I MIGLIORI 20 DISCHI ITALIANI DEL 2019

 
di
25 Dicembre 2019
 

Leggi la classifica dei MIGLIORI 50 DISCHI DEL 2019

#20) NICOLO’ CARNESI
Ho Bisogno di Dirti Domani
[Porto Records]

Più che negli altri dischi c’è un’attenzione, molto più prestante, all’architettura musicale, al soundscape complessivo del lavoro. L’obiettivo dei brani è creare un mood che sia una proiezione spazio-temporale in cui riconoscersi, perdersi e rinascere.
(Gianluigi Marsibilio)

#19) UZEDA
Quocumque jeceris stabit
[Overdrive]

Steve Albini ripete spesso che se ci vuole più di una settimana per fare un disco qualcuno sta sbagliando qualcosa. Lui e gli Uzeda ci hanno messo quattro giorni e buona la prima. Senza fronzoli, senza finzioni. Rock onesto, trascinante, meno spigoloso che in passato ma sempre di grande impatto emotivo come il rock deve essere.
(Valentina Natale)

#18) TRUE SLEEPER
Life Happened
[ Lady Sometimes / A Modest Proposal ]
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Cuori fuori fuoco

Un piccolo capolavoro “fissascarpe” italiano dallo spiccato senso melodico.
(Luca Morello)

#17) OLD FASHIONED LOVER BOY
Bright
[A Modest Proposal Records / Malinka Sound]
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Battiamo forte le mani ad Alessandro Panzeri, in arte Old Fashioned Lover Boy, per non aver avuto paura di coltivare e far germogliare quei semi che aveva giù piantato nel suo album precedente. L’attenzione e l’amore con cui si è dedicato a queste nuove canzoni traspare evidente e ci conquista ascolto dopo ascolto.
(Riccardo Cavrioli)

#16) C’MON TIGRE
Racines
[BDC]
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Torna dopo cinque anni il misterioso duo / collettivo che già aveva ben impressionato nel 2014 e ancora una volta regala un album di grande sostanza. Eclettico, capace di mettere insieme tradizione e novità nel segno della contaminazione sonora tra jazz, elettronica, suoni del Mediterraneo e dell’Oriente.
(Valentina Natale)

#15) GIOVANNI TRUPPI
Poesia e Civiltà
[Universal]
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Truppi ha costruito il suo monumento, la sua cattedrale musicale in cui è riuscito a mettere in atto un momento di poesia e rivoluzione, capovolgendo almeno per i 48 minuti di durata del disco, le idee sulla canzone italiana nel 2019. Infatti in un panorama che offre doppioni e cloni, lui riesce con originalità a proporre qualcosa di puro e vero. Fare poesia per Giovanni sembra uno stato dell’essere, un’attitudine, con cui è veramente possibile fare una rivoluzione. Le persone immaginate come paesaggi o montagne, l’uso di figure retoriche e simboli importanti, le parole ricercate ma essenziali, disegnano un’idea chiara di “Poesia e Civiltà”, che riesce ad essere, allo stesso tempo, opera omnia e canzone di strada.
(Gianluigi Marsibilio)

#14) BE FOREST
Knocturne
[ We Were Never Being Boring]
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L’abbraccio assente della Notte

Il picco oscuro della giovane saga dei pesaresi.
(Luca Morello)

#13) DAYKODA
All Of Me
[Beat Machine]

Ragazzo del bresciano con idee chiarissime nella testa. Album di jazztronica pazzesco, costruito ad arte: mi fa strano sentire una cosa del genere uscita da questo paese, ma si vede che artisti fighi qui ce ne sono. “Transition” spacca, soprattutto quando arriva il sax a dargli man forte.
(Gioele Maiorca)

#12) GIULIO CASALE
Inexorable
[VRec]
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Pochi artisti sono riusciti a raccontare il mondo molto social e poco sociale in cui ci troviamo a vivere rendendolo interessante. Giulio Casale è uno di quei pochi e sei anni dopo “Dalla Parte Del Torto” torna con “Inexorable”. Un disco che scolpisce musica e parole per ricordarci di restare umani.
(Valentina Natale)

#11) GIUDA
E.V.A.
[Rise Above Records]

Un altro schiaffo di quelli rinvigorenti. Rock scintillante e tirato a lucido. Colori cromati e suggestioni spaziali, la carica di caffeina per chi, come me, non prende caffè.
(Enrico ‘Sachiel’ Amendola)

#10) LIBERATO
Liberato
[Liberato]
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Per molti il “marchio” è diventato più importante della musica, ma Liberato è andato oltre le dicerie, con un album versatile, dove racconta con un’elettronica solida una Napoli per molti sconosciuta. Spesso bisogna andare oltre l’apparenza, e soffermarsi sulla sostanza, che in questo caso non manca.
(Massimiliano Barulli)

#9) ANDREA LAZLO DE SIMONE
Immensità
[42 Records]
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Già per un titolo del genere meriterebbe una posizione in qualsiasi classifica di album dell’anno. Andrea e la sua mini orchestra sinfonica ragionano su un tema che va oltre uomo. Il senso di una ricerca cosmica che si incarna in una serie di brani connessi, che dialogano, si interscambiano i significati e si intrecciano ad un’idea di musica cantautorale alta, altissima. Andrea Lazlo come Giovanni Truppi è una punta di diamante di vera ricercatezza nella nostra musica. Nella ricercatezza dei testi dei suoi lavori non viene mai oscurata la dimensione sonora, che in questo disco più che mai è curata, pensata, vissuta.
(Gianluigi Marsibilio)

#8) MASSIMO PERICOLO
Scialla Semper
[Pluggers]

Quanta rabbia, ma quanta verità. Massimo Pericolo rappresenta quello che da anni mancava nel rap/trap italiano, ovvero il lavoro sul contenuto nei testi, che per quanto siano volgari, hanno creato un interesse in me un interesse che avevo perso per questo genere. Molti lodano “7 miliardi” come migliore hit, io controbatto con “Sabbie D’oro”, base dei Generic Animal e testo da pianto incontrollato.
(Gioele Maiorca)

#7) MARRACASH
Persona
[Universal]

Non ho mai ascoltato Marracash con cura, ma mi devo ricredere, perché questo album e stupendo, personale, un viaggio dentro la sua mente e si sente il sentimento che ci mette, per questo apprezzo sto lavoro (per non parlare delle basi che sono spaziali e del concept). La naturale evoluzione di un artista che ha visto abbastanza l’abisso per contemplarlo.
(Gioele Maiorca)

#6) JENNIFER GENTLE
Jennifer Gentle
[La Tempesta]
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Il gradito ritorno di una band che ha segnato, in un modo particolare ma non marginale, un’epoca. I Jennifer Gentle disegnano trame psichedeliche, cosmiche. La loro capacità è nel trasmettere tutto questo con semplicità, purezza. La nebbia, che avvolge il disco e i suoi suoni, non è assassina, come nel libro di Stephen King, ma illuminante. I Jennifer Gentle sono abitanti di Twin Peaks e quando si raccontano nei pezzi c’è il mistero imperscrutabile della loggia nera.
(Gianluigi Marsibilio)

#5) ALESSANDRO CORTINI
Volume Massimo
[Mute]

Uno spettacolo di paesaggi sonori che riprende la scia dell’altrettanto incantevole “Avanti” del 2017, questo disco merita il podio anche solo per come Cortini riesce a creare una storia emotivamente coinvolgente utilizzando sintetizzatori analogici.
(Mattia Marchi)


#4) NICCOLO’ FABI
Tradizione e Tradimento
[Universal Music]
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Questa è una questione affettiva. La mia compagna lo adora e avendo due biglietti per il concerto a gennaio ho iniziato ad ascoltarlo. Ho capito la validità del cantautore, anche se per i miei gusti risulta un po’ pesante. Quello che però ho capito è che l’ultimo disco è un grande lavoro la cui pesantezza sparisce davanti alla bellezza. Non l’avrei mai detto.
(Enrico ‘Sachiel’ Amendola)

#3) I HATE MY VILLAGE
I Hate My Village
[La Tempesta]
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Il disco è un full immersion in una facoltà di antropologia culturale: i suoni primitivi e ancestrali che vengono da mondi lontani sono al centro del disco di questa superband composta da Viterbini, Alberto Ferrari e co. Tutto è tarato su sonorità non comuni ma che riescono ad ispirare in modo unico, alcuni si dimenticano del disco perché uscito a cavallo tra 2018 e 2019, ma un lavoro del genere rimarrà una perla, un bagliore unico per anni.
(Gianluigi Marsibilio)

#2) QUERCIA
Di Tutte Le Cose Che Abbiamo Perso E Perderemo
[Autoproduzione]
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Un titolo che è simbolo chiaro di quella che è una riscoperta identitaria per i Quercia che, in questo 2019, hanno tirato fuori un disco di una coerenza, puntualità e dal fascino assoluto. I loro suoni rudi abbracciano un universo originario, un ursound (suono primordiale) che li rappresenta perfettamente. Disco incredibilmente importante per un genere che in Italia ha un seguito ben definito.
(Gianluigi Marsibilio)

#1) MASSIMO VOLUME
Il Nuotatore
[42 Records]
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Finiamo per perderci tra le onde; rinunciamo a ciò che siamo; a ciò che possediamo; persino a chi abbiamo amato e che ha ricambiato il nostro amore, semplicemente perché sarebbe difficile e complicato sopportarne il peso e la grandezza. Meglio vivere un perenne inverno, meglio coprire tutto sotto uno strato di foglie morte, meglio accontentarsi delle rovine di una casa distrutta, meglio convincerci che non sia stata colpa nostra. Ed allora prendiamocela con il destino, con il fato avverso, con quella dispettosa Signora del Caso.
(Mik Brigante Sanseverino)

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