I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
posizioni dalla 50 alla 26

 
di
30 Dicembre 2019
 

Guarda la 1^ parte della classifica: le posizioni dalla 75 alla 51 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 2^ parte della classifica: le posizioni dalla 50 alla 26 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10
Guarda la 4^ parte della classifica: le posizioni dalla 25 alla 1 de I MIGLIORI 100 DISCHI DEGLI ANNI 10

50. THE HORRORS
V

[Wolf Tone – 2017 ]
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“World Below” riporta su il ritmo e “It’s a Good Life” lo riabbassa, ma sempre con alta qualità e coerenza nel sound che ha reso grande la band e che ora si sta spostando addirittura nella zona del post rock. Uno dei migliori punti del disco.
Il viaggio si conclude con il singolo “Something to Remember Me By”, carico, lirico e irresistibile anche per i meno convinti. Strokes? No, Horrors, e finalmente sono tornati.
(Bruno De Rivo)

49. BENJAMIN CLEMENTINE
At Least For Now

[Behind – 2015]

Probabilmente Clementine è finito cosi’ in basso in questa classifica perché sembra un disco fuori dal tempo.
Rimane solo l’essenziale e la voce, fuori dal tempo e lontano dai titoli Da clochard a star, la storia che fa commuovere il web.
Chi si ricorda l’ospitata da Fabio Fazio datata domenica 25 gennaio 2015? Nessuno direi.
(Alessandro Ferri)

48. SHARON VAN ETTEN
Tramp

[Jagjaguwar – 2012]

Quando parte “Warsaw” mi è venuto spontaneo dire “Wow”.
Poi l’entusiasmo si è lievemente abbassato (l’opening track è per me strepitosa), ma la Van Etten è autrice di un indie folk rock a metà strada tra una PJ Harvey più sguaiata e il soul più “bianco” davvero d’eccezione. Buona la seconda.
(Emanuele “kingatnight” Chiti)

47. BIG THIEF
Two Hands

[4AD]
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Autunnale, passionale, accorato, l’incedere dell’album fa del tepore, della delicatezza, del calore umano i suoi peculiari tratti distintivi. Le uniche deviazioni dal tracciato sono i due singoli diffusi prima della sua uscita, “Not” con il suo deflagrare in un assolo ruvido e nervoso che si estende a sua volta in una lunga coda dal sapore jam, e “Forgotton Eyes”, una delizia e, al netto del contenuto, forse l’unico momento di vera leggiadria: un brano che qualora tirato a lucido, con un abbigliamento pop e preceduto magari da un nome più altisonante e mainstream sarebbe probabilmente in heavy rotation nelle radio di mezzo mondo.
Quello dei Big Thief è un viaggio bellissimo ed in giorni come i nostri, dove l’iperproduttività solo raramente coincide con la qualità, siamo fortunati a poterne essere coevi e spettatori.
(Anban)

46. BILL CALLAHAN
Dream River

[Drag City – 2013]
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Bill Callahan il superuomo, che vince la sua lotta contro il vortice, la solitudine (sono stato addestrato a trasformare la solitudine in pigrizia) e va al bar per pronunciare solo due parole: “birra” e “grazie”. Pur essendo un disco estremamente limpido nel suo essere destinato alla longevità, è difficile spiegare perché “Dream River” abbia avuto tutto questo effetto su di me.
Forse perché rispetto agli ultimi dischi è meno weirdo e molto più sexy e materico, forse perché il cantautore è più indulgente con se stesso senza perdere un grammo di classe e dimostra che si può essere drammatici anche indossando i colori primari, forse perché tutte le volte che in vita mia ho pensato al trinomio cantantutore+ sesso+ sciamano ho sempre pensato a James Douglas Morrison e, senza togliere nulla al Re Lucertola, era ora che qualcuno venisse a rimpiazzarlo. Che potesse essere triste e perverso quest’uomo lo sapevo, ma che potesse tirare fuori anche un Marvin Gaye “State of Mind” mi era oscuro. Direi che ci abbiamo guadagnato tutti, lui per primo.
(Claudia Durastanti)

45. DEERHUNTER
Halcyon Digest

[4AD – 2010]
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“Halcyon Digest” sono i Deerhunter fuori dal grigiore dei toni cupi, in un caleidoscopio di emozioni. …un disco perfettamente compiuto perché ci ricorda, senza bisogno di critica musicale, sofisticazioni e censure che il potere della musica è tutto in questi brevi istanti di irrefrenabile, magnifica, semplice euforia. Ci ricorda, senza giri di parole, perché continuiamo ad ascoltare musica. E questo detto da qualcuno che non è fan incallito dei Deerhunter. Almeno non lo era. Esiste motivo più valido per apprezzare un disco?
(Laura Lavorato)

44. DIRTY PROJECTORS
Swin Lo Magellan

[Domino – 2012]
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David Longstreth e i suoi producono il loro album apparentemente più accessibile o, se volete, meno ostico.
In realtà, le canzoni dei Dirty Projectors sono essenzialmente canzoni pop, ma vengono scomposte e cesellate di particolari che conferiscono al tutto un aria sghemba e fricchettona, con i cori femminili che hanno un effetto a volte ulteriormente straniante, altre invece rassicurante.
(Alessandro “Diciaddùe” Schirano)

43. MITSKI
Puberty 2

[Dead Oceans – 2016]

Non solo uno degli album emotivamente piú potenti del 2016, ma forse la miglior espressione del 2016 quando si vuol trovare un’emblema di cantautorato indie/punk con voce femminile. La tensione emotiva portata da Mitski Miyawaki in questo disco é difficile da descrivere a parole. É piú semplice portare la puntina all’inizio di una qualunque delle 11 tracce e lasciarsi trasportare.
(Marco Lorenzi)

42. WILCO
The Whole Love

[dBpm – 2011]
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Ok, non siamo all’altezza dei loro capolavori, è un dato di fatto. Ma il solo riuscire a mettere due meraviglie in apertura e in chiusura di disco, gli vale un posto di diritto in questa classifica.
Jeff Tweedy non è più vittima delle proprie angosce e la band vira di poco le proprie coordinate. Una malinconica serenità che si affaccia splendidamente alla vita.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

41. ANHONI
Hopelessness

[Secretly Canadian – 2016]
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La musica di Antony Hegarty ha sempre saputo conquistarmi, seppur a piccolo passi. “Hopelessness”, a differenza della precedente produzione firmata Antony and The Johnsons, mi é entrata nella testa e nel cuore da subito. La straordinaria voce di Antony é il paradigma di un album non semplice da assimilare, che si staglia sulla scena pop in maniera radicale e quasi definitiva. Non a caso é uno dei candidati che piú di altri avrebbe meritato il Mercury Prize.
(Marco Lorenzi)

40. BOARDS OF CANADA
TOMORROW’S HARVEST

[Warp – 2013]
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Raramente un disco nella mia vita è stato capace di cambiare i miei umori e le mie giornate come è capitato con i Boards Of Canada nel 2013.
Eppure non è fatto di canzoni, non è fatto di voci, ma di un flusso di modulazioni ambient con variazioni graduali capaci di ferire. E’ l’angoscia dopo la tempesta, la desolazione dopo una deflagrazione atomica. E’ quello che viene dopo il dolore e non rassicura.
Un’angoscia indispensabile come le più cattive delle esperienze lisergiche. L’assenza che ti chiama a sé e tu non riesci a farne a meno.
(Enrico Sachiel Amendola)

39. GIRLS
Father, Son, Holy Ghost

[True Panther – 2011]
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Ho amato Christopher Owens sin dal debutto di “Album”. Con questo disco i Girls confezionano un lavoro più maturo, dal suono retrò estremamente sofisticato come se Elvis Costello avesse cantato nei Beach Boys.
Credo sia un album non solo da avere, ma letteralmente da consumare come si consumano solo i grandi album. C’è del gospel, del surf rock, del folk e del country qua e là, ma soprattutto c’è tutto il talento del duo di San Francisco.
(Marco Guerne)

38. LIARS
WIXIW

[Mute – 2012]
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Mi piacciono sempre di più i Liars meno rock e più all’avanguardia. Mi piacciono i Liars di oggi, quelli di “WIXIW” che è sostanzialmente a metà del guado tra musica elettronica e psichedelia.
A tratti si muove anche il culo, per il resto è la mente ad intrappolare se stessa in un loop di sensazioni distorte, cupe e sintetiche. Il classico disco che i fan della prima ora non apprezzeranno in toto. Questioni di lana caprina.
(Enrico “Sachiel” Amendola)

37. ARCADE FIRE
The Suburbs

[Merge – 2010]
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Great Expectations. Grandi aspettative per il gruppo canadese e conseguentemente una folla di delusi. Che li si voglia detronizzati o meno, come negare a “The Suburbs” il potente lirismo dai toni epici che caratterizza ancora una volta la band? Come negare anche a questo disco l’indiscussa capacità di regalarci musica ‘corale’, che sa trascinare nell’esaltazione grazie ad un semplice ritornello? Temo non si possa farlo, a prescindere dalle aspettative. Gli Arcade Fire semplicemente continuano a scrivere e suonare buona musica. Sicuramente musica che vale la pena ascoltare.
Laura Lavorato)

36. NICK CAVE AND THE BAD SEEDS
Ghosteen

[Bad Seed Ltd – 2019]
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Qui non è più una questione di immediatezza, tornano le strade più tortuose e le atmosfere solenni. Un lavoro di pietra lavica e di una bellezza urticante e dolorosa. Nick Cave è uno dei pochi a rappresentare l’eccezione in ogni momento.
(Enrico ‘Sachiel’ Amendola)

35. FONTAINES D.C.
Dogrel

[Partisan Records – 2019]
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Cosa si può ancora dire sui Fontaines DC? Il loro sound che per semplificare definiamo post punk ha molti lati da esplorare, ci sono le idee, c’e’ l’urgenza giovanile e ci sono i semi per trasformarsi in quello che vogliono, come dimostrano in brani come “Dublin City Sky”. Per quanto mi riguarda per ora sono una bellissima crisalide.
(Fabrizio Siliquini)

34. CHET FAKER
Built On Glass

[Downtown/Fontana North – 2014]
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E’ valsa la pena aspettare un anno dall’Ep ”Thinking in Textures”: il muro sonoro di Chet si sta consolidando, la consapevolezza e la capacità di saper gestire insieme diverse influenze si affina sempre più verso una totale dedizione alla poliedricità, direttrice di un fascino accattivante.
(Fabio Nieddu)

33. ST. VINCENT
St. Vincent

[Loma Vista/Republic – 2014]
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“St. Vincent” atto IV è la storia della costruzione di un regno visivo e musicale di straordinaria imponenza dal quale non si potrà prescindere nei prossimi anni; allora per Annie Clark si dirà: e al quarto album è resuscitata, sì, a testa in giù, ed è ascesa ai cieli.
(Serena Riformato)

32. THE XX
I See You

[Young Turks – 2017]
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Ma quanto possono durare le atmosfere rarefatte di “Crystalised”?
Ancora poco, se consideriamo che i brani più forti dell’album sono quelli meno vicini a quell’idea di musica (le già citate “Dangerous”, “Say Something Loving”, “Lips”, On Hold” e “I Dare You”).
Insomma, si va avanti e necessariamente quando si cambia si finisce per far arrabbiare qualche fan ma il cambiamento è fondamentale per la sopravvivenza di qualsiasi band (pensate per esempio agli Arcade Fire di “Funeral” e quelli di “Reflektor”, giusto per citare una parabola molto simile nel cambio di tonalità).
Stringendo, il discorso è molto semplice: “I See You” non è un album rivoluzionario in senso assoluto (come è stato il primo self-titled) ma è una svolta molto coraggiosa, nella parabola discografica degli XX. Ed è un album pop come non se ne sentivano da tempo.
(Jacopo Patrignani)

31. FATHER JOHN MISTY
I Love You, Honeybear

[Sub Pop – 2015]
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“I Love You, Honeybear” è un disco che ha l’amore al centro, come il titolo può facilmente suggerire. Ma la parte magica dell’album sta proprio nell’approccio che FJM ha nei confronti delle parti più fastidiose di un rapporto, i fraintendimenti, la gelosia, le ansie che circondano qualsiasi storia d’amore. Quindi caratterizzato da una narrativa estremamente complicata ma accopagnato dalla solita eleganza di Padre John dal Maryland. Il sound è così piacevole che la complessità dei testi non è di sicuro percepita. Josh Tillman ha la capacità di passare da sentimenti bassi ai più aulici mantenendo sempre una chiave romantica che fa da collante tra una traccia e l’altra.
Mascara, blood, ash, and cum / On the Rorschach sheets where we make love. Magico.
(Matteo Regina)

30. FOUR TET
There Is Love In You

[Domino – 2010]
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La chiave di lettura dell’album è la più semplice possibile: l’ascolto. Lo si assimila lasciandolo scorrere, lo si apprezza nel suo fluire e solo ed esclusivamente se ci si pone con la mente pronta al varco per una dimensione di confusione democratica in cui non esiste un solo stile che possa dirsi più presente di un altro.
Four Tet continua il suo viaggio tenendo per mano il testimone che, da Orbital ad Aphex Twin, il tempo gli ha consegnato. Kieran Hebden non ha inventato la musica e il suo unico merito è quello di lasciarla libera di essere se stessa. Un difetto per i puristi, un dono per tutti gli altri.
(Alex Franquelli)

29. FEIST
Metals

[Cherrytree/Interscope – 2011]
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Canzoni dall’altra parte del vetro, con cinque dita tese contro la finestra e un sorriso ambiguo che può essere un addio, un arrivederci o un bentornato a casa.
Tra certe atmosfere da Laurel Canyon tanto tempo fa e gli accenti soul-elettronici di una qualsiasi città occidentale oggi, Feist scrive un disco sul modo contorto che hanno le persone di girarsi intorno prima di piombare l’una sull’altra. Dimostrando che si può parlare di felicità e rassicurare l’ascoltare facendo a meno di prevedibili ritornelli.
(Claudia Durastanti)


28. LOW
Double Negative

[Sub Pop]
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Dopo una carriera impeccabile lunga quasi 25 anni, i Low approdano alla sperimentazione, frantumando il loro slowcore in una tempesta elettromagnetica. Non è un disco da ascoltare in sottofondo, ma è un grande disco: ricco, intenso, perfetta colonna sonora del lato oscuro dei nostri tempi.
(Francesco Dhinus Negri)

27. JAMES BLAKE
James Blake

[Atlas – 2011]
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“Limit To Your Love” è la chiave di volta. C’è l’elettronica scheletrica e futuristica, c’è il calore della voce di Blake, c’è una canzone scritta in origine da Feist, qui stravolta ma con profondo rispetto per l’originale. Influenze diversissime che convivono e creano qualcosa di completamente inedito, non però per spririto di sperimentazione e calcolo teoretico: per semplice necessità, riflessione in musica del luogo preciso in cui ci troviamo, o meglio del margine più estremo di quel luogo. James Blake è questo, è un passo avanti fino al limite, fino al confine tra nuovo e pop. Un punto in cui fermarsi e osservare il futuro.
(Matteo Benni)


26. NICK CAVE & THE BAD SEEDS
Skeleton tree

[Bad Seed Ltd]

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Il day after di Nick Cave è pieno di dolore ma sobrio, di una bellezza spettrale. Un intenso requiem senza lacrime. C’è chi del dolore fa spettacolo, chi lo trasforma in puro esibizionismo. In mano a Nick Cave diventa arte senza se e senza ma.
(Valentina Natale)

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