I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
posizioni dalla 25 alla 1

 
30 Dicembre 2019
 

Guarda la 1^ parte della classifica: le posizioni dalla 100 alla 76 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 2^ parte della classifica: le posizioni dalla 75 alla 51 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 3^ parte della classifica: le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10

25. DAFT PUNK
Random Access Memories

[Columbia – 2013]
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Orchestre e lounge, vocoder e leggerezza, sono gli ingredienti che più di tutti i Daft Punk hanno usato per fare un disco che non stravolge, non scapiglia al primo ascolto. Non fa gridare al miracolo, al genio e meno male, che di geni per un giorno sono pieni gli scaffali di casa dei miei genitori. “Random Access Memory”, passatista fin dal titolo, è il disco che avrebbe potuto fare chiunque, quello che se non l’avessero fatto i Daft Punk” nessuno si sarebbe inculato.
Tutto possibile ma sfido chiunque a fare un disco così e in ogni caso abbiamo davanti 5-6 anni per poter cambiare idea mille volte e soprattutto controllare in che direzione si muoverà la dance da qui al 2020. Io scommetterei che con i ragazzi avremo parecchio a che fare.
(Gianluca Ciucci)

24. BON IVER
Bon Iver

[4AD – 2011]
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Un disco che senza rinunciare ad una vibrante carica emotiva, suona maturo, aperto e meno ostinatamente ripiegato su se stesso ed in cui persino i brani più marcatamente introspettivi come “Michicant” assumono toni meno drammatici e assoluti rispetto al passato.
C’è chi dice “toccare il cielo con un dito” ma con questo album Bon Iver fa qualcosa di più intenso e disarmante. Bon Iver tocca il mondo con un dito. E se fossero cartoline, vorrei che la mia venisse da Calgary.
(Laura Lavorato)

23. THOM YORKE
Anima

[XL – 2019]
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Sonorità avvolgenti, da lasciare senza fiato. Thom ama stupire e lo fa alla sua maniera, regalandoci ogni volta momenti intrisi di spettacolarità. Nove brani indimenticabili, a partire dai backbeat di “Traffic” ai synth ipnotici di “Twist”, passando dall’inquietudine di “Dawn Chorus” fino alla perfezione nel mood di “Impossible knots”. Grazie, come sempre, Thom.
(Alessandro Tartarino)

22. THE VAMPIRE WEEKENDS
Modern Vampires Of The City

[XL – 2013]
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Appena a ridosso dell’inizio della stagione estiva ecco che fa la sua comparsa “Modern Vampires of the City”, terzo capitolo dei newyorkesi Vampire Weekend. Ti aspetti la colonna sonora dell’estate, ritmi frenetici e spruzzate di ‘tropicalismo’.
E invece ti ritrovi con in mano un disco multi season, multi strato, multi umore. Un disco che contiene in se una tavolozza illimitata di colori e che è in grado di variare al variare dell’umore. Un disco con un’anima, per intenderci.
(Marco “Fratta” Frattaruolo)

21. JULIEN BAKER
Turn Out the Lights

[Matador – 2017]
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In “Turn Out the Lights” la Baker modula quasi ogni singola canzone attraverso una costruzione vocale che si ripete: la voce entra sommessa, lieve, poi incalza e spinge nella parte finale.Un vezzo costante, e in qualche modo prevedibile; ma il solo che una ragazza di ventidue anni ha per esorcizzare i propri demoni. Indubbia è la grandezza con cui Julien convive e cerca il confronto con i suoi fantasmi, trasformando quel vuoto, forse incolmabile, in musica. Lo stesso vuoto che avvertì quella notte Charlyn Marshall, in una casa del South Carolina.
(Emanuele Frassi)

20. THE WAR ON DRUGS
Lost In Dreams

[Secretly Canadian – 2014]
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Al terzo tentativo il gruppo di Philadelphia, in giro dal 2008, confeziona un disco da manuale. Americana, la chiamano, e c’è dentro tutto quel che potete immaginare tra Bruce Springsteen, Arcade Fire, Wilco e Bob Dylan.
Ma allo stesso tempo è tutto nuovo, personale, riconoscibile, quel tipo di musica che speri sempre sia il prossimo pezzo in radio mentre sei in viaggio, che sia sulla Route 55 o su un autobus in qualunque altro posto del mondo.
(Francesco “dhinus” Negri)

19. LEONARD COHEN
You want it darker

[Columbia – 2016]

Leonard Cohen ci saluta con un album sublime e struggente, dove la sua voce risalta più che in precedenza su tutto il resto, pieno di canzoni maestose ed eleganti, così come elegante fino all’ultimo è stato con quel messaggio con cui ha dimostrato la sua personale soddisfazione per il Nobel a Bob Dylan: proprio in questo momento, in cui pare che realmente qualcuno voglia “più oscurità”, il suo esempio ci deve guidare fuori da tutto questo buio che rischia di uccidere proprio quella poesia che Cohen ci ha elargito con tanta generosità negli questi ultimi cinquant’anni.
(Stefano D’Elia)

18. FRANK OCEAN
channel ORANGE

[Def Jam – 2012]
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Puoi essere l’artista più chiacchierato dell’anno, puoi aver sfruttato dichiarazioni inedite sul tuo orientamento sessuale, ma se il tuo disco è debole nulla può salvarti da un veloce oblio. Ecco, prendete quanto detto e lasciatelo perdere: anche se la strategia mediatica per lanciare “channell ORANGE” è stata furba e massiccia, il risultato supera ampiamente ogni più rosea previsione.
Frank Ocean esordisce con un classico istantaneo e la sua figura appare quasi messianica, un’ombra su cui poggiare le fondamenta per il soul dell’avvenire.
(Nicolò “Ghemison” Arpinati)

17. ARCADE FIRE
Reflektor

[Merge – 2013]
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Ho riso molto guardando Win Butler truccato e vestito di tutto punto per il carnevale di Cento. Ho riso molto guardando Win Butler ballare impacciatissimo al Saturday Night Live, passandosi nervosamente e ripetutamente le mani nei capelli per riporli dietro le orecchie. Ma soprattutto, ho promosso Win Butler e la sua banderuola, ancora una volta, forse più di prima. “Reflektor” è quel momento in cui esci di casa per andare a ballare per la prima volta.
(Alessandro “Diciaddue” Schirano)

16. THE NATIONAL
High Violet

[4AD – 2010]
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“High Violet” è la sensazione umbratile più profonda del 2010, che piega il rock al volere della malinconia ed al richiamo delle tonalità grigie. E’ l’autunno perenne che gira intorno alle malinconie quotidiane che affannano i nostri giorni.
(Enrico Sachiel Amendola)

15. SLOWDIVE
Slowdive

[Dead Oceans – 2017]
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22 anni dopo “Pygmalion” gli Slowdive tornano alla ribalta con un album che ha convinto tutti. I pezzi sono più immediati e strutturati rispetto al passato, ma le atmosfere fascinose ed eteree del loro shoegaze restano ancora intatte. Tra tradizione ed evoluzione, un perfetto resoconto della carriera di una delle band più sottovalutate degli ultimi 30 anni.
(Giuseppe Loris Ienco)

14. BEACH HOUSE
Teen Dreams

[Sub Pop – 2010]
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Sognante languore, timida carne, curiosa immaginazione, stupore giovanile…è una giovinezza ideale eppure realissima, è trascendenza e incanto onirico ma anche gioco quotidiano…è uno sguardo vero, radioso, ancora un po’ umido prima di divenire raggiante. “Teen Dream”, ovvero la potenza della dolcezza.
(Luca “Dustman” Morello)

13. ANNA CALVI
Hunter

[Domino – 2018]
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Gender Neutral.
Ovvero il superamento della distinzione di genere, di sesso. Ma non per questo poco sensuale. Ecco, sinteticamente questo capolavoro di Anna Calvi, cantante britannica di chiare origini italiane, lo definirei così.
La voce gutturale e profonda di Anna si staglia violenta su texture di chitarre arrabbiate e batterie arzigogolate, dando al sound del disco una sfumatura noir e decisa. Poi tocchi orchestrali, dita schioccate, qualche synth. Lo spettro sonoro si apre, rispetto alle precedenti pubblicazioni, e raggiunge il suo apice.
Scorrendo i brani del disco, alla fine diventiamo prede dell’”Hunter”, del cacciatore, in questo caso una donna, che si comporta “As A Man”, e che non vuole che si colpisca la “…Girl Out Of My Boy”.
Inclassificabile.
(Bruno de Rivo)

12. NICK CAVE AND THE BAD SEEDS
PUSH THE SKY AWAY

[Bad Seed Ltd – 2013]
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Nick Cave è tornato, il disco è pressoché perfetto, niente compitini a casa, qua piuttosto la casa non esiste più, ci sono solo camere di hotel, città senza bambini, qui si cammina su “Jubilee Street”, qui si racconta di peccati, perdizioni, sirene e di tutto quello che, ancora una volta, per favore, voglio ascoltare.
Una di quelle cose che ogni volta che ascolti ti chiedi quanto sia bella.
(Sara Marzullo)


11. KENDRICK LAMAR
To Pimp A Butterfly

[Aftermath/Interscope – 2015]
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Giusto per tornare sul discorso del rap che smuove le coscienze. Per testi e impatto emotivo “To Pimp A Butterfly” è al livello del Nas di “Illmatic” ed ha inoltre il pregio di ampliare i confini dell’hip hop più classico contaminandolo con stili diversi.
Kendrick Lamar, straight out of Compton, insomma è riuscito a creare un piccolo documento storico, a fotografare il presente in musica. Primo posto meritato.
(Valentina Natale)

10. BON IVER
22, A Million

[Jagjaguwar – 2016]
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Al primo ascolto sono rimasto scioccato, sorpreso e forse in negativo. Al decimo ascolto ho avuto solo la conferma della grandezza di un’artista sconfinato, che poteva sulla cresta dell’onda pubblicare 10 ballads con il suo stile e vendere dischi a fiumi. E invece no, mescola la sua arte, la sua vita, la sua incredibile curiosità musicale e pubblica un disco destrutturato, contemporaneo, forse a tratti fastidioso ma con aperture epiche che solo una cifra stilistica di tale portata poteva creare. E’ l’artista millenario per eccellenza. Esiste un Ante e un Post Bon Iver, mettiamocelo in testa. Tutti.
(Angelo Soria)

9. TAME IMPALA
Lonerism

[Modular – 2012]
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“Lonerism” è psichedelico e sognante, pazzo e vulnerabile, un piccolo bignami per animi sensibili e cuori solitari che restano invariabilmente col due di picche alla fine di un party allucinato e luciferino e tornano a casa sconsolati domandandosi dove hanno sbagliato.
(Valentina Natale)

8. RADIOHEAD
A moon shaped pool

[XL – 2016]
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Immergersi nella piscina a forma di luna costruita per noi dai Radiohead è un’esperienza rinfrancante per il cuore e per la mente, difficile non annegare tra l’angoscia crescente di “Burn the witch” e “Ful stop” o nella magniloquenza di una “Daydreaming” che trova il suo giusto completamento nelle immagini dello splendido video girato da Paul Thomas Anderson: Thom Yorke e compagni ci danno l’ennesima dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, che per creare capolavori non serve spostare sempre più il là l’asticella delle aspettative, basta semplicemente scrivere grandissime canzoni e questo loro ultimo grandioso lavoro ne è pieno.
(Stefano D’Elia)

7. SUN KIL MOON
bENJI

[Caldo Verde – 2014]
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Il (diciamolo) capolavoro di Mark Kozelek è musica ma non solo, è letteratura ma non solo, è un film ma non solo. E’ parte della vita di un uomo, snocciolata senza pudore e, anzi, con orgoglio. E’ l’esistenza di personaggi dell’America quotidiana elevata ad opera d’arte. “Benji” è pregno di morte fin nel midollo, è vero. Nel fare ciò, paradossalmente, celebra la vita.
(Alessandro “Diciaddùe” Schirano)

6. LCD SOUNDSYSTEM
American Dream

[Columbia/DFA – 2017]
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James Murphy e la sua combriccola avevano spiazzato tutti con i rumors sulla reunion e il conseguente album, che è rimasto atteso per tutta la durata dell’anno. “American Dream” è sicuramente valso le attese: un album che suona in tutto e per tutto la natura dei veri LCD Sounstystem, dando prova di una qualità ancora pura e viva.
(Giovanni Coppola)

5. THE NATIONAL
Trouble Will Find Me

[4AD – 2013]
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…Sono così persistentemente malinconici, non è credibile dice un tizio che conosco e che vorrebbe stimarli più di quanto gli riesca naturale. Come ho fatto con la guardia di un locale che una sera mi ha strattonato il polso per chiedermi che cazzo intendo con quel tatuaggio, mi sono trincerata dietro un modesto silenzio. Non c’è niente da spiegare, a gente che non sa niente. Everything means everything.
(Claudia Durastanti)


4. IDLES
Joy As An Act of Resistance

[Partisan – 2018]
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Tempo di premere play, e già suona a morto. Puoi tenere la guardia alta, e gli IDLES ti massacrano all’addome; ti chiudi a riccio e loro ti martellano alla testa. E’ questione di tempo, ma finirai al tappeto. Signori, qua si va a scuola di Punk, quello vero.
(Anban)


3. SUFJAN STEVENS
Carrie & Lowell

[Asthmatic Kitty – 2015]
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Un album così denso di sentimento non può essere raccontato a parole; è necessario l’ascolto delle sue canzoni e la lettura dei testi, mai così personali e accorati, per comprendere la grandezza e l’assoluta sincerità di questo artista che, dalle nostre parti abbiamo sempre amato e supportato. Qualora, dopo ripetuti ascolti non giungesse la commozione e non continuassero ad arrivare lunghi brividi consigliamo un check up completo. Siete ancora vivi? Respirate? O il vostro cuore è ormai di pietra?
(L’Attimo Fuggente)


2. PJ HARVEY
Let England Shake

[Island – 2011]
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Dio uccida la regina.
Polly Jean seppellisce la scabrosa ribelle dei tempi che furono per rinascere però in una veste non meno interessante, quella di indagatrice più che dei propri demoni, dei fantasmi della guerra che tormentano la nostra civiltà.
(Luca “Dustman” Morello)

1. DAVID BOWIE
Blackstar

[Sony Music]
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Il testamento di un’artista unico, l’alieno per eccellenza che alla fine si riscopre normale, vulnerabile e incredibilmente umano. Fragile, senza maschere, perso in un’orda di suoni spaziali che suonano fin troppo familiari. Le stelle sembrano diverse, sul serio.
(Valentina Natale)


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