I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2019
posizioni dalla 50 alla 26

 
di
23 Dicembre 2019
 

Guarda le posizioni dalla 25 alla 1 de I MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2019

#50) REV REV REV
Kykeon
[Fuzz Club]
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Un disco che scorre facilmente e si fa apprezzare ed amare senza difficoltà, ricco di particolari che verranno colti dall’ascoltatore di volta in volta, qualcosa che maturerà nel tempo e che non lascerà scampo a molti. Se nell’antica Grecia il Kykeon era la bevanda psichedelica consumata durante i riti misterici Elusini, il Kykeon dei “RevRevRev” è una prova di maturità perfettamente modellata, a volte acida, a volte dolce e sapida,di sicuro qualcosa che ci entrerà inevitabilmente nella mente e nel cuore.
(Ben Moro)

#49) ALESSANDRO CORTINI
Volume Massimo
[Mute]

Uno spettacolo di paesaggi sonori che riprende la scia dell’altrettanto incantevole “Avanti” del 2017, questo disco merita il podio anche solo per come Cortini riesce a creare una storia emotivamente coinvolgente utilizzando sintetizzatori analogici.
(Mattia Marchi)


#48) WE LOST THE SEA
Triumph & Disaster
[Holy Roar Records]

Dalle nostre parti dei perfetti carneadi, ma quella dei We Lost The Sea è una tempesta post-rock perfetta: proviamo a rimediare.
(Anban)


#47) DEERHUNTER
Why Hasn’t Everything Already Disappeared?
[4AD]
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Tornano con un gran lavoro ad alto contenuto politico, nel quale si mettono musicalmente a nudo, e lo fanno attraverso un sound ricercato e dalle molte letture. Accostare l’opera al periodo berlinese di Bowie e Eno in alcuni brani viene naturale ma questi sono album da ascoltare dall’inizio alla fine, una band ambiziosa che si lascia ispirare da eroi passati ma che rielabora il tutto in modo personale e convincente.
(Fabrizio Siliquini)

#46) KIM GORDON
No Home Record
[Matador]
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Prima di scrivere bisogna saper osservare il mondo che vediamo ogni giorno da angolazioni diverse, originali. E’ quello che Kim Gordon ha sempre fatto e fa anche oggi con un disco solista musicalmente avventuroso, sperimentale, ipnotico e viscerale che mette in luce il lato oscuro di Los Angeles tra noise e elettronica.
(Valentina Natale)

#45) JAY SOM
Anak Ko
[Lucky Number]
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Melina Duterte fa indie rock da cameretta, ma non pensate che significhi low-fi: anche se registra e produce tutto da sola lo fa con perizia indiscutibile. E non pensate che significhi ripetizione di canoni già sentiti: nata in California da genitori filippini, miscela naturalmente generi e convenzioni, inventando canzoni leggere, jazzy, mai banali.
(Francesco Negri)

#44) KAREN O & DANGER MOUSE
Lux Prima
[BMG]
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Brian Joseph Burton, in arte Danger Mouse, e Karen O (frontwoman degli Yeah Yeah Yeahs) si uniscono artisticamente per dare alla luce questo album pop intimo e psichedelico dalle mille sfaccettature. Brani intensi ed eterei dove la ricercatezza domina la scena sin dai nove minuti della title track fino ad arrivare all’incantata perla finale “Nox Lumina”, passando per gioiellini quali “Ministry” e “Turn The Light”. Sembra di essere dentro una favola ripercorrendo i quaranta minuti di questo percorso sonoro necessario.
(Alessandro Tartarino)

#43) SUDAN ARCHIVES
Athena
[Stones Throw]
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Sudan Archives è una musicista ribelle. Il suo è un mix sfrenato di funk, beat sincopati, R&B e violino. Classico e moderno si ricorrono in trentotto minuti di musica fuori da ogni schema. Vario, sexy e affascinante “Athena” è un punto di partenza, la prima fase un progetto che si preannuncia lungo e molto interessante.
(Valentina Natale)

#42) ALDOUS HARDING
Designer

[4AD]
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“Designer” è un disco intenso a livello emotivo, che sa entrare nell’anima ancor prima che nelle orecchie dell’ascoltatore e dimostra come la strada della Harding possa essere ancora lunga: anche in questo caso i numerosi riconoscimenti positivi da parte di fan e critica ci sembrano più che meritati.
(Antonio Paolo Zucchelli)

#41) SLOWTHAI
Nothing Great About Britain
[Method Records]

Basterebbe il nome per capire cosa ci troviamo davanti, oltre ad essere un capolavoro hip hop contemporaneo, l’LP di debutto di slowthai è un altro ritratto della situazione politica e sociale britannica. Tra flow dinamici e beats grime il risultato è un album molto consistente pieno di canzoni memorabili che lasciano il segno.
(Mattia Marchi)

#40) NICCOLO’ FABI
Tradizione e Tradimento
[Universal Music]
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Questa è una questione affettiva. La mia compagna lo adora e avendo due biglietti per il concerto a gennaio ho iniziato ad ascoltarlo. Ho capito la validità del cantautore, anche se per i miei gusti risulta un po’ pesante. Quello che però ho capito è che l’ultimo disco è un grande lavoro la cui pesantezza sparisce davanti alla bellezza. Non l’avrei mai detto.
(Enrico ‘Sachiel’ Amendola)

#39) BILL CALLAHAN
Shepherd In A Sheepskin Vest
[Sacred Bones]
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Una calma che contagia la cover di “The Lonesome Valley”, brano registrato in passato da Woody Guthrie e The Carter Family, qui interpretato da Bill in duetto con la moglie Hanly Banks Callahan e caratterizza tutto il nuovo album. Un viaggio lungo sessantatré minuti da intraprendere con curiosità e la tranquillità necessaria a un ascolto attento.
(Valentina Natale)

#38) GREET DEATH
New Hell
[Deathwish inc.]
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Quest’album è entrato di prepotenza nella mia top di fine anno! Per quanto mi riguarda, siamo di fronte al manifesto shoegaze del 2019. I tre ragazzi di Flint suonano note potenti e allo stesso tempo arrangiate finemente; ora con “I’m Gonna Hate What You Have Done” tuonando con “inferno di chitarre da scomodare timidamente i The Smashing Pumpkins, ora armonizzando alla perfezione le voci di Gaval e Boyhtari nella ballata acustica “Let it Die”. Pezzo dopo pezzo, i giovanissimi statunitensi spiazzano per la loro incredibile capacità di creare sonorità variegate, accompagnate da testi ruvidi ma maturi. Grande, grandissimo disco.
(Alessandro Tartarino)


#37) SIGRID
Sucker Punch
[Island]
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La scrittura, sempre esaltante e variegata, ammantata da un magnifico candore pop, la sua voce cangiante e disinvolta (che sale, scende, si arrampica e poi sa anche planare con dolcezza inaudita) e l’onestà assoluta della proposta, fanno la differenza.
(Riccardo Cavrioli)

#36) MICHAEL KIWANUKA
Kiwanuka
[Interscope]
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Giunto al terzo album l’inglese di origine ugandese Michael Kiwanuka ha definitivamente trovato sè stesso e ridefinito al meglio una mistura musicale che comprende soul e funky in gran quantità (ma soprattutto qualità) riversati però in chiave assolutamente contemporanea. Uscito sul finire dell’anno, mi ha conquistato sin dai primi ascolti. Lo seguo dagli inizi e apprezzo il fatto che non rincorra il successo facile (con la voce che si ritrova potrebbe prestarsi a ogni tipo di operazione musicale, cantare qualsiasi motivetto chè tanto lo renderebbe godibile) e che centellini le sue uscite discografiche, dando il giusto valore a ciò che scrive e produce. Kiwanuka è maturato, tratta ora temi anche impegnati, non teme di esporsi ma l’ascolto non è mai pesante, anzi, la produzione del sodale Danger Mouse e la cura degli arrangiamenti rendono il tutto molto gradevole. E’ un album di rara eleganza che trasuda passione.
(Gianni Gardon)

#35) HAND HABITS
placeholder
[Saddle Creek]
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Nel suo secondo album Meg Duffy leviga gli spigoli, affina la penna e manda a segno un pezzo dopo l’altro. Bastano pochi strumenti: chitarre acustiche dal sapore folk, riff elettrici acidi al posto giusto, ritmiche appena accennate a tenerti la mano. Con una produzione delicatissima, queste 12 canzoni sono radiografie di cuori spezzati, aggiustati, dimenticati, mentre sullo sfondo la California brucia. A cosa serve, se non stai provando a perdonare?
(Francesco Negri)

#34) MODERN NATURE
How To Live
[Bella Union]
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Un super gruppo per un super album, Jack Cooper degli Ultimate Painting e Mazes, Will Young dei Beak> e Aaron Nevau dei Woods, confezionano un lavoro elegante e sofisticato, pieno di pezzi indimenticabili. La fusione con sonorità jazz e classiche, ottenute tramite la preziosa collaborazione di Rupert Gillett al violoncello e Jeff Tobias al sassofono (Sunwatchers), funzionano perfettamente, tra le cose migliori ascoltate negli ultimi anni, speriamo non resti un episodio isolato.
(Fabrizio Siliquini)

#33) KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD
Infest The Rats’ Nest
[Flightless Records ]
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Oramai lo sapete che loro sono la mia band preferita, ma, al di là di questo, il primo posto per questo album è d’obbligo. Un thrash-metal pregno dell’estetica dei King Gizzard, cosa si vuole di più? C’è poi anche il tema dei: cambiamenti climatici, migrazione planetaria, insetti immuni ai farmaci e la distruzione dell’uomo sono temi fighissimi ed estremamente attuali. Insomma un vero proprio “Inferno”.
(Gioele Maiorca)

#32) GLEN HANSARD
This Wild Willing
[Anti]
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Quarto album da solista per il cinquantenne musicista irlandese il quale ha solo per un momento accantonato, anche se non del tutto, la matrice folk-rock per dare spazio a nuove sperimentazioni che si riverberano ora con l’uso di elettronica ora con il rock più cantautorale ed intimista, con evidenti contaminazioni derivate dal ventennale passato nei The Frames.
Ebbene, a parer mio, siamo di fronte alla perfezione assoluta, un album imponente che arriva nel profondo dei nostri cuori. “Fool’s Game” è meraviglioso brano che, con il suo melodico refrain, sarà difficile da dimenticare. Brani come “The Closing Door” e “Don’t Settle”, destinati a diventare milestone, rappresentano la personalità di Hansard, un artista incredibile che, con questo album, seduce per la sua eleganza e commuove per la sua profondità. Il songwriting non sarà più lo stesso.
(Alessandro Tartarino)

#31) TOOL
Fear Inoculum
[Tool Dissectional, L.L.C., Volcano Entertainment II]
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E quando impareremo davvero a non contare più il Tempo, a non scegliere più in base ad esso, a provarci ancora quando tutti dicono che è troppo tardi o ad iniziare qualcosa quando tutti pensano sia troppo presto, solo allora potremo essere veramente felici. Perché, in fondo, come recitano i versi di “Pneuma”, noi non siamo altro che respiri, soffi di parole destinati a bruciare velocemente.
(Mik Brigante Sanseverino)

#30) ORVILLE PECK
Pony
[Sub Pop]
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“Vedrai che nel 2019 risorgerà il country!” se mai qualcuno l’anno scorso di questi tempi mi avesse rivolto tale abominio avrei potuto ridere fino allo sfinimento. Vallo a pensare che qualche mese più tardi un cowboy con maschera in lattex avrebbe fracassato tutte le mie certezze.
(Daniele Cardarelli)

#29) CHARLY BLISS
Youngh Enough
[Lucky Number]
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Produzione che diventa maggiormente limpida e gli anni ’90 di Weezer e Veruca Salt si fanno più lontani. Verrebbe quasi da dire che la band si è spostata verso un pop/rock anni ’80, con uso maggiore di synth che puntellano il sound rispetto a chitarre sporche e power-pop. Un disco travolgente a dire poco.
(Riccardo Cavrioli)

#28) LANA DEL REY
Norman Fucking Rockwell!
[Polydor / Interscope]
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L’artista statunitense non ha bisogno di dimostrare le sue doti, ormai è chiaro. Sebbene il sound dell’album non si discosta da quanto ascoltato con le precedenti produzioni, i momenti rap/trap/trip hop si affievoliscono lasciando spazio più all’indie-pop “d’autore”. Settanta minuti per quattordici brani malinconici attraverso i quali Lana racconta un’America triste. Sono diversi gli episodi memorabili, dai dieci minuti di “Venice bitch” a “Cinnamon girl”, da “How To Disappear” a “The Greatest”. La prova della maturità la newyorkese l’ha superata da tempo; è giunta l’ora di continuare su questa strada con la naturale conseguenza che l’asticella non può che alzarsi ancora di più.
(Alessandro Tartarino)

#27) HOLLY HERNDON
PROTO
[4AD]
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Quali sono i protocolli che regolano il nostro tempo, le nostre relazioni, quelle con la tecnologia e quelle puramente umane? Fresca di un dottorato a Stanford, è quello che si chiede Holly Herndon ed è tutto fuorché una domanda accademica. All’intersezione di techno, pop, ambient e folk, “PROTO” è un lavoro ambizioso ma sempre accessibile. Come i migliori divulgatori scientifici, Herndon disassembla gli algoritmi e le intelligenze artificiali, fa cadere il velo di mistero e ci ricorda che nulla è predeterminato, ma nessun futuro è possibile se non proviamo a costruirlo.
(Francesco Negri)

#26) BOY HARSHER
Careful
[Nude Club]
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Lamiere di carne

La bomba synthwave cinematica del duo americano.
(Luca Morello)

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