TOP TEN ALBUM 2019 DI FRANCESCO NEGRI

 
21 Dicembre 2019
 


#10) BLACK MIDI
Schlagenheim
[Rough Trade]
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Raccolte migliaia di views su YouTube per il loro live in un ostello di Reykjavík, il 2019 ha portato il quartetto di Londra al primo disco e a una candidatura al Mercury Prize. Math rock, free jazz, e un calderone di infiniti altri generi, tenuti in riga da una batterista fenomenale.

#9) GIRLPOOL
What Chaos Is Imaginary
[Anti-]
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Il duo di Los Angeles arriva al terzo disco, uscito a inizio anno e invecchiato benissimo: a dicembre si ascolta ancora che è un piacere. Cleo Tucker ha letteralmente cambiato voce, aggiungendo una nuova profondità (sia metaforica che reale) a un progetto che senza mai rinnegare la vulnerabilità degli esordi continua a crescere in sicurezza.

#8) JAY SOM
Anak Ko
[Lucky Number]
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Melina Duterte fa indie rock da cameretta, ma non pensate che significhi low-fi: anche se registra e produce tutto da sola lo fa con perizia indiscutibile. E non pensate che significhi ripetizione di canoni già sentiti: nata in California da genitori filippini, miscela naturalmente generi e convenzioni, inventando canzoni leggere, jazzy, mai banali.

#7) THOM YORKE
ANIMA
[XL Recordings]
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Thom Yorke che parla di politica su Twitter. Thom Yorke che pubblica fanzine cartacee. Thom Yorke che gira cortometraggi con Paul Thomas Anderson. Thom Yorke che si lamenta degli hipster romani. Thom Yorke che racconta questi tempi duri, ma sarebbero ancora più duri se non ci fosse lui. Thom Yorke che non sbaglia mai un colpo, neanche questo disco.

#6) BETTER OBLIVION COMMUNITY CENTER
Better Oblivion Community Center
[Dead Oceans]
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Una vecchia gloria dell’indie statunitense (Conor Oberst) e una giovane promessa (Phoebe Bridgers): un passaggio di testimone generazionale che è l’esatto opposto di un duetto calcolato. Un disco irresistibile specie per chi è cresciuto con l’alternative di inizio anni 2000 e cerca rassicurazioni che sì, qualcosa di buono quegli anni l’hanno lasciato.

#5) THE NATIONAL
I Am Easy to Find
[4AD]
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Ormai un’istituzione, i National sanno di non avere più nulla da dimostrare e danno spazio alle collaborazioni. Come nel festival “Homecoming” che organizzano ogni anno nella loro Cincinnati, in questo disco lasciano spesso il centro del palco ad altre voci, Lisa Hannigan, Sharon Van Etten, Gail Ann Dorsey. Il risultato è anche stavolta validissimo.

#4) DIIV
Deceiver
[Captured Tracks]
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Il gruppo di Zachary Cole Smith rischia di essere diventato il miglior gruppo guitar-based in circolazione, senza averci neanche davvero provato. Giunti al terzo lavoro, la loro formula in equilibrio tra shoegaze e post-punk si scurisce, alterna voci eteree e melodie oblique a esplosioni post-metal, e suona irresistibile come non mai.

#3) THE MURDER CAPITAL
When I Have Fears
[Human Season]
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Nella cosiddetta “scena di Dublino”, il post-punk dei Fontaines D.C. ha raccolto consensi pressoché unanimi, mentre i Murder Capital ne hanno presentato una versione più volubile, lacerata e melodica, politica e privata, disperata e catartica. I brani più tirati si inseriscono pienamente nel filone della rinascita punk, ma il loro merito più grande è saper spesso e volentieri rallentare i ritmi, come nella stupenda “On Twisted Ground”.

#2) HAND HABITS
placeholder
[Saddle Creek]
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Nel suo secondo album Meg Duffy leviga gli spigoli, affina la penna e manda a segno un pezzo dopo l’altro. Bastano pochi strumenti: chitarre acustiche dal sapore folk, riff elettrici acidi al posto giusto, ritmiche appena accennate a tenerti la mano. Con una produzione delicatissima, queste 12 canzoni sono radiografie di cuori spezzati, aggiustati, dimenticati, mentre sullo sfondo la California brucia. A cosa serve, se non stai provando a perdonare?

#1) HOLLY HERNDON
PROTO
[4AD]
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Quali sono i protocolli che regolano il nostro tempo, le nostre relazioni, quelle con la tecnologia e quelle puramente umane? Fresca di un dottorato a Stanford, è quello che si chiede Holly Herndon ed è tutto fuorché una domanda accademica. All’intersezione di techno, pop, ambient e folk, “PROTO” è un lavoro ambizioso ma sempre accessibile. Come i migliori divulgatori scientifici, Herndon disassembla gli algoritmi e le intelligenze artificiali, fa cadere il velo di mistero e ci ricorda che nulla è predeterminato, ma nessun futuro è possibile se non proviamo a costruirlo.

 

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