livello musicale il disco è assolutamente variegato, all’insegna com’è di un rock declinato via via nelle forme più alternative come in quello d’autore, è più a livello concettuale e narrativo che si può avvertire uno stacco piuttosto netto col glorioso passato dell’ensemble.

Lo si comprende sin dal clamoroso incipit, affidato al manifesto “A tratti”, in cui Giovanni Lindo Ferretti, quasi preveggente (considerando la sua prossima evoluzione), intima solenne “Non fare di me un idolo, mi brucerò”, in un verso passato ai posteri e consegnato alla storia del rock nostrano.

Ma a fianco a questa sorta di mantra ipnotico, con un finale chitarristico a dir poco pirotecnico, ci sono altri pezzi emblematici e che costituiranno l’ossatura portante dell’intero lavoro: in particolare spicca “Del mondo”, altra canzone che certifica nel migliore dei modi un passaggio di consegne metaforico, non solo fra i due gruppi, quello passato e quello presente, ma soprattutto fra due contesti storici, o meglio, fra due epoche.

Altro episodio cardine, memorabile è la struggente ballata “Intimisto”: rivestita da tastiere ed effetti che possono risultare stranianti, col suo evocare al contempo malinconia e speranza (in perfetto equilibrio fra cupezza e rassicurazione), è in grado oltremodo di meravigliarci e arrivare profonda ai nostri cuori.

L’emozione ci pervade fortissima e i brividi ci percorrono letteralmente la schiena con l’intensa “Memorie di una testa tagliata”, che evocava con frasi piene di compassione la guerra in Jugoslavia. I registri vocali di Ferretti variano in maniera impressionante, e delineano appieno le atmosfere cangianti in seno alla canzone.

Subito dopo parte la tirata apocalittica di “Finistère”, ispirata chiaramente dal luogo in cui i Nostri si erano rifugiati, e che dava loro una prospettiva completamente diversa su ciò che stava accadendo: da lì, da quel punto lontano, lo sguardo poteva vedere e interpretare in modo differente, forse più autentico la realtà.

Ci sono lungo il percorso canzoni meno grevi e cupe, in cui si percepisce anche un senso di gratitudine, come nella placida “Home sweet home”, affidata alla candida e potente voce di Ginevra.

Il ponte con l’esperienza precedente sembra essere rappresentato da due episodi maggiormente voltati al punk (per lo meno nella scrittura, oltre che nell’attitudine), quali “Palpitazione tenue” e “Celluloide” ma in fondo anche la paradigmatica “Occidente”, pur lontana musicalmente, ricorda certe atmosfere dei CCCP: d’altronde, nessuno sembrava in quel momento – e non accadrà nemmeno in futuro – prendere realmente le distanze da quanto realizzato prima, solo che vi era consapevolezza di stare andando da un’ altra parte.

Il viaggio volge al termine con un trittico sicuramente affascinante e riuscito: dai vagheggi ipnotici de “La lune du Praju” (anch’essa dedicato al casale che li ha ospitati e spiritualmente guidati), alla quasi didascalica “In viaggio”, una mid-tempo clamorosa poggiata sull’impetuoso flusso narrativo dell’iconico Ferretti e sulla chitarra di Zamboni che suona “alla The Edge” fino alla conclusiva, acustica “Fuochi nella notte” che rimanda direttamente all’inciso dell’iniziale “A tratti” con il suo “chi c’è, c’è e chi non c’è non c’è…”.

Il disco segnò quindi l’inizio di una splendida avventura che, racchiusa in tre album, prima di decodificarsi nuovamente in P.G.R., saprà dare come detto in apertura un forte impulso a tutta la scena tricolore italiana, fungendo da paradigma per tanti gruppi che da lì a poco, connessi e non allo stesso Consorzio, ridisegneranno la nuova cartina musicale degli anni ’90, con echi in lontananza che si fanno ancora sentire fragorosamente.

C.S.I. – Ko de mondo

Tracklist:

A tratti
Palpitazione tenue
Celluloide
Del mondo
Home sweet home
Intimisto
Occidente
Memorie di una testa tagliata
Finistère
La lune du Praju
In viaggio
Fuochi nella notte

 

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